Disegno di A. N. Avinov: Nascita del sacerdote

EXIT

LO STESSO DIPLOMA

Al direttore della dissertazione signore professore Beschìn ed all’ assistente signore professore Martini dall’ aspirante della Laurea Specialistica: Filosofia e linguaggi della modernità di Alexander Kiriyatskiy (matricola 103686 dell’anno accademico 2003/2004 / 10 cm 2002/2003)  

LA DISSERTAZIONE della LAUREA SPECIALISTICA quinquennali

Il ruolo della memoria per la «Rovina di Atlantide» di

Gheorghi Golokhvàstov

   

dell’ aspirante dell’ Università degli Studi di Trento del dott.  

Alexander Kiriyàtskiy

 

INDICE

BASE TEORETICA

OGGETTO DELLA DISSERTAZIONE

A) OGGETTO DELL’ ANALISI (breve enumerazione cronologica)  

B) GENERALIZAZZIONE E OGGETTIVAZIONE:

TRE TIPI DELLA MEMORIA

II) LA DESSERTAZIONE: L’ANALISI COMPARATIVA DEI CONCETTI

INTRODUZIONE:

La circostanza storica. (Zinaida Ghippius (“Fiamma quieta”)/Poesie 1889-1938, dalla prosa autobiografica, dai diurni/ 100 1996 (Mosca, Centro-100 1996)).

    

OGGETTI STUDIATI: Gheorghi Golokhvàstov nella «Rovina di Atlantide» /circostanza storica, destino, breve descrizione dell’opera/. . (Gennadi Golochvastov, “Rovina di Atlantide”, Edizione della Società degli amatori del linguaggio squisito, New York 1938)

I)         LA DISSERTAZIONE:

     Che cos’è la “Rovina di Atlantide”?

A)          Le memorie della sensazione, della saggezza umana e della divinità.

1.     1.     L’ambito introduttivo della memoria della sensazione.

B)          L’ambito della memoria dell’intelletto o della saggezza umana come sintesi delle informazioni degli oggetti concepiti da noi mediante la coscienza.

2.     2.     L’inizio dell’analisi della memoria della sensazione sulla base della memoria della saggezza umana

3.     3.     L’inizio dell’analisi della memoria divina sulla base della seconda memoria  

INTRODUZIONE: 

     OGGETTO STUDIATO DELLA TESI

  

Circostanza storica

Esiste un autore di poesia narrativa estraneo al processo dell' evoluzione della letteratura russa. Nel XX secolo manca il concetto di  “Soggetto poetico” nella lirica, nel realismo, nel modernismo e nel primitivismo. Queste quattro tendenze sono ermetiche. Esse negano il genere epico e rifiutano grandi misure di complessità a causa della loro debolezza. Vittima degli esponenti invidiosi di queste tendenze è Gheorghi Golokhvàstov, poeta epico, che osa scrivere in un’ altra maniera diversa, assai vicina alla maniera medievale! Si tratta di un nobile che fa parte della schiera dei numerosi emigranti russi negli Stati Uniti dopo la rivoluzione dell' ottobre del 1917.

L’ epoca successiva alla rivoluzione aveva molti elementi in comuni con il tempo di Boezio, in cui il prezzo della civilizzazione era percepito anche come la perdizione lasciata nel passato. Peggio dei barbari gotti, i comunisti, simili ai longobardi negli anni successivi al 568, a partire dal 1917 si impegnarono nella distruzione dell’ eredità della civilizzazione: diritto, fede, cultura, relazioni economiche, ecc..  Il loro disprezzo per l’arte e per la scienza, trasformava artisti e scienziati in schiavi senza diritto alla parola costretti a servire soltanto gli interessi dei loro oppressori. I comunisti barbari del XX secolo uccidevano bruttamente non solo i loro nemici. Essi obbligavano a morire, nelle tormente, non sottoposti fino alla loro caduta del 1991. Rapidamente dall’ autunno del 1917 cominciarono a perseguitare i loro rappresentati non tanto attivi, come esigeva Lenin e dopo Stalin, che introducono le leggi dell’ inquisizione medioevale per tenere il popolo nella paura interrotta, inviando alle esecuzioni, ai diversi campi di concentramento, ecc. più di 45 milioni di cittadini.

La famiglia di Gheorghi Golokhvastov non torna alla Russia dopo la revoluzione di ottobre si va in nave verso l’America.

Negli Stati Uniti il futuro poeta cresce e riceve l’aristocratica istruzione che non gli fa perdere l’ eredità della cultura russa che si apre alla percezione di tutta la cultura mondiale. Per rappresentare tutte e due insieme a Gheorghi sconosciuto  diventa lo scopo della sua famiglia, nascono la traduzione libera della “Parola del reggimento di Igor” fatta da Gheorghi Golokhvastov, i suoi mezzo sonetti, la lirica spirituale, la “Rovina di Atlantide”, ecc. sotto l’ influenza di tutta la cultura mondiale.

         Esistono cinque cause, per cui molti critici russi non riconoscono il talento di Golokhvastov sulla base delle sue opere letterarie.

         1) Nell' epoca del comunismo tutti gli intellettuali che si trovavano fuori dall' Unione Sovietico e rimanevano indipendenti dall' Impero dei comunisti non esistevano per la critica ufficiale, dove si svolgevano: Ghìppius, Meregikòvski, Bùnin, Tèffi, Tsvetàieva, Gumiliòv, Briùssov, Severiànin, ecc.. Golokhvastov manteneva i contatti con la famiglia regia di Romanov ed anche con la nobiltà antisovietica.

         2) Golokhvastov non diventò famoso prima della rivoluzione come gli scrittori chiamati prima. Un po' più fortunato di Golokhvastov fu Igor Severiànin purché egli non divenne celebre abbastanza prima della rivoluzione. La società letteraria di Ghippius gli pagava la borsa che Severianin non stampasse le sue poesie. Così hanno voluto neutralizzare la concorrenza all' elite che fu fondata già tra gli emigranti. Gheorghi Golokhvastov era sconosciuto prima della rivoluzione dunque questa elite gli sarà rimasta chiusa.

         3) Golokhvastov non abitava in Europa. Quando furono stampati i quattro suoi libri con i soldi della società dei nobili russi (1933 - 1944) negli Stati Uniti il presidente Roosevelt difendeva alcuni principi di matrice socialistica e collaborava con Stalin nella seconda guerra mondiale. Per questa ragione tutti gli elementi antisovietici non si accettavano negli Stati Uniti nella stessa misura in cui si accettavano in Europa. Gheorghi Golochvastov apparteneva alla società degli amatori della poesia esquisita, dunque i suoi libri si pubblicarono nell' alfabeto antico. Questi due fattori (poesia esquisita ed alfabeto) irritavano i rappresentanti di Roosevelt e dell' Impero Sovietico.

         4) La poesia lirica di Golokhvastov è inferiore alla sua poesia epica perché rassomiglia quella di altri poeti. Perciò la sua lirica è peggiore della lirica di molti poeti russi del XX secolo. La lirica di Golokhvastov coltiva le tradizioni del secolo precedente.

         5) Nel XX secolo nessun poeta russo è riuscito a scrivere nel genere epico qualcosa paragonabile alla “Rovina di Atlantide”. L' ossequio per la tradizione di Golokhvastov fece che la poesia epica del Medioevo si potesse sviluppare nel XX secolo come  in quello precedente, ma non nacquero talenti per continuarla. Due o tre anni fa su internet comparvero alcuni articoli di filologi indipendenti che cercavano di definire il ruolo della “Rovina di Atlantide” nella storia della letteratura.   

         Come prima oggigiorno la società non gradisce gli sconosciuti, i quali talora cozzano contro la società costituita e spingono la letteratura in una direzione dimenticata o nuova perché non sono del tutto corrisposto alle tradizioni del tempo.

         La descrizione spirituale della “Rovina di Atlantide” fa ricordare quella di Dante, ma la composizione musicale rassomiglia un po’ alla “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso.

         Solo quando i personaggi dell' epopea leggono manoscritti e preghiere religiose, l' autore passa alle terzine dantesche per mettere in rilievo alcuni testi sacri. Lo scopo generale della dissertazione è un confronto e non un paragone dei concetti e delle idee. Sebbene l’ opera non tratti dello stesso soggetto della “Divina Commedia” e non provenga neppure della stessa fonte, esiste una fonte indiretta.

Lo scopo secondario è di confrontare  la “DIVINA COMMEDIA” e la “Rovina di Atlantide” (B 2 secondo l’epilogo “Letterature comparate”).

         Lo scopo principale si risolve nei tre concetti (sensazione, saggezza umana e divinità) del capolavoro di Golokhvastov.

Breve contenuto della Rovina di Atlantide.

        

         Il narratore, che scrive in prima persona, legge Platone. Capisce che la storia dell' Antichità avanzata conserva il mistero di Atlantide. Il tempo ha dimenticato il tutto nelle guerre infinite. Il poeta ricorda il passato e si riconosce nella vita precedente mille anni fa prima della reincarnazione. La prima breve parte dell' epopea stampata nelle prime 10 pagine si intitola i “Miracoli di Atlantide”.

         La seconda parte si chiama l' Atlantide e consiste in XLVIII capitoli da pagina 27 fino a 252.

         L' autore, il servitore supremo del tempio di Ra in Atlantide si riconosce e corre con la memoria al passato. Lo stato dell' anima mi ricorda il sentimento di Dante Alighieri nel primo canto dell' Inferno fino all' apparizione di Virgilio (61-81).

         Il primo capitolo della Rovina di Atlantide descrive l’età d' oro che riflette quasi interamente quello delle Metamorfosi di Ovidio. La prima metà del secondo capitolo (unisce le età d' argento, di bronzo e l’inizio di quella di ferro) imita, come Ovidio, la descrizione della causa del passaggio all’inizio dell’ età di ferro dove alle anime primitive Dio sembrava sconosciuto minaccioso e odioso. La nascita e l' insegnamento del profeta Atlasso cambiano l’uomo. Egli spiegò che l’ uomo dovesse vergognarsi la comprensione dell' insuccesso terrestre che la civilizzazione non lo chiamasse la punizione del cielo. Gli atlanti vogliono costruire il grande tempio di dio Ra con lui, col suo gemello, dopo con quattro minori paia dei primi grandi gemelli.

         Il terzo capitolo narra dell’ ascesa di Atlasso al trono del primo re di Atlantide. Il profeta ordina di iniziare la costruzione del tempio di sette torri l' una sull' altra di sette diversi colori: bianco, nero, rosso, blu, giallo, argento e oro.




Disegno di A. N. Avinov: Nascita dello Ziggurat

         L' alternanza dei primi tre colori (bianco, nero e rosso) ricorda la descrizione dei tre gradi sotto il giro alla porta del purgatorio della COMMEDIA di Dante (Purg., IX Canto: 94-103). Il tempio di Ziggurat è costruito sull' ultima torre si dipinge nel ruolo della porta al purgatorio dove gli atlanti salgono per pulire le anime. Questo capitolo narra di cinque copie dei gemelli che separano tra di loro le isole vicine ad Atlantide. Golokhvastov versifica il soggetto del dialogo di Emocrato e di Crizia del “Crizia” di Platone. L' autore allude al gemello Eumelo e alle altre quattro copie nel Crizia (Platone, “Dialoghi” VI vol., La  terza 1993, Roma-Bari).. Nel poema sono assenti i nomi di ogni dei fratelli maggiori di ogni copia che si chiamano Amfereo, Eumeno, Autottono, Elasippo e Mnestro. Nella quarta pagina del terzo capitolo si versifica nello stile dantesco la descrizione platonica della città Atslano capitale di Atlantide. Sono tre giri dei canali rotondi e tre parti della terraferma all' interno di essi dove nel centro si trova il tempio di Ziggurat. Si descrivono il  porto, i ponti, le muri cittadini e il canale a settentrione che conduce al mare, ecc., nella “Rovina di Atlantide”. Quelli superano di molto gli analoghi nel Crizia di Platone.

         Passa il tempo. Il narratore adombra se stesso nella vita del sacerdote supremo di Ra. Il suo volto è inciso nel soffitto del tempio. Egli mette a tacere i suoi sentimenti corporali della vita per depurare l' anima ed entra sulla quadriga in Atslano vestito nella toga rossa del sacerdote supremo per la vecchiaia. Egli fa dimenticare il suo nome affinché quello non figuri per molti anni tra i numerosi peccatori.

Il V capitolo è dedicato al mondo dell' armonia dei morti. I tre successivi trattano della famiglia regia. Viene descritta la vita precedente dell' autore sotto i costumi del sacerdote. L' Impero dell' isola Atlantide (palazzi, fori, arche e colonne) assomiglia all' Impero Romano della prima metà del IV secolo D. C.

         Quando nacquero un principe e una principessa gemelli cadeva una pioggia di stelle geminati (gemini dei gemelli) che previdero il loro destino miracoloso. Per predirlo il sacerdote legge manoscritti antichi. Allora egli capisce che il loro ruolo avrebbe stato quello di salvatori del mondo. Dopo quindici anni li avrebbero aspettato l' amore divino, la morte, l' inseparabilità, in cui fra tutti e due è il legame a Dio, avrebbero passato numerosi vulcani ed inondazioni. Il sacerdote di Ra desidera salvarli, però non rende conto che dovrà sottrarli dal suo stesso spirito!  

         La felicità e l' amicizia accompagnano l' infanzia. A poco a poco l’ amicizia si trasforma in amore platonico. I gemelli capiscono tragicamente che all' età di quindici anni ambedue si amano come fidanzati. Sono fratelli e non potrebbero raccontare il segreto terribile a nessuno! Nella selva i fanciulli predicano al gioco, la principessa nascostasi, perde la sua ghirlanda d' erba che cade nel ruscello. Ella indovina: la sua vita con l' amato durerà quanto sarà il galleggiamento della ghirlanda sulla superficie corrente del fiume e subito essa affonda.    

         Il capo dell’ esercito di Atlantide diventata molto peccata spalma il suo corpo dal sangue di prostitute, schiave nella plebe maledetta dal sacerdote. Egli è stato innamorato della principessa. All'età di quindici anni il fratello deve trascorrere una notte con delle donne per diventare adulto. Questa notte si trasforma nell' orrore per la principessa. Numerose giovani ragazze l' invitano a passare con esse la sua prima notte. Nessuno è a conoscenza del mistero dei gemelli. La sorella resta in solitudine. Le sembra che molte donne bacino ed abbraccino il suo amato e non vuole vivere dalla tempesta vicino al mare. Grida inconsapevolmente: «Egli è mio!», però nella sua immaginazione le donne rispondono: «No! Egli è nostro». Sembra che gli spiriti di quelle allontanino il suo preferito, ella ripete nella sofferenza al vento: « Egli è mio!», ma come un eco esse rendono nella tempesta del mare: «No! Egli è nostro!»

         Infatti il fratello mentiva che egli fu il ragazzo precoce ed egli non capiva niente dell' amore e non volle nessuna delle donne. Così egli ingannava per quanto l' una fosse più bella dell' altra. L' indomani mattina la principessa non può parlare col principe e non risponde allo scherzo. La sorella non crede possibile che non sia successo niente tra egli ed esse. Il fratello giura che il suo amore è eterno. Il principe si meraviglia come ella abbia immaginato che egli l' avrebbe tradito.

          Il re aspettava la nave nera del barbaro androfago nemico (XXIII capitolo). Solo quando si convince delle sue buone intenzioni che il re invita l' ambasciatore androfago all' interno dei muri grossi di tre colori. Il XXIII capitolo descrive la città Atslano. La sua descrizione riflette l’analogo del poema più lungo  del “Satiricon” di Petronio (Petroneo, “Satiricon”, introduzione di Luca Canali, traduzione di Ugo Dettore, Biblioteca Universale Rizzoli 1953, 1981 RCS Rizzoli, Libri S. p. A., Milano 1981, 87) dove il più vecchio dei tre amici descrisse poeticamente l' esercito invincibile di Roma.

         Allo stesso tempo il XXIV capitolo racconta che tra i manoscritti antici e polverosi del tempio il sacerdote di Ra, dalla cui voce si narra la “Rovina di Atlantide”, trova una scura pergamena a metà mangiata con i vermi dove nelle terzine di Dante si narra del profeta Atlasso, come Dio è sceso per regalargli il mistero dell' immortalità. Erano sette gradi, sette gradini come sette P, i peccati che il portinaio del IX canto del Purgatorio di Dante scrisse col punton' della spada sulla fronte di Dante Alighieri prima di salire in cui tre gradini (bianco, di colore più scuro del perso e rosso) che Dante e Vergilio salgano alla porta del purgatorio. Nella “Rovina di Atlantide” si avverte l' influenza di Dante Alighieri ma questi sette gradini dei peccati vengono rappresentati da Golokhvastov invece come i sette gradini all' immortalità infernale sulla terra che il sacerdote di Ra conoscerà alla fine. Questi gradini sono rappresentati nel manoscritto 1) dalla Verginità, 2) dall' inseparabilità con Dio, 4) dalla Fede inesauribile, 5) dal Saggio, 5) dall' Amore di figlio, 6) dalla Fioritura del tatto, della vista e dell' udito, 7)... traverso la pergamena era stata stracciata con la mano tremante. Il cammino verso la sapienza dell' immortalità eccita il servitore supremo dello Ziggurat.

         La principessa arriva al servitore e con timore racconta del loro amore contro natura nel XXV capitolo. In futuro la società potrebbe essere più libera ed indipendente, allora quella capirà la loro sofferenza. Ma, No! No!!!

         I l servitore scende nel tempio sotterraneo chiuso a tutti ed aperto solo a lui nei capitoli seguenti dove i servitori di Ra appaiono assai raramente, dove giacciono i sarcofagi delle mummie; si sente gorgogliare di due sorgenti di due inizi. Sono le fonti della morte e della vita, rappresentati con l' acqua morta e con l' acqua viva. Il sacerdote di Ra trova un scheletro nel tempio dei morti. Non sapendo chi è, guarda, tenendo nella mano, il suo cranio giallo e orribile. Vede sul suo collo un amuleto di oro che ha la forma di un uovo. Il sacerdote capisce che questo era il profeta Atlasso, è colui che stracciò il settimo gradino per non svelare il mistero dell' immortalità. Perché il profeta non desiderò diventare immortale? Chi sceglie la morte? L' ultimo grado si nasconde nell' unità inseparabile del maschile e del femminile, nell' inseparabilità tra la morte corporale e il desiderio di due amati di diventare un solo Androgino d' armonia. Decidono salire per i gradini precedenti per unificarsi nell' Androgino Spirituale, con lo scopo di regalare con la loro morte a qualche esecutore dei rituali la sapienza dell' immortalità.        

         La cerimonia grande incontra l' ambasciatore barbaro. Egli regala i doni ricchi al regno degli atlanti. La principessa spaventata ed innamorata del fratello lo respinge e il re padre risponde che tutti gli atlanti sono liberi di decidere ciò che debbono fare. Il capo dell’ esercito, visto il segno del principe alla principessa, capisce tutto. Egli e il barbaro la rapiscono ed abbandonano la capitale dell' Atlantide navigando. Il fratello innamorato, che mostra la forza dell’ esercito, si trasformò subito nel nuovo capo dell’ esercito e raduna la marina da guerra di tutta l' Atlantide e velocemente raggiunge la nave nera con la sorella rapita e dopo una battaglia prolungata vince.  

         In casa passa la celebrazione della vittoria. Nessuno sa che i gemelli  si amano. Il servitore supremo di Ra pensa che siano essi, il principe e la principessa a dovere unire le anime nell' Androgino leggendario.

         Il sacerdote supremo di Ra crede di fare due imprese gloriose, farà felici i gemelli nell' Androgino e la loro morte desiderata lo farà immortale.

         Allora il sacerdote supremo racconta il mistero alla sorella come si potrà aiutare al loro amore contro natura. Il fratello sostiene il pensiero dell' educatore spirituale nel convegno con la sorella, poiché tutti e due non desiderano continuare la vita ove non fossero insieme.            

         Molte pagine sono dedicati alla loro speranza: con che miracolo i gemelli saliranno al cielo. Per l' usanza disegnata nella prima pagina della prima pubblicazione del libro il principe e la principessa felici si danno alle mani della morte tra la sofferenza corporale, quando il sacerdote versa il loro sangue in un anfora col serpente. Dopo il sacerdote supremo del dio Ra distrugge i loro corpi, che sono privi di vita, con l' acqua morta presa nel tempio sotterraneo. Dopo nelle regole del culto dimenticato tre volte spruzza l' aria con l' acqua viva sopra l' anfora del loro sangue dove sale un spirito dello sfinge multicolore che rassomiglia ad entrambi. Non gli interessa questo mondo, lo spirito vola sull' anfora piena del loro sangue ed esso comincia a bollire. Qui Gheorghi Golokhvastov finisce la seconda parte che si intitola l' “Atlantide”.    

         La terza parte la “Rovina di Atlantide” è breve come la prima ed è stata editata solamente in 9 pagine. Questa miscela di sangue come un' ombra rossa grande sale al cielo per provocare l'apocalisse. Si ricorda la descrizione della morte di Pompea quando si leggono queste pagine per paragonarle all' Inferno di Dante




Disegno di A. N. Avinov: Morte del sacerdote

Il sacerdote vede come Atlantide affonda tra le onde dell' oceano. Nellorrore invoca la morte da Dio per salvare benché le terre rimanenti dei barbari e muore subito come gli uomini. Così termina la terza parte.

         La prima pubblicazione della Rovina di Atlantide si data dal 1938. Per  300 copie pagò la società degli amatori della poesia russa esquisita con i seguenti contribuiti:

1) La Grande Contessa Ksènia Alexàndrovna Romànova.

2) La Grande Contessa Olga Alexandrovna Romanova.

3) La Contessa Ksenia Gheòrghievna.

4) La Contessa Nina Gheòrghievna e il Conto Pàvel Alexàndrovitsch Ciavciavàdze.

5) L' Associazione della Lebguardia del Reggimento Egerico: i 114 nomi dei grandi nobili: B. C. Iliàscenko, A. N. Avìnov, E. N. Sciumàtova, ecc..




Disegno di A. N. Avinov: Rovina di Atlantide

         Le illustrazioni alla prima pubblicazione del libro la Rovina di Atlantide sono state fatte dal nobile A. N. Avìnov.

         Ci sono alla prima parte «Miracoli di Atlantide»: 1) Mistero dell' immortalità, 2) Segreto dell' isola stupenda, 3) Mistero del sacerdote supremo di Ra.

         Ci sono alla seconda parte  l' «Atlantide»: 1) Nascita dell' Atlantide, 2) Nascita dello Ziggurat, 3) Nascita del sacerdote, 4) Nascita dei gemelli, 5) Vicino al portone della sapienza, 6) Vicino al portone dell' amore, 7) Vicino al portone dell' immortalità, 8) Vicino al portone della morte.

         Ci sono alla terza parte la «Rovina di Atlantide»: 1) Morte del sacerdote, 2) Fine dello Ziggurat, 3) Rovina di Atlantide.

 

LA DISSERTAZIONE

1)                                                  Che cos’è la “ROVINA DI ATLANTIDE”?

        Prima di tutto è l’epopea poetica che si evidenzia come il frutto della difficile costruzione e la diffusione sulla base della memoria umana. La memoria di ogni uomo consiste in tre tipi: a) la memoria della sensazione che riflette su tutto ciò che viene visto e sentito durante la vita, b) la memoria dell’ intelletto come sintesi delle informazioni degli oggetti mai visti e sentiti che sono state concepite mediante la coscienza e c) la memoria della bellezza divina primordiale che è stata dotata da su, prima della nascita, Platone scrive della terza parte della memoria nel suo dialogo “Fedro” (249 c) Questo è ricordo di quelle cose che una volta la nostra anima ha visto quando seguiva un dio e disdegnava quelle cose che noi ora diciamo essere e levava la testa verso ciò che realmente… Ogni corpo a cui il muoversi venga da fuori è privo di anima; quello a cui proviene da dentro…(245 e) (Platone, “Fedro”, Per conto di Zachinelli Editore S. p. A., Bologna 1998-2002)      Adrastea corrisponde probabilmente alla figura di Anagchi nella teologia orfica (cfr. de Vries (1969), p. 142 nota a 248c 2; Brisson (1989), p. 212 .203, che suppone un riferimento ad Empedocle, 31 B 115 DK). Il senso platonico, confermato dall’unica altra ricorrenza in Resp. 451°, è comunque quello di divinità che presiede al destino, inteso come necessità e come legge.

            La logica della legge di Adrastea sta nel porre a fondamento del destino individuale la visione della realtà vera, da cui dipende la capacità di giudicare e di scegliere rettamente. Compare qui il tema della memoria come  mediazione profonda tra verità e coscienza, luogo inconscio dell’ identità individuale e delle possibilità di sviluppo a disposizione di un’esistenza: un’anima che abbia goduto anche pochi frammenti di autentica visione, trattenendone la memoria, non perderà la sua posizione nella parte alta dei valori spaziali, conserverà ali e leggerezza; ma un’anima che, perso il controllo della guida, si sia riempita “di oblio e di cattiveria” (248c 7), precipita nella pesantezza e per una volta soltanto le sarà risparmiata la degradazione di impiantarsi in un corpo animale (248c 9-d 1). La forma umana appare allora in molti sensi una condizione intermedia, un luogo di passaggio, di scelta, di possibile transizione. Più che il rapporto con il corpo, è il rapporto con la propria interiorità a diventare problematico per l’anima, che adesso, chiuso il passaggio reale e mnestico  verso l’ identità perduta, potrà riconoscere se stessa solo attraverso le figure sociali in cui le accade di incarnarsi… (1)  (“Fedro: Le parole e l’anima” a cura di Fulvia De Luise (p.201) 1997 Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio 34, 40126 Bologna (88838 Commentario: 248c-249b. Il secondo discorso di Socrate: e) la legge di adrastea e il ruolo della memoria)

         Infatti in Platone il problema dell’ “io” è ancora indissolubilmente legato a quello dell’anima, cosi ché lo stesso linguaggio filosofico di Platone non usa altra terminologia, per un simile problema, se non quella che si riconnette, in un modo o nell’altro, al concetto fondamentalmente di “psichi”… La distinzione fra i diversi gradi di certezza si fonda sulla distinzione fra le diverse parti dell’anima… sebbene il Teeteto definisca ancora l’unità della coscienza come unità dell’anima, come en ti yuchV , questo concetto dell’anima è libero da tutti gli elementi mitico primitivi… La filosofia di Platone conosce due forme di esposizione nettamente antitetiche l’una all’altra, di cui l’una vale per il regno dell’essere, l’altra per quello del divenire. (2) (Ernst Cassirer “Individuo e cosmo” nella filosofia del rinascimento(pp. 199-200). (Leipzig, G. B. Teubner, 1927) Traduzione di Federico Federdi. Proprietà letteraria Reservata)

Sovente l’anima nel corpo confonde tutti e tre i tipi di memoria.

         Secondo il primo libro di “Isagoge” di Boezio, in tutti i corpi vivi, regna la potenza triplice dell’ anima. La prima parte non è preoccupata che del crescere e del nutrirsi. La seconda parte (sensus), corrispondente alla memoria della sensazione fa differenziare i sentimenti e le percezione della vita. La terza parte è fondata sulla potenza dell’ intelletto (ratio) e della mente (mens). La prima senza la seconda e senza la terza caratterizza solo la vita vegetale delle piante e si relaziona solo all’ livello inferiore istintivo che, dall’incoscienza si avvicina al livello inferiore della terza memoria della bellezza divina, la cui memoria ubbidiente è quella della sensazione suprema ma quella essenziale è la memoria divina (la nostra terza che è data da Dio, prima della nascita). La seconda parte (sensus /la nostra prima memoria/) della potenza triplice dell’ anima senza la ratio e la mens non possiede che la prima parte non dominante ed è stata destinata agli animali. Quelli possiedono la memoria vegetale che già rispecchia tutto ciò che era visto e sentito, ma percepiscono solo le formae rerum. Le forme delle cose influiscono sugli animali che le ricordano attraverso la presenza di qualche corpo. Se il corpo si allontanasse essi conserverebbero le immagini nella sensazione come le altre forme percepite. Queste imaginationes sono state confuse, male chiarite e non assimilate. I frutti della prima memoria degli animali sono capaci di ricordare qualcosa caoticamente. Però se gli animali dimenticassero qualche immagine non sarebbero capaci né di restaurarla né di ricordarla logicamente, perché all’interno dei frutti della prima memoria (dopo la prima separata fra essa e gli animali)  è assente la benedizione divina.  (Bordai: Boezio, “Commento a Porfirio” (pp. 348-360)Editore “Scienza” Mosca 1990)

Solo gli uomini hanno la facoltà logica dell’ imaginatio e dell’ inteligentia. L’ umanità possiede la nostra seconda memoria e la terza di Boezio, che mediante l’immaginazione e con l’ intelligenza analizza, accumula, sistematizza e sintetizza le cose e gli eventi del presente, del passato e del futuro. Esistono le informazioni, nella vita umana, solo sulla base della memoria dell’intelletto in cui partecipa quella della sensazione. Senza partecipazione della memoria dei sentimenti, quella seconda non è che i morti testamenti documentali. Ad esempio, esiste il fatto che sotto la terra è l’ amuleto col mistero dell’ immortalità ma  non c’ è nessun soggetto.  

Solo ai talenti è conosciuta la memoria della bellezza divina come ai gemelli e al servitore di Ra, in cui la nostra terza è come la quarta suprema inesistente di Boezio. L’autore costruisce molti caratteri mediante la diffusione con la prima (seconda di Boezio) e la seconda (la terza di Boezio). Ad esempio, il carattere della sorella che desidera sapere il futuro secondo l’itinerario della ghirlanda sulla superficie corrente del fiume. Il carattere romantico fedele, passionale e geloso non fa dorme ed obbliga a soffrire tutta la notte in cui il fratello viene tentato dalla lussuria. Il carattere del fratello è diverso perché esso possiede la potenza maschile. Il suo carattere è molto simile al carattere della sorella. Il carattere del sacerdote di Ra deve essere simile al carattere dell’ autore sebbene siano gli antipodi. La terza memoria della bellezza divina è dominante nel carattere dell’ autore, la prima memoria della sensazione domina nel carattere del servitore di Ra che ancora lo obbliga a rimanere nel mondo delle formae rerum sempre anche a non morire mai.

Nessuna delle tre memorie può esistere isolata dalle altre due nell’anima umana. L’appartenenza ad ogni tipo di memorie è stata definita mediante la maggioranza delle loro proprietà nell’ anima di ogni protagonista.

La memoria della sensazione è la nostra prima. Essa riflette tutto quanto viene visto e sentito. Quella conquista l’anima e l’uomo felice non desidera mai abbandonare il suo ambito. Quando gli uomini, invece sono infelici come i gemelli e vogliono l’indipendenza dal mondo materiale questa dipendenza è concentrata nel desiderio di abbandonare le forme delle cose prima della scadenza. Allora in entrambi casi vengono dominati i sentimenti sopra l’intelletto e sopra la sintesi delle conoscenze, quando la memoria della bellezza divina comincia a diminuire e l’anima allo stesso tempo comincia ad invertire la sua essenza mediante l’aspirazione incosciente a qualche supremo dimenticato: nel primo caso rimanere sempre nel mondo della memoria della sensazione, nel secondo caso l’ inversione si manifesta attraverso il loro amore innaturale che non potrà continuare la loro vita.

Quando domina la memoria della sensazione e il secondo posto è separato parimente dalle altre memorie, i proprietari di queste anime si evidenziano come i partecipanti delle feste di Atlantide. Quando nessuna memoria è stata dominata, i portatori di quelle anime sono caratterizzati così come recita Dante Alighieri nel III canto dell’ “Inferno” nei versi 34-51: e la lor cieca vita è tanto bassa, // che ‘nvidiosi son d’ ogni altra sorte (47-48). Questi sono gli ignavi “che di sé non davano alcuna cagione di parlare.“ (Boccaccio) Pensaron solo a sé; non seguendo il ribelle Lucifero, né san Michele. Per la loro viltà, i cieli li disdegnano, ché male sarebbero stati accanto ai beati: né li vuole l’ inferno, perché gli angeli che furon risolutamente ribelli avrebbero, a paragone di que’ vizi, trovata ragione d’insuperbire. (Cfr. Conv., II, 33). (p.25) …Essi non hanno speranza di morte: “la speranza che il loro misero stato abbia a cessare” (Casini). Nel mondo non è rimasta di loro alcuna memoria. (“La Divina Commedia” ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni p.3 (p.27), Firenze 1922,1988)

Se nel dominio della memoria della sensazione il secondo posto è occupato dalla memoria dell’intelletto i proprietari di queste anime diventano peccatori senza poter fare nulla con i progetti buoni o cattivi che sono stati inutili sempre. Se il secondo posto occupa la terza memoria della bellezza divina, affinché sia un uomo conoscitore di qualche arte ma senza talento destinato a soffrire da tutta la vita.  

Platone descrive precisamente questo stato dell’ anima: ma rimangono poche a cui resta a sufficienza la capacità di ricordare; e quelli, nel caso in cui vedano una qualche immagine delle cose di là, ne sono sbigottite e non sono più padrone di sé. Ma quello che è questa emozione non sanno, poiché non riescono a discernere in modo sufficiente… non c’ è nessun bagliore nei simulacri di quaggiù della giustizia e della saggezza… (“Fedro” 250 a-b). Un recupero pieno della propria natura l’anima può compierlo solo invertendo il senso del movimento che l’ha portata a precipitare in un corpo... Superare la molteplicità delle sensazioni nell’unità del ragionamento, come il cammino verso l’ idealità richiede (249b 9-10), non è soltanto un’operazione logica: esso comporta il “disdegno” per quelle cose a cui gli uomini danno importanza, dimenticando “ciò che è realmente”… Il “bello di quaggiù” ha il potere di ricordare “quello vero” e spinge l’anima a desiderare il volo “guardando in su come un uccello” (249d)…  …tra tutte le forme di follia, questa è il solo tramite che possa aprirgli uno spiraglio diretto sulla sua interiorità. Platone sembra non voler precludere a nessuno una tale esperienza. Perché la memoria della saggezza umana occupa il secondo posto dopo la memoria della sensazione molto sovente. La difficoltà a ricordare, dopo le trasformazioni legate alla caduta, costruisce per i più un ostacolo di fatto insormontabile e, anche per i pochi che conservano la capacità di ricordare (quando la memoria divina occupa il secondo posto), l’esperienza amorosa si presenta come un evento eccezionale di cui il protagonista non riesce a dare spiegazione (250a-b) (“Fedro: le parole e l’anima” a cura di Fulvia De Luise (pp.203-204) 1997 Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio 34, 40126 Bologna (88838 Commentario: 249b-251a. Il secondo discorso di Socrate: f) il delirio come destino delle anime migliori (memoria, eros e bellezza)

Quando nell’anima domina la memoria dell’intelletto sintetizzato sopra tutte le tre, il suo proprietario diventa conoscibile, dipendendo dalla dominazione quantitativa della seconda, in cui parzialmente soffre l’anima se nessun’altra memoria domina dopo. Se il secondo posto appartiene alla memoria della sensazione l’effetto negativo dipende dal dominio quantitativo di ogni delle altre due memorie. Il dominio della sensazione porta in sé il pericolo all’ umanità e il suo proprietario diventa il tiranno. Se il secondo posto occupa la memoria primordiale della bellezza divina il suo titolare condivide il destino del sacerdote di Ra.  

Se il primo posto lo ha, nell’ anima, la terza memoria della bellezza divina, la memoria suprema diminuisce il peccato dell’ incoscienza (la dipendenza dalle forze infernali) dipendendo anche dalla dominazione quantitativa di quella. Se nessun’ altra memoria occupa il secondo posto l’ anima diventa beata e non percepisce niente in questo mondo come l’ androgino, lo scopo fatale di tutta la vita del sacerdote.

Quando il secondo posto, nella dominazione della terza memoria, lo ha la memoria della saggezza umana o dell’intelletto l’uomo aspira alla scienza e si avvicina al genio anche dipendendo dalla proporzione quantitativa.

Ad esempio, domina, nell’anima, la terza memoria. Se il secondo posto lo ha la memoria della sensazione migliore, l’uomo diventa genio in qualche arte, diventa il santo o il profeta. Anche a volta, il cui portatore confonde il gioco dell’immaginazione e la sincerità divina con lui, data da Dio, allora la terza memoria domina poco sopra le altre due. Ai rappresentanti dell’ ultimo gruppo fra i menzionati appartiene l’autore della “Rovina di Atlantide” Gheorghi Golokhvastov verosimilmente. O no?

         È la spiegazione molto ipotetica secondo la sintesi dei ragionamenti filosofici dell’ Occidente: perché è tale l’ itinerario dei destini umani.

L’ambito introduttivo della memoria della sensazione

            La prima memoria rapportata alla sensazione, come l’aspetto della “Rovina di Atlantide”, fa idealizzare l’armonia della bellezza visibile dell’ architettura che conforma la bellezza umana dei gemelli. Il sacerdote di Ra può uccidere in sé questa bellezza, ma non può evitare la sua previsione fatale.

Nell’ introduzione all’epopea dedicata al suo amico Vladìmir Stepànovitsh  Iliàscenko Golochvastov descrive le montagne e i boschi che sono stati sopra il magma vulcanico, sulle schiere delle colonne e sui manoscritti nei dormitori fra le selve di cromlech, la cui ricettività appartiene solo alla prima memoria, in cui il secondo posto è occupato dalla memoria della bellezza divina. Golochvastov ricorda come erano piacevoli le conversazioni con l’ amico Iliascenko. Essi parlavano di come molti secoli fa era stata sospirata la vita, i cui misteri univano il Sureme, l’Egitto, il Crete, la Giàmbud-vìpa e il Sino. La memoria del senso lo fa concepire come le divinità di Panteon.  I misteri si trasformano nel pensiero umano, in cui la prima memoria di tutto il visibile e percepibile si concepisce con la memoria ragionevole della storia. Il pensiero della divinità racconta che si maturava il sogno dell’ immortalità, il sogno ancora non concertato. Attraverso tutta la natura la storia genera l’unione della bellezza della spiritualità e della fisiologia pericolosa. L’ immagine del pericolo itinerario alle metamorfosi riesce a nascere solo con la prima memoria per peccato mediante i desideri corporei della sensazione di tutto il visibile e tutto il sensibile.

La dottrina di Cusano non ha una estetica, ma nella sua gnoseologia ha innalzata la sensibilità, e ciò contro l’opinione di Platone, ad una nuova dignità e l’ha valutata in un modo al tutto nuovo. Ed è  significativo e caratteristico il fatto, che il Cusano, allorquando si richiama e si ricollega direttamente a Platone, cerchi di trovare questo punto di contatto proprio là dove Platone sembra riaccostarsi, più che in altri luoghi, alla percezione sensibile e sembra attribuirle un valore, sia pur solo relativo e condizionato, in rapporto alla conoscenza. Cita infatti quelle proposizioni della Repubblica platonica, le quali affermano, che singole classi di percezioni sensibili, proprio grazie alle loro intime contraddizioni, collaborano mediatamente allo scopo al quale è diretta la conoscenza: sono infatti proprio queste contraddizioni che non permettono all’anima di trovare il suo appagamento nelle nude percezioni. Sono esse, che rendono necessario il pensiero e divengono il suo “paracleto”: la contraddizione del sensibile spinge a cercare il senso vero e genuino altrove, nella sfera della dianoia (dziania) (1). Ma ciò che Platone attribuisce solo ad una particolare specie di percezioni sensibili, Cusano lo estende ora al genere. Non solamente questa o quella specie di percezioni, ma l’esperienza sensibile, nella sua totalità, ha questa forza che anima e che suscita. L’intelletto non può prendere coscienza di ciò che è e che può, se prima non viene stimolato al suo particolare movimento delle forze della sensibilità. Quando questo stimolo lo porta a volgersi alla sfera del sensibile, l’intelletto non lo fa certo per sottomettersi a quello, ma per innalzarlo fino a sé. Il suo apparente abbassarsi fino al sensibile è piuttosto un elevarsi di questo fino a lui. Infatti nell’ ”altrità” del mondo sensibile egli trova ora la propria inevitabile unità ed identità;  nel darsi a ciò che sembra essergli estraneo nella sua essenza stessa, egli trova la sua perfezione, la possibilità di dispiegarsi e concepirsi (2). (Ernst Cassirer “Individuo e cosmo” nella filosofia del rinascimento (pp. 268-269). (Leipzig, G. B. Teubner, 1927) Traduzione di Federico Federdi. Proprietà letteraria Reservata)  

Così Cassirer descrive la migliore memoria della sensazione che riaccosta l’uomo verso la memoria della bellezza divina.

Ma a volte il mondo sensibile sottopone l’intelletto ed esso trasforma l’uomo nell’animale o invece gli scopre la memoria della divinità. Nel primo breve capitolo la prima memoria descrive la sera breve che spaventa nelle prime due strofe dell’epopea “Rovina di Atlantide”. Anche Dante così incomincia la “Divina Commedia”:

Nel mezzo del cammin di nostra vita                 

mi ritrovai per una selva oscura,

che la diritta via era smarrita.

E quanto dir qual era è cosa dura                                                                                  ;;4

esta selva e aspra e forte

che nel persier rinnova la paura.

1.Nell mezzo… vita: a trentacinque anni. “Tutte le terrene vite.., montando e volgendo, convengono essere quasi ad immagine d’arco assomiglianti.. Il punto sommo di questo arco.. ne li più io credo tra il trentesimo e quarantesimo anno, e… ne li  perfettamente naturali… nel trentacinquesimo anno” (Conv., IV, XXIII, 6-109: dottrina, che si fonda sull’ autorità di Psalm., 89, 10… (cfr. B. Nardi, Saggi di filosofia dantesca, Milano, soc. Dante Alighieri, 1930, pp. 123-53). La finzione del viaggio oltremondano viene a collocarsi nell’anno 1300, e precisamente in una data prossima all’equinozio di primavera (cfr., in questo stesso canto i vv. 37-40). Tale data trova conferma in numerosi passi del poema, che contengono accenti cronologici più o meno precisi (cfr. Inf., VI, 64-8; X,79-81; XI, 112-4;  XXIV, 122-3; XXVIII, 55-60, 76 sgg.; Purg., II, 98-9; XXIII, 76-8;XXIV, 82-4; Par., IX, 40; XVII, 80-1 ecc.)… 2. una selva oscura: “la selva erronea di questa vita” (Conv., IV, XXIV, 12). Rispetto a Dante, raffigura un periodo di traviamento morale ed intellettuale, come si deduce da Purg., XXIII, 155-20; in generale, è simbolo dello stato d’ignoranza e di corruzione dell’ umanità. — occorre tener presente fin da ora (anche se tale concetto si viene chiarendo e precisando soltanto nel corso della lunga composizione del libro) che tutto il poema è inteso a rappresentare una duplice redenzione: dell’uomo Dante, dai suoi errori, attraverso la considerazione delle conseguenze del peccato e la speranza dell’ eternità beatitudine;  dell’ umanità tutta, dallo stato di decadenza e disordine in cui è caduta, mediante l’acquistata consapevolezza dei fini terreno ed oltre terreno che le sono proposti dalla Provvidenza e delle esatte attribuzioni dei due poteri, temporale e spirituale, che hanno il compito di condurla al raggiungimento di quei fini. L’opera, nel suo complesso, non si genera, nell’intenzione di Dante, da una disposizione contemplativa, e tanto meno lirica; per esplicita attestazione del poeta, essa si propone di stabilire i fondamenti dell’umana felicità.. ritrovare la forma della felicitas importa dunque, per Dante, superare nella propria coscienza, soggettivamente, e, oggettivamente, operando a redimere il “mondo che mal vive”, le ragioni dello status miseriae; ristabilire la saldezza, ch’egli sente pericolosamente minacciata, di un ordine intellettuale e normativo, consacrato da una tradizione secolare di cultura; ricordare la città dell’uomo a combaciare in ogni momento e condizione con il modello trascendente della città di Dio.

         3. Che: in modo che, la diritta via: che conduce alla virtù del singolo e allo stato ben ordinato dell’uman genere; smarrita: “e non perduta; perché chi è già trascorso ne’ vizi, e quando che sia tornata alla virtù, non aveva perduta ma smarrita la via” (Landino)..

         4. Ah: è la lezione da preferirsi (anche se la maggioranza dei codici porta “e” o “et”, e gli altri oscillano fra “ah, ahi, oh, deh”); così legeva Iacopo di Dante; e il periodo esclamativo esige al principio (come avvertiva già Benvenuto) un’intenzione piuttosto che una congiunzione (cfr. M.Barvi, Problemi, I, pp.258-9; G. Randelli, in “Studi danteschi”, Iv, pp.39-53); dura: ardua.

         5. esta: questa. Forma arcaica dell’aggettivo dimostrativo, frequente nel linguaggio dantesco; selva selvaggia: replicazione e figura etimologica,  secondo i canoni del gusto retorico medievale (cfr.,al v.36, volte volto) forte: difficile (cfr., per es., Prg., XXII, 50; Par., XVI, 77; XXI, 76, ecc.). Il nesso apra e forte, anche in Purg., II, 65 — La selva è “selvaggia… , senza abitazione umana e per questo orribile et aspra; cioè malagevole ad andare per essa… e forte, quanto allo svilupparsi e liberamente uscire d’essa” (Buti) 6 : nel pensier: solo a ripensarvi. (“La Divina Commedia” a cura di Natalino Spegno. Ricardo Ricciardi editore. Milano-Napoli, 1954 pp.3-4)

Mi trovai: sottint.:  quando mi destai; quando, cioè, tornai signore de’ miei sensi che la colpa (sonno) aveva vinti, aggiogati. (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 3); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )  

         Come Dante Golokhvastov inizia il suo capolavoro con la descrizione delle ore dopo il tramonto. Come Dante egli si destò quando scoprì il mistero della sua vita precedente per trascriverla nella forma poetica avvicinata simbolicamente alla “Divina Commedia”. Ma non ripete e non imita la descrizione dantesca. Quella sera, come Nostradamus nel XVI secolo immaginava il futuro, Golokhvastov incline al passato. Egli si è stato rivolto molte volte sopra il volume corvo (aperto così) di Platone. L’autore prova a prevedere e a capire tutto quello che egli stesso percepisce come è così conosciuto e vicino. Scopre, attraverso la confusione della memoria della sensazione la memoria del intelletto, e rivolge le immagini visibili della storia: l’Atlantide nell’ enigma della Sfinge si nasconde con la rottura triste. Vede le tracce degli atlanti nel delta del Nilo, nella salvezza di Honduras, nelle onde biscaie, dove abitava cro-maniono. Sente la voce di Atlantide sopra il Tigre, in cui alle terrazze conducevano le scale di Ziggurat. Il poema fa sentire l’eco di Atlantide nelle saggezze delle Veda e di antiche scritture religiose composte da Viassa.

Viassa è il saggio indiano di Leggende  che è stato dipinto, o come il creatore, o come il ricercatore da tanta parte della letteratura in sanscrito. Secondo la tradizione gli appartengono la redazione degli inni vedici e l’ autorità della Magabgarata; il suo nome è anche legato alle Purane, alla Brachma-Sutra e a molte altre opere. Le opere attribuite a Viassa divergono secondo le scadenze delle loro scritture, dunque non si può riconoscerlo come l’ unico autore. Occorre considerarlo solo come il nome che simbolizza l’ attività letteraria che ordinò la massa caotica della scrittura in sanscrito. Anche la parola “Vyasa” è stata interpretata come “raccolta”. (The New Internazional Enciclopedia, Second Edition. 1916. Vol. XXIII, page 2532)”. (Gheorghi Golokhvastov: “Spiegazione delle parole  e i commenti dell’ autore” stampati nel fine del libro la “Rovina di Atlantide” N. Y. 1938 )  

Quello si concepisce nell’ Orione, nei fuochi di Volopasso,  nel culto di Atone, del primo dio del sole degli egiziani antichi. Atone allude alla memoria dell’ incoscienza di tutto quanto è stato visto e sentito sa dell’Atlantide, ma solo tace per la coscienza così come tacciono i perduti manoscritti di Platone. Egli dice che le pietre irragionevoli ricordano quello che l’uomo ha ma non comprende e prova a sostituire dalla dimenticanza mediante il conosciuto.

         L’epopea mostra l’imperfezione della sensazione e del destino e paragona questa imperfezione alla perfezione. Tutti gli uomini aspirano allo scopo perfetto sempre condizionale. I gemelli portano in sé e per sé la bellezza, la salvazione e la rovina previste col sacerdote di Ra, e come tali inevitabili. Che sia l’intelletto orgoglioso giusto immediato, le speranze con l’ ala stanno nella vicinanza falsa a noi, al sogno sembrava che si poteva rompere il bollo sul manoscritto sacramentale. La memoria  della sensazione si scopre in cui il sacerdote si inclinerà sopra lo scheletro del profeta Atlasso col sentimento sprezzante e pieno del sorpasso falso che si realizza come pericolo di dominazione della prima memoria sopra quelle dell’ intelletto e della bellezza divina. Dal miracolo scomparvero lo spazio e il tempo; Ho visto tutto il cammino dell’ umanità… Il legame dei panorami fiorisce intorno all’ unico sguardo nell’ etere. Sembra che il mondo della sensazione sia costituito dalla prima memoria e se quella sappia tutto – non dominerebbero la seconda dell’ intelletto e la terza della bellezza divina sopra la possibilità invertita della prima memoria.

Vicino alla sensazione del sacerdote di dio Ra comparirà assolutamente l’ altro essere indifferente a tutto il terreno, al di fuori da tutti i sentimenti; l’androgino perderà tutta la memoria della sensazione e sarà come se non percepisse nulla e nessuno nell’ambito del mondo materiale. Il desiderio del sacerdote di Ra è contrapposto all’ androgino. Egli non vuole mai abbandonare il corpo e perdere la sua prima memoria essenziale di tutto quanto visto e sensibile che è falsa principalmente e non conduce alla divinità, ma provoca l’ apocalisse che guardasse la fine del mondo o dopo la petizione affinché il sacerdote morisse ma prima di morire visse la rovina dell’isola verde.

Nel “Fedro” Platone scrive: l’ intelligenza divina, nutrita di pensiero e conoscenza pura, e anche ogni anima che abbia intenzione di accogliere ciò che le conviene, vedendo nel corso del tempo, ciò che è, è felice e, contemplando il vero… Mentre si compie il circolo, contempla la giustizia in sé, contempla la saggezza, contempla la conoscenza, non quella a cui è legato il divenire, né quella che è in qualche modo diversa, stando in uno dei diversi oggetti che noi ora chiamiamo enti, ma quella che è conoscenza in ciò che è realmente essere…(247 c-d)… i diversi piani di realtà si dispongono gerarchicamente, dal luogo “dove risiede la stirpe degli dei” a quello a cui tendono le cose “pesanti”, mentre l’ala, forza che agisce dal basso verso l’alto, trae, in qualche modo, il suo nutrimento dal luogo degli dei e dei valori che ad essi si riferiscono (dove ciò che è divino è “bello, saggio, buono e tutto ciò che è simile a questo., 246e 1), instaurando un rapporto di duplice mediazione tra i due piani separati. In ordine a questa simbologia dei valori spaziali, il movimento dell’anima non faceva sospettare: allontanandosi dal luogo dei valori da cui l’ala riceve nutrimento, l’anima rischia di veder morire una parte di sé (“con il turpe ed il cattivo (…) deperisce e muore”., 246e 3-49 e di non potersi mai più risollevare dalla pesantezza, dove il suo principio di eterno movimento continuerebbe a rinnovare una forma degradata e avvilente di esistenza…) …  (“Fedro: Le parole e l’anima” a cura di Fulvia De Luise 1997 Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio 34, 40126 Bologna (88838 Commentario: 246a-247c. Il secondo discorso di Socrate: c) il mito dell’anima: pp.198-199)

Il profeta Atlasso e l’ultimo sacerdote stavano spiritualmente nei diversi piani. Atlasso capiva che la natura che obbliga a morire costruisce così il bello in cui l’ala dell’anima  riceve il nutrimento. L’ immortalità di ciascuno creato rompe quello in ordine di questa simbologia naturale. Atlasso poteva discernere la verità, che nutriva l’anima di pensiero e di conoscenza pura, dalla falsificazione cui essa diventa pesante e perde l’ala al contrario della natura. Il livello spirituale dell’ultimo sacerdote non permetteva di vederlo e di nutrire dello stesso pensiero. Invece egli disdegna la necessità e la legge e leva la testa verso l’essere (imitazione falsa) perché all’interno della sua anima la memoria della sensazione domina sopra quelle dell’intelletto e della divinità. Egli non riesce a capire che la vita immortale non è che un modello limite di felicità, sicuramente precluso agli uomini in quanto anime squilibrare e poi contaminate dal corpo. La vita eterna nel corpo non è che i frammenti del paradiso perduto basteranno a giustificare lo sforzo e la fatica in cui nessuno sarebbe disposto a riconoscere prima facie un modello di felicità...  

Il luogo iperuranio, al di là dei limiti del cielo, è anche oltre i confini della sensibilità e della figuralità linguistica. Accedervi è per gli dei condizione di un sapere puro, senza forme e colori, incomunicabile nella lingua degli uomini, neppure in quella ispirata dagli dei (247 c-d); ed è condizione di felicità, che Platone esprime con la metafora quieta della sazietà fisica (antitetica rispetto al modello dinamico - tensionale dell’eros), sottolineando la stabilità degli oggetti fonte di appagamento (la giustizia, la saggezza, la conoscenza in sé), che è ciò che determina un’analoga stabilità interiore: desiderio e soddisfazione sono tutt’uno, per gli dei, in un corto circuito intellettuale ed emotivo (247d-e). Una  breve frase, che si inserisce come una parentesi nella descrizione di questa condizione esclusiva (sul valore parentetico del passo 247d1-2 – “e anche ogni anima che abbia intenzione di accogliere ciò che le conviene”-, cfr. Hackforth (1952), p. 78 n.1), suggerisce che questa potrebbe essere anche la condizione degli uomini se sapessero distinguere ciò che davvero conviene alla loro anima. Collocata in questo punto, che precede di poco la caduta delle anime umane nella vicenda esistenziale, l’allusione segnala un modello limite di felicità, sicuramente precluso agli uomini in quanto anime squilibrare e poi contaminate dal corpo; ma a questa immagine solleverà la testa chiunque sarà in grado di godere, anche soltanto per un attimo, la gioia della contemplazione intellettuale; i frammenti del paradiso perduto basteranno a giustificare lo sforzo e la fatica in cui nessuno sarebbe disposto a riconoscere prima facie un modello di felicità... l’oggetto reale è la visione è la conquista della visione intellettuale simile a quella degli dei i migliori godono dell’attingere a “ciò che è realmente essere” (247e 3), a sufficienza perché un criterio di distinzione si imprima nella loro memoria, i più si allontano senza aver visto, del mondo vero, abbastanza per diffidare delle immagini (248 a-b). Così la differenza antropologica (tra chi mantiene l’aspirazione a nutrirsi di verità e chi è disposto, senza neanche avvedersi dell’errore, a lasciarsi irretire da opinioni congetturali, il “cibo immaginario”, 248b6) appare fondata, senza rimedio, nell’esperienza pre-esistenziale dell’anima; essa si manifesta nell’esistenza, dopo l’ inevitabile caduta dell’anima alla sua prima prova, come disposizione naturale, che fissa precisi limiti alle possibilità di progresso di ciascun uomo(“Fedro: le parole e l’anima” a cura di Fulvia De Luise 1997 Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio 34, 40126 Bologna (88838 Commentario: 247c-248c. Il secondo discorso di Socrate: d) luogo iperuranio: pp. 200-201)

Le anime che sostituiscono le visioni naturali della divinità dal cibo immaginario confondono gli scopi ed aspirano agli errori perché la sensazione migliore conduce a ciò che è divino irreale realmente e la sensazione peggiore, invece, agli sbagli. Quelli accecano tutti e provocano i peccati. Le loro vittime materializzate sono state reincarnate nei corpi del condottiero, e del ambasciatore dal regno dei barbari, anche del sacerdote, dei gemelli, ecc..  Perché l’ umanità è l’errore ed evidenzia la natura stessa della memoria peggiore della sensazione? Le loro anime non capiscono e non conoscono nulla al di fuori del mondo temporaneo. Il peccato umano provoca i guai e le preghiere nei templi durante le guerre dopo la “Rovina di Atlantide”.

         La confusione tra il sentimento della prima peggiore memoria e la memoria della bellezza divina predice la fine tragica perché la prima migliore memoria conduce alla terza. La terza vuole evitarlo ma non riesce a cambiare nulla perché è la confusione e la radice della confusione è diversa dalla divinità a cui la prima memoria aspira sempre come ogni essere aspira alle perfezioni falsa e vera mediante la terza memoria invertita nell’incoscienza. Ma i sentimenti corporei dei gemelli cessano con la loro eutanasia al di fuori di tutte le memorie. Dante soffriva più di tutti ma non ha mai desiderato di scappare dal destino e le memorie di tutto quanto aveva visto e sentito e che lo legò a Beatrice Portinari nel 1274, è stata acquisita, nella confusione tra la prima memoria migliore e la terza, la migliore forma nella storia umana perché obbliga a trasformare i sentimenti supremi della memoria della sensazione nel frutto geniale della terza memoria della bellezza divina. 

Il dottorato “Letterature comparate” esaminerà, in particolare, i capitoli XI –XXIII (p. 67-126): l’ amore puro nella concentrazione di tutti i vizi possibili della memoria della peggiore sensazione anche analizzerà la migliore sensazione della principessa dei capitoli XLI – XLII, ecc.

 

L’ambito della memoria della saggezza umana o dell’ intelletto come sintesi delle informazioni degli oggetti mai visti e mai sentiti concepite da noi mediante la coscienza.

 

         La “Rovina di Atlantide” concentra l’attenzione nell’eredità dell’antichità orientale che è rapportata alla seconda memoria della mente come sintesi delle informazioni concepite con la coscienza. La memoria sintetizzata è evidenziata nella dedica a V. S. Iliascenko. Si afferma nel viaggio dell’immaginazione quando entrambi, nelle conversazioni dell’ Atlantide, entrano nel mondo delle leggende come nel miraggio aureo. Nel miraggio d’oro viene rappresentata l’eredità della seconda memoria umana. La storia della memoria dell’intelletto lasciò, come i miraggi del passato, la sintesi dell’ attività umana dimenticata. Essa si nasconde nei disegni antichi delle caverne oscure e nello spirito della cenere contemplata. La seconda memoria sintetizza le conoscenze ed avvicinava la forza degli usi delle eredità delle leggende. Tentava la notizia delle verità sotto le tradizioni sacerdotali, sussurrava della verità il mito, in cui lo spirito di Iliascenko diventava il guida sul camino del sogno dell’ umanità. Iliascenko conduce all’essere – previsione, al testamento dell’ antichità; il tesoro trovato con Iliascinko gli è stato dedicato come sintesi della cognizione perduta.

         Nella prima parte “ATLANTIDE” il nostro mondo arriva alla conoscenza con il miracolo delle copie dei gemelli supremi dopo Atlasso. Se la natura dell’incoscienza e il testo perso di Platone sanno ma tacciono dell’ Atlantide nella prima memoria della sensazione, nessuno la concepite dalla coscienza umana nella seconda memoria della sintesi delle informazioni nessuno sa! L’ Oracolo di Parnaso tace e non rivela affari, né nomi, tacciono i profeti dei tempi più antichi di quello che sentì, in Saese, Salone;… all’inizio del “Timeo”, Crizia dà esplicitamente conto degli anelli di questa catena di trasmissione, che dal bisnonno Dropide — amico e parente di Solone — mediante il racconto del nonno di Crizia — omonimo del nipote — giunge fino a lui. (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p. 47). Federa editrice, Padova, 1997)

Ed anche lo stesso Platone non ci racconta dell’ ultima ora…  i venti - desideri delle tormente cantano sopra l’ abisso in cui l’ esistenza di Atlantide trovò l’ ultimo esilio per sempre.  Golokhvastov capisce l’assenza dei nessi storici concreti fra le persone che legavano i dialoghi platonici a Solone e circonda la sua immagine con la nuvola del mistero.  

 La memoria sussurra, splendendo nel mondo antico, conquista l’autore che già si va alla terza memoria della bellezza divina descritta da Platone. Questa mezzanotte la terza memoria si confonde con la seconda sulla base della prima che ci fa rapportare noi stessi al mondo materiale e ci fa percepire e capire tutto nell’illusione. E, nella luce morta della lampara sulla tavola, il sogno aspetta sempre non detto nelle pagine, sopra esso il pensiero è stato tormentato ed è stato svelto il silenzio delle tombe mute. Quello che aveva scoperto il loro mistero dimenticato provocò l’ ira di Nemesida lasciata dalle lettere antichi.   Nel “Timeo” e nel “Crizia” egli (Crizia) è il vero protagonista, incaricato di esporre, dietro precisa richiesta di Socrate e in forza di una competenza riconosciuta, senza mezzi termini, come estesa a ogni aspetto della questione — esempi di realizzazione concreta dello Stato ideale: esempi non solo “realmente viventi”, ma anche “in movimento” del modello utopistico proposto nella “Repubblica”. … Timeo, Crizia ed Ermocrate sono i protagonisti cui è determinato questo compito, protagonisti di dialoghi omonime in un probabile progetto di trilogia, di cui, come è noto, Platone realizzò solo il “Timeo” e l’incompiuto “Crizia” (“Maledetta democrazia” studi su Crizia  V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra lunga della. “Crizia” e Crizia (pp. 256-257). Edizione dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999).  

         Golokhvastov utilizza la ricchezza dell’eredità storica sintetizzata dalla modernità. Sulla base della loro sintesi costruisce le catene delle sue immagini, ove la seconda memoria gioca il ruolo del materiale costruttivo. Secondo la memoria della sintesi delle cognizioni concepite, Dante scopre i destini degli attivisti storici perché si appoggia sulla memoria ragionevole della sua epoca nelle dimensioni più espansibili di tutti gli altri poeti epici.

         Gli interessi di Dante corrispondono alle ricerche del suo periodo storico quando l’ umanità sintetizza il passato e la nuova caratteristica della gerarchia religiosa. Già alcuni pontefici non sono inviati in Paradiso. Dante osa dirlo come nessuno in precedenza, per la prima volta nella storia, del supremo.  (Inferno XI, 7 – 13: papa Anastasio / Purgatorio XIX, Adreano V, 79 – 145), papa Nicolò III (Inferno XIX, 31- 120), papa Bonifazio VIII candidato all’ Inferno (Inferno XIX, XXVII 70, / Purgatorio XX 87, XXXII 149 / Paradiso XVII 49, XXVII 27, XXX 148 — simboleggiato), inoltre  guadagnarono il Purgatorio gli ebrei del Vecchio Testamento e due gentili: Catone (Purgatori I, 31 – 108) e Stazio (Purgatorio, XXI 10 – 136, XXII – XXXIII, in cui dal 133 – 134 XXXIII canto del Purg. Beatrice dice a donnescamente: “Vien con lui, invitandolo al Paradiso).

E ancora  Bonaventura (1217 – 1274) nel “Itinerarium mentis in Deum”  (1259 – 1260) aspira a descrivere, in termini teorici, l’ ambito divino sulla terra. Al inizio        del XIV secolo questo desiderio si trasforma nello scopo di descrivere totalmente il mondo divino che ci governa da cui si svolgono tre regni dei morti: l’ Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.  

         Dalla fine del XIX secolo sino alla seconda guerra mondiale domina l’interesse, in Europa e in America, per i culti orientali non musulmani del Buddismo, all’ enigma di Sciàmbala, agli egiziani, alle civilizzazioni scomparsi dei latinoamericani, ai cinesi, ecc.. L’ interesse per quel periodo corrisponde alla descrizione totale dei mondi dei morti nel XIV secolo come, nella seconda metà del primo secolo A. C., dominava l’ idea di superare Omero nello spirito latino che è stata rappresentata nell’ “Eneida” di Publio Vergilio Marone.

Se Vergilio realizzò lo scopo della sua epoca parzialmente perché non completò l’ epopea “Eneide” a causa della morte lungo il viaggio per i luoghi leggendari. Dante superò lo scopo stesso, la sua “Divina commedia” divenne imparagonabile alle epopee poetiche antecedenti e successivi fino al XXI secolo. Il tentativo di comporre l’ opera epocale simile si evidenzia due volte nella poesia epica della Russia.

La prima prova “Sibiriada” di Tretiakòv del XVIII secolo fu più vicina a Vergilio ma non conseguì nessun successo. La seconda prova fu più vicina a Dante e costituisce l’oggetto della dissertazione attuale; è la “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov che riflette lo scopo epocale di avvicinare il lettore europeo all’eredità dei culti orientali non musulmani.

I significati essenziali dei 133 concetti filosofici dell’ antichità rappresentati  da Golokhvastov alla fine del libro la “Rovina di Atlantide”  secondo la memoria della saggezza umana o dell’ intelletto .

            La potenza poetica diffonde la memoria dell’ intelletto con la memoria della sensazione mediante l’ espressione poetica che si evidenzia con la memoria della bellezza divina, la cui base, analizzata in questo capitolo essenziale della dissertazione, è la seconda memoria della sintesi dell’ informazione con l’intelletto. La seconda memoria viene svolta con la spiegazione dell’ autore stesso Gheorghi Golokhvastov ed anche è stata confrontata alla sintesi di questa informazione esaminata nella fine del XX secolo e nell’ inizio del XXI. La ristampa dell’edizione G. C. Sansoni pubblicò “La Divina commedia” di Dante Alighieri nel 1922 a Firenze, in cui ogni pagina di destra rappresenta le spiegazioni dei concetti filosofici delle immagini implicite e delle parole diventate non utilizzabili nella lingua contemporanea.

         La “Rovina di Atlantide”, composta nel 1935, ha l’ enumerazione dei termini filosofici e la loro spiegazione fatta con l’ autore stesso. Essi sono stampate nelle 27 pagine nella fine del libro. Questa spiegazione comprende 133 concetti la maggioranza dei quali è legata all’ antichità che diventa la base essenziale della seconda memoria. L’ultima sintetizza le informazioni storiche concepite con la coscienza umana.

Ad esempio: Cromlech — il tipo speciale dei monumenti megalitici (Inghilterra). Esso consiste di 2 enormi mengiri, le pietre spostate in verticale che formano uno o alcuni cerchi. Essi circondano la piazza, al centro della quale sta la pietra più grossa. Presuppongono che i cromvech avevano il significato religioso. Nella dedica a Vladimir Stepanovitsh Iliascenko Golochvastov presuppone che gli abitanti di Atlantide siano famosi fra i popoli primitivi che imitarono, nei loro primi monumenti storici, gli atlanti, i fondatori della prima civilizzazione umana. Le pietre grandiose, spostate in verticale con i cerchi intorno, verosimilmente, simbolizzano la civilizzazione più alta che si descrive con la “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov.



La prima parte “MAGIA DI ATLANTIDE”:

 

P. 15: 2.“Timeo” di Platone (427-347 A. C.), in cui il filosofo descrive la fine di Atlantide seguendo la decisione degli dei. (Platone, “Timeo” e“Crizia” , Rusconi Libri s. r. l., Milano 1994, 1997)

L’articolata struttura di opposizioni, elaborata da Platone nella potente metafora mitistorica del “Timeo” e del “Crizia”, è stata messa in luce ed ampiamente analizzata negli studi. Plat. “Timeo” 20d-25d; Crit. 108c-121c. Per le considerazioni che seguono gli studi di Vidal-Naquet e di Brisson vd. Anche  “Le méme et l’autre dans la structure ontologique du Temée de Platon. Un commentaire systématique du Temée de Platon”, Paris 1974, e l’ introduzione e commento a Platone, “Timée” / ”Critias”, Paris 1992) Cfr. Gill, pp. 294 ss. (e bibl. Essenziale alle nn.1-3 p. 287). Vd. Ora Bertelli e della p 610s. (cfr. Id., “Itinerari”, pp. 42 s., 51); Desclos, pp. 141 ss. (con bil. Alla n.2 p. 141); Ellinger, pp. 863 s; Centenni pp. 45 ss.; Morgan, pp. 108 ss. (ultimo contributo in ordine di tempo, in cui spiccia la totale assenza di attenzione per il ruolo di Crizia come narratore designato del mito). Cfr. suggerimenti negli studi del passato ricordati Da Lévèque – Vidal-Naquet, n. 10 p. 138 e da Vedal-Naquet n. 28 p. 252 (cfr. Id., “Hérote et l’Atlantide: entre les Grecs e les Juifs. Réflexions sur l’historiagraphie du siècle des lumière”, “OS” 16, 1982, pp 3 ss., in part. pp. 43 ss.). Minore attenzione nel complesso è stata riservata al significato della designazione di Crizia a un ruolo di depositario e latore della narrazione mitologica.  (1) (“Maledetta democrazia” studi su Crizia  V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra lunga della. “Crizia” e Crizia. (p. 257) Edizione dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999)   

Pensati come un’opera suddivisa in due parti narrativi, il Timeo e il Crizia sono strettamente conseguenti al progetto, teoretico e politico, presentato nella “Repubblica”. Nella finzione politica, il Timeo — e quindi il Crizia, immediatamente successivo a quello — è posto in diretta successione cronologica rispetto alla “Repubblica”, dialogo che si immaginava abbia avuto luogo il giorno precedente… senza soluzione del filo concettuale e narrativo che si interrompe alla fine del Timeo, nel Crizia il protagonista riprende la narrazione del mythos storico sulle origini antichissime di Atene e sullo sviluppo — parallelamente alla politeia nell’Attica — della civiltà di Atlantide, al di là delle colonne d’Ercole. Questo lo schema compositivo del Timeo e del Crizia: Timeo: 17 A-C Incontro dei personaggi: Socrate, Ermocrate, Crizia, Timeo; 17 C – 19 B Socrate riassume il suo discorso nella “Repubblica”; 19 C – 20 B Socrate chiede di vedere la città in azione; 20 C – D: Ermocrate propone che Crizia narri un mito; 20 D – 25 D Crizia inizia il mito dell’ Atene antica e di Atlantide; 25 D – 26 E Crizia si interrompe; 26 E – 27 C Socrate e Crizia passano la parola a Timeo; 27 D- 92 C Timeo racconta il mito cosmologico. Crizia:  106 A – B Timeo conclude e passa la parola a Crizia; 106 C – 108 C Dialogo fra Crizia, Socrate, Ermocrate, 108 c – 121 C Crizia riprende con il mito di Atlantide; 121 C ss. (il dialogo è mutilo dell’ultima parte che doveva comprendere la fine del discorso di Crizia, e il discorso di Ermocrate). (pp. 45-46) … Crizia dunque, o meglio la memoria di Crizia, è l’ archivio di una tradizione antichissima, altrimenti perduta, che solo per lui si conserva; in questo senso risulta importante il metodo di rammemorizzazione che Crizia mette in atto per prepararsi al racconto del Timeo e la preghiera a Mnemosine che introduce l’inizio della narrazione nel Timeo e la sua ripresa nel Crizia. (p. 47) (2) (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi (pp. 45-47), Francesca Ghedini e Alessandra Coppola. Federa editrice, Padova, 1997)

“Timeo”: p.1 3. Rianimazione di Solone. Nel “Timeo”, Socrate paragona il suo stato d’anima, nei confronti della città ideale, a quello di chi non si accontenta di vedere degli animali dipinti o vivi ma immortali, ma desidera osservarli in movimento (kinumenna) mentre danno prova di sé. (Plat. Tim. 19b-c (vd. Supra, cap. I, 1.4 ) … Il cui possibile è in cielo, in Resp. IX 592°-b, e i “fatti a quanto pare accaduti” grazie ai quali si potrà “fare ricerca non sul vuoto, ma sull’ accaduto e sulla verità ”, in Leg. II 683e-684°. Sulla centralità del tema politico nel “Timeo”, cfr. C.Osborne, Topography in the pp. 104 ss.; per i fondamenti contribuiti di Bertelli e della Isnardi, vd. Nn. Ss.).

Il linguaggio mitico del Timeo platonico deve, per forza, attenuare questa distinzione: infatti, poiché conosce solo la dimensione dell’accadere temporale, deve convertire tutte le differenze qualitative in differenze dell’origine de della creazione del tempo. Così l’anima diviene qui un essere misto, nel quale il creatore, il demiurgo, ha impresso, e in certo modo, le due nature opposte dello stesso e del diverso, del taftòn e fsateron. (Ernst Cassirer “Individuo e cosmo” nella filosofia del rinascimento (p. 201). (Leipzig, G. B. Teubner, 1927) Traduzione di Federico Federdi. Proprietà letteraria Reservata)

III Cap. p. 35: Ziggurat e Il XLVI cap. p. 234. sm. E f. Invar. Archeol. Nell’antica Mesopotamia, sorta di torre costituita da piani o terrazze sovrapposte e di ampiezza decrescente verso l’alto, sulla cui sommità sorgeva un tempio. Fogazzaro, XIV-179: Sullo Ziggurat di Borsippa,.. salirono mitrati sacerdoti alternanti allo studio del cielo canti e sacrifici propiziatori degli astri. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)

2. “Crizia”: Platone, con le parole di Crizia racconta dei bravi uomini dell’ altra città Atene nove mila anni fa che venne dimenticata a cause di molte catastrofi. Crizia descrive la potenza dell’ esercito di Atlantide desideroso di conquistare il mondo, la cui isola venne sprofondata nel mare. Dal paragrafo (113 a) Crizia narra la storia di Atlantide. Egli racconta che Cleitò, la figlia di Eunore e Leucippa morti prima della scadenza, diventa la moglie di Nettuno (Poseidone) e generò dieci fratelli, cinque copie di gemelli principi. Tutt’altro che casuale, in realtà, il fatto che Platone disegni proprio Crizia per il ruolo di interprete e possessore delle chiavi di quella che, con le dovute cautele, potremmo chiamare utopia e che è una delle forme in cui viene proposto un modello ideale di organizzazione politica… Cfr. le premesse metodologiche e le puntualizzazione di Bertelli, “Utopia”, pp. 472 ss. (in ”Motivi utopistici, pp. 137 ss. Cfr. anche Quarta, pp. 9 ss.; Ambaglio, “Diodoro”, pp. 154 ss.; A. m. Iacono. “L’utopia e i Greci”, in “I Gheci”, I, Torino 1996, pp. 883 ss..) Sull’evoluzione del genere cosiddetto “utopistico”, da premesse platoniche (con antecedenti) finalizzate alla “rifondazione logica dell’universo della politica che cerca un rapporto dialettico con la realtà”, vd. In partic. Bertelli, “L’utopia”, pp. 480 ss., 549 ss.; Id., “Itinari”, pp. 40 ss., 44. Cfr. anche “Introduzione”  (“Maledetta democrazia” studi su Crizia  V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra lunga della. “Crizia” e Crizia. (pp. 257-258) Edizione dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999)

            Golokhvastov scrive di quello sulla pagina 34 del II cap.: …Gli risponde,  con l’ estasi viva, il gemello di Atlasso, nato il secondo; dopo lui i loro fratelli minori — quattro ceti educati nella famiglia dei gemelli… Nella pagina 37 del III cap. della “Rovina di Atlantide” narra che Atlasso, fra le eredità dei padri ordinò di dare le decime parti a sé e ai fratelli: cinque pari dei gemelli. Secondo questo frammento si capisce che il profeta Atlasso non è Nettuno, il cui culto gentile è assente nell’ opera dell’ autore cristiano. Ma Golokhvastov, al massimo, utilizza il testo del “Crizia”, in cui si racconta che Nettuno circondò il colle centrale con tre anelli di acqua e di terraferma e fece due fonti dell’ acqua calda e dell’ acqua fredda. Egli separò l’isola in dieci parti e la distribuì fra i fratelli. Egli regalò la casa della madre al maggiore, secondo Golokhvastov, il cui nome di Atlante si  sostituisce da Atlasso. Non si può non ricordare la fine del XXIX canto del “Purgatorio” della “Divina commedia” di Dante Alighieri (versi: 133-141):

Appresso tutto il per trattato nodo                                                                133

vidi due vecchi in abito dispàri,

ma pari in atto e onesto e sodo.

L’ un si mostrava alcun de’ famigliari                                                           136

di quel sommo Ipocrite che natura

a li animali fe’ ch’ ell’ ha più cari;

mostrava l’ altro la contraria cura                                                                 139

con una spada lucida e aguta,

tal, che di qua dal rio mi fe’ paura…  

         133. Apresso… nodo: dietro al gruppo ( nodo ) di personaggi già descritti (per trattato: cfr. Inf., Xi, 80). 134. dispari: differenti. 135. pari… sodo: simili nell’atteggiamento dignitoso (onesto) e grave (sodo: propriamente “non mutevole, che non scompone”). 136-8. L’un … cari: uno appariva, all’abito, un seguace di quell’ Ipocrite, che la natura creò a beneficio degli animali che essa predilige, per la salute cioè degli uomini. Mostrava d’essere un medico; ed è san Luca, qui considerato in quanto autore in quanto autore e simbolo degli “Atti degli Apostoli”. 139-40. l’altro… aguta: san Paolo, in quanto autore e simbolo delle Epistole. È rappresentato tradizionalmente con la spada; e Dante gli attribuisce contraria cura a quella del medico, non di sanare i corpi, bensì di ferire le anime e scuoterle con la parola eloquente e severa: “gladium spiritus, quod est verbum Dei” (ad Eph., 6, 17; cfr. Ad Herb., 4, 12, e Isai., 49, 2).  141. “di qua dal rio”: benché mi trovassi di qua dal fiume. (pp. 731-732) (1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi. Editore –Milano-Napoli 1954.)                             

“Due vecchi: l’uno rappresenta gli Atti degli Appostoli, scritti da san Luca, l’altro è san Paolo, autore delle Epistole. Sodo: grave. Famigliari: seguaci, discepoli (Paul ad Coloss., IV, 149 d’ Ippocrate, il famoso medico (Inf., IV, 14) nato per la sanità degli uomini. Contraria cura: cioè la cura di ferire anziché di sanare (2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p.691) ; ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )

Questi due vecchi emergono dall’ incoscienza di Dante e subito, verosimilmente, Dante ricorda le immagini leggendarie del “Crizia” il primo è la copia riflessa del primo fratello con una spada brillante, la sua contrapposizione. Ma egli capisce che la loro origine è il frutto del paganesimo, dal rio delle immagini incalcolabili lo spaventa la moralità cristiana. Forse per quella causa stessa quattro individui (simboli delle epistole canoniche) in umile paruta (apparenza) al contrario di quattro copie di gemelli che così sono mutati sotto la riconoscenza dell’ eredità antica e sotto l’ influenza del cristianesimo. Tutte e due legate insieme si trasformano nei simboli canonici. Il settimo, verosimilmente, è , invece, il prototipo condizionale dell’ultimo sacerdote antipodo di san Giovanni evangelista, secondo la critica tradizionale, come l’ autore dell’ “Apocalisse”: e di retro da tutti un vecchio solo venir, dormendo, con la faccia arguta (Purg. XXIX 143-144). San Giovanni era tuttavia l’ apostolo che accompagna tutti visti e benedetti con Cristo. Essi ereditarono il Paradiso e non possono stare nei supremi cerchi del Purgatorio. Allora questo settimo vecchio non è san Giovanni? Se Stazio ottiene la possibilità di accompagnare Dante fino al Paradiso, quei sette vecchi, dormendo, potrebbero rappresentare le anime sacrali ancora non cristiane che provocano la paura di Dante. Il settimo, simbolizza sette principi antichi come sette alberi d’ oro (Purg. XXIX 46). Il desiderio esplicito di Dante non identifica dopo i due vecchi simili con i primi gemelli atlanti. Ma prima di introdurre, dall’ incoscienza, queste due vecchie copie, nel 134 verso, Dante, verosimilmente, allude alle prime genti che non erano peccatori ancora come i primi atlanti, non secondo la Bibbia ma secondo la leggenda gentile dell’età d’ oro, che si evidenzia in quello stesso XXIX canto del “Purgatorio” (versi 85-86): Tutti cantavan: “Benedicta tue!” //  ne le figlie d’ Adamo, e benedette // sieno in eterno le bellezze tue!. Il primo vecchio è, e dopo mascheramento con la paura evidente, poteva essere, Atlante di Platone e Atlasso di Golokhvastov. L’immagine di Atlasso assume il ruolo del primo vecchio dantesco perché il primo profeta cura le anime infelici come il settimo vecchio bipolare e predice l’apocalisse con l’ amuleto celato nel tempio dei morti.

Perché Dante descrive qualche principio nel XIX canto del “Paradiso” (55-69) che conduce al fondo del mare?

non può da sua natura esser possente                                          55     

tanto, che suo principio non discerna

molto di là da quel che l’ è parvente.

Però ne la giustizia sempiterna                                                     58

la vista che riceve il vostro mondo,

com’ occhio per lo mare, entro s’ interna;

che, ben che da la proda veggia il fondo,                                       61

in pelago nol vede; e non dimeno

ègli, ma cela lui l’ esser profondo.

Lume non è, se non vien dal sereno                                                         64

che non si turba mai; anzi è tenèbra,

od ombra de la carne, o suo veleno.

Assai t’ è mo aperta la latèbra                                                      67

che t’ ascondeva la giustizia viva,

di che facei question cotando crebra.

         Parvente: appariscente: appariscente, manifesto alla mente degli uomini. la vista: dell’intelletto. L’intelligenza che gli uomini ricevono da Dio. com’occhio: vede poco o niente, come occhio che cerchi, guardando nelle acque, di indagare gli abissi del mare profondo. in  pelago: lunghi dalla proda, nell’alto mare. ègli: vi è ; sottint: il fondo. Intendi: anche in pelago, anche sotto le alte acque del mare è il fondo, ma la sua profondità lo nasconde, lo rende impenetrabile allo sguardo umano. Lume non è: non v’è sapienza, se non emana da Dio. ombra de la carne: falso vedere dei sensi. Suo veleno: peccato, “perversità carnale” (Scartazzini). Latèbra: nascondiglio.  di che: del quale nascondiglio, del celarsi della viva giustizia. Crebra: voce lat.; frequente. (“La Divina Commedia” p. 3 (p.945); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )

Il suo principio non discerna come occhio, che vede poco, per lo mare, entro s’ interna in cui si nasconde qualche mistero. Forse Dante perde l’ autocontrollo cristiano inconsciamente ed allude all’ immagine di Atlantide gentile? Egli vuole giustificarla? Perché? Verosimilmente egli non leggeva Platone ed aveva solo sentore della terra uscita sotto l’ acqua? Egli desidera rapportare la terra leggendaria alle figlie d’ Adamo? Si può capire perché compare la paura che ferma il racconto dei primi gemelli del 141 verso del XXIX canto del “Purgatorio” dantesco?!

Com’ occhio: vede poco o niente del passato, come occhio che cerchi, guardando nelle acque, di indagare gli abissi del mare profondo verosimilmente per trovare l’Atlantide rovinata sul fondo, la cui tematica era proibita e provocava involontario la paura del XXIX canto del “Purgatorio”? Capiamo il concetto “in pelago” come “lunghi dalla proda” forse della terra scomparsa che sfondò nel fondo dell’ ”altro mare”. La nozione “ombra di carne” è compresa verosimilmente come “falso vedere del senso”. Verosimilmente questa visione falsa del senso diviene la falsa visione del senso della memoria della sensazione dell’ultimo sacerdote. La perversità carnale si incarna nell’amore pervertibile dei gemelli nella “Rovina di Atlantide” che diviene il veleno che conduce al Paradiso secondo la comprensione di Golokhvastov.  La sua immaginazione poteva interpretare il concetto “errato visto” come l’ errata comprensione del mondo. Egli lo trasforma nello scopo errato dell’ ultimo sacerdote che voleva ottenere l’ immortalità errata. Il concetto “latebra: nascondiglio” si riflette nella predestinazione reale della nascita dei gemelli innamorati e del desiderio dell’ ultimo ad essere immortale. Entrambi fati erano previsti con Atlasso e celati nel nascondiglio dell’ amulete sul suo scheletro.

Dopo questo principio vuole giustificare, nei versi 70-81, un’ uomo che nasce a la riva de l’ Indo, e quivi non è chi ragioni di Cristo né chi legga ne chi scriva? Forse Dante paragona le figlie d’ Adamo benedette in eterno e quello indiano che muore non battezzato senza peccato in vita e in sermone (75)? Così Dante percepisce l’esistenza naturale dei gentili come la principe e la principessa innocenti?

A la riva de l’Indo: Asia. Cfr. Purg., XXVI, 21. chi ragione: chi cerchi divulgare la fede di Cristo, con predicazione, letture e scritture intorno alla venuta, alla passione, alla morte e alla resurrezione del Salvatore. “Ai tempi di Dante l’India era riguardata come una delle parti del mondo più remote da  Roma” (Scartazzini). in vita: in opere, o in parole (sermoni). ov’è: qual’ è: per qual ragione di giustizia. spanna: palmo: l’ apertura della mano. Cfr. Inf., VI, 25. (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 945); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )

Può essere che queste questioni siano la causa essenziale perciò Golokhvastov è legato alla “Divina commedia” affinché essa divenga una delle basi principali, dopo “Crizia”, della memoria oggettiva dell’ intelletto ed affinché Golochvastov componga simbolicamente le idee primordiali e le immagini della “Rovina di Atlantide”?

L’ immagine stessa di Atlantide diventa cristiana nella “Rovina di Atlantide” in cui domina il monoteismo di Ra e la proibizione dei sacrifici degli uomini con l’unità della trinità. Quei dieci re sono sostituiti dall’ unico che è il padre dei gemelli nell’epoca dell’ultimo sacerdote. Secondo la sintesi dell’ eredità storica, nella “Rovina di Atlantide” agli altri nove re appartengono le altre isole circondate che non partecipano nello sviluppo degli eventi della “Rovina di Atlantide”.

La natura dell’ isola, nel “Crizia” di Platone, era la più ricca di tutto il mondo.  I re atlanti di volta in volta ricostruivano di nuovo l’edificio, in cui abitava Nettuno, secondo la leggenda, e lo idealizzarono. I re ordinarono di costruire i ponti fra gli anelli acquatici avendo fatto gli itinerari dalla capitale e al ritorno per permettere una sola triera. Così formarono l’entrata dal mare. L’ anello estremo era più esteso ed aveva il diametro di tre stadi. Il  diametro stesso aveva l’ anello di terra. Gli anelli seguenti di acqua e di terra avevano l’ estensione di due stadi. Il diametro dell’ ultimo anello acquatico aveva l’ estensione di uno stadio. Le pietre con i colori bianco, nero e rosso prendevano da ogni anello. Molte costruzioni erano facili. Alcune erano state costruite con le pietre di diversi colori. Vicino ad ogni ponte fecero le torri e i portoni. Le mura intorno al primo cerchio vennero coperto col metallo cupreo. Il muro del cerchio interno venne coperto con lo stagno. Il muro che circondava l’acropoli venne coperto con l’oricalco brillante che rifletteva i raggi solari. Il diametro dell’ isola centrale della capitale aveva 5 stadi dove stava il palazzo descritto, il tempio di Cleitò e di Nettuno, il tempio di Nettuno, il giardino degli alberi della bellezza inesauribile, ecc.. Il tempio essenziale di Cleitò e Nettuno era circondato dal muro d’ oro. Era il tempio di Nettuno della lunghezza di uno stadio, il largo di tre pletri. Lo stile della costruzione aveva un che di barbarico. Secondo Golokhvastov così deve essere stato descritto lo Ziggurat. Secondo “Crizia” (118) all’ interno l’ Atlantide aveva la pianura circondata con le montagne più alte di tutte le esistenti. La lunghezza di questa pianura era di tre mila stadi.

L’insieme delle caratteristiche di Atlantide realizza in uno stesso tempo la paradigmaticità alternativa all’ Atene primordiale e l’analogia con l’ Atene classica, l’Atene sbagliata da rifare. Abbiamo così l’allusione alla dismisura già a livello di risorse primarie e di sfruttamento del suolo (i due racconti l’hanno, Crit. 118) … (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p.261). Federa editrice, Padova, 1997)

            La distanza, dal mare fino alla capitale (Atslano di Golokhvastov), ammontava a due mila stadi. Perciò  l’ Atlantide, nel poema di Golokhvastov, resta l’ isola e non si trasforma nel continente secondo il “Timeo” in cui, invece, il sacerdote  egiziano racconta a Solone che l’Atlantide era più estesa della Libia e l’ Asia insieme. La pianura di Atlantide aveva la forma del tetragono. Molti genitori dei re la trasformarono nel paradiso che aveva la foresta di tutti gli alberi, i fiumi, i laghi, i prati. Il grande canale, circondante tutta la pianura, conservava la sua forma armonica. Esso attingeva le acque di tutti i fiumi ed usciva al mare. Tutte queste informazioni, sintetizzate con la memoria dell’ intelletto di Golochvastov, sono evidenziate nella seconda metà nel III cap. della “Rovina di Atlantide” nelle pagine 36 e 37.

Le donne di Atlantide, così come gli uomini dovevano servire nell’ esercito. Ogni territorio, composto di dieci stadi per dieci, era rappresentato dal proprio capo militare. La quantità di tutti i partecipanti alle guerre consisteva in 60 000 persone. Durante le guerre le quadrighe dovevano avere una consistenza di 10 000 individui. Crizia, nel “Timeo”, enumera tutti i tipi di soldati, di tecniche militari e dell’ arma conosciuti nell’ antichità.

Ognuno dei dieci re poteva comminare la penna capitale ai suoi sottoposti. Le regole fra i re erano scritte sulla stella costruita nell’ epoca dei primi re all’ interno del tempio di Nettuno, secondo Golokhvastov nello Ziggurat, in cui i re si riunivano ogni quinto o ogni sesto anno. Nel giardino di Nettuno abitavano i tori che rappresentavano il simbolo dell’ animale sacrale. Prima di discutere i loro problemi i re sceglievano l’ animale per il sacrificio e sulla stella uccidevano in modo che il loro sangue si riversasse sulle scritture. Qui Golokhvastov contraddice a Platone. Il processo della vittima non religiosa passa, alle pagine 102-106 del XVIII cap., nel palazzo, nel tempio del condottiero, invece, non all’ interno del tempio di Ziggurat.  Golokhvastov descrive come gli uomini, invertiti con la vita dolce, conducono, al sacrificio laico e orribile del sacrilegio, due animali. La pecora doveva essere tagliata. Il nero capro compariva sopra la stella sanguinosa. Nel XVIII cap.(p. 109), la plebe senza vergogna è stata introdotta all’ interno dello Ziggurat. Prima nella pagina 36 del terzo capitolo della “Rovina di Atlantide” è scritto che sulla blu altezza celeste, su tutti le torri della santa Montagna era il settimo grado coronato col tempio. Lì il testatore muto della sventura, la pietra di Altare dei sacrifici sanguinosi proibiti, fu innalzato con lo sforzo difficilissimo degli uomini, e la lama di sacrifici con i rilievi a sempre è messo sulla pietra canuta.

Fra i re di Atlantide vigeva la legge secondo la quale, che nessun re dovesse combattere contro altri re dell’ isola, e prescriveva che tutti aiutassero reciprocamente durante le guerre. Pochi generi osavano ribellarsi per sostituire la dinastia. Prima, quando vivevano nell’ amicizia, disprezzavano i tesori materiali e rispettavano gli ordini degli antenati e la natura divina conservava fra essi la sua potenza. Quando prevalsero l’avarizia incontrollabile e la sete del potere illimitato Zeus volle condannarli. Perché egli riunì gli dei e vi si appellò, verosimilmente, con la domanda che fare. Dopo il testo di Platone è perso. Si può solo supporre perché il testo sia stato interrotto o Platone stesso non volle sviluppare questa tematica? L’immagine iniziale di Atlantide è quella di un equilibrio realizzato e tuttavia dal principio precario. L’ottimo contributo della Desclos (pp. 142 ss.) non tiene conto della precarietà congenita adombrata nella metafora Atlantide / Atene imperialistica marinara, e democratica, volata alla catastrofe. Le trasgressioni degli Atlanti —i quali ad esempio violano con ponti e collegamenti la posizione separata dell’isola centrale stabilita da Poseidone (Crit. 113 d-e), così come gli Ateniesi collegano la città al porto con le lunghe Mura (pp. 144, 154) – accelerano un processo degenerativo, che è però predestinato. Atlantide, a differenza dell’antica Atene, contiene in sé i germi della decadenza, perché nasce già nel segno della hybris, della dismisura correlata alla vocazione marinara. (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p. 262). Federa editrice, Padova, 1997)

La seconda memoria sintetizza il “Crizia” di Platone dal punto di vista del cristianesimo moderno con l’ illusione speciale alla svastica della sua fatalità.

 

 íèæíåì õðàìå àëòàðü Çèããóðàòà

Ðîñêîøíî òîíåò â óáðàíñòâå öâåòîâ.

Ìîÿ îäåæäà áåëà è áîãàòà

Ðàñøèâêîé ñâàñòèê, áûêîâ è êðåñòîâ.

 ìîåé òèàðå ðóáèí íàä ðóáèíîì

Íà òð¸õ êîðîíàõ òðîéíîãî âåíöà,

Êàê ñèìâîë òðè çíàìåíóåò Ëèöà

Òîãî, Êòî ñëèò â åñòåñòâå òðèåäèíîì.

Ìîé ïîñîõ îñòðûé, êàê ëó÷ ó êîíöà —

Èç âåòâè êåäðà èñòî÷åí; âêðóã òðîñòè

Äâå êîáðû âüþòñÿ èç ìàòîâîé êîñòè

Êëûêîâ ñëîíîâüèõ; îíè ñêðåùåíû

Âíèçó ó òîíêèõ è ãèáêèõ óõâîñòèé;

Ââåðõó èõ ãëàâàì ñêðåùåííûì äàíû

×åðòû ëþäñêèå: â îäíîé âåëè÷àâûé

Ïðàîáðàç ìóæà, â äðóãîé æå ëóêàâûé

È òîìíûé îáëèê æåëàííîé æåíû;

È çíàêîì ñîëíöà êàðáóíêóë êðîâàâûé

Âåí÷àåò, ðäåÿ, ñîþç èõ äâóãëàâé...

 

E nel basso tempio l’ altare di Ziggurat  si perde nelle decorazioni dei fiori. Il mio vestito è bianco e ricco; è la svastica dei tori e delle croci. Nella mia tiara il rubino sta sopra il rubino su tre corone della ghirlanda tripartita, come il simbolo, prevede tre Facce di quello che è unito nell’ unità triplice. Il mio batocchio piccante, come il raggio alla fine, dal ramo del cedro esso è intagliato; intorno al batocchio sono state serpeggiate due corbe fatte di denti di elefantino; esse sono state in crociate giù con le code sottili e inclinabili. Sulle loro teste sono regalati i tratti umani: di una cobra è il grande prototipo del marito, dell’ altra è la lussuria e l’immagine tentata della moglie desiderabile; e con il segno del sole il carbuncolo sanguinoso corona, brillando, l’ unione di loro ambedue.

Il cifrano arde con la vittima della benedizione; colmo è il tempio con la fumata beata del sandalo…E con il fumo al cielo si alzano i famosi inni, per il posto regio, vicino al trono ove fumo il ladano: i leoni intagliati su metallo servono ai piedi del re. (Dalla prima metà del V c., pp. 44-45)           

L’ informazione del “Crizia” che racconta dell’ isola scomparsa diventa la base essenziale della memoria dell’ intelletto alla composizione della “Rovina di Atlantide”. La memoria dell’ intelletto non riesce ad esistere in nessun arte senza diffusione con la memoria della sensazione e con la memoria della bellezza divina, mediante la quale viene sintetizzata l’ eredità storica dell’ umanità.

5. Cromanioni o Cro-manioni sono tribù che abitavano in Europa nella regione di Biscaia e sono da considerarsi gli immigranti salvati dall’ Atlantide (Lewis Spence: “The problem of Atlantis”; charter V: the Evidenze from Pre-History. (Pages 57-72.) London. 1924) Golochvastov presuppone che il cro-manionus in cui ascoltiamo la notizia dei discepoli del profeta Atlasso che prima, nella storia, regalò il concetto della bontà divina agli atlanti che, verosimilmente, erano i cromanioni, la quinta e la prima, simultaneamente, razza umana. Secondo la teoria di Darwin il cromaniono è da considerarsi l’ ultima specie della scala dell’evoluzione degli umanoidi: 1) Parapiteco, 2) Driopiteco, 3) Ramapiteco, 4) Australopiteco, 5) Pitecantropo, 6) Sinantropo, 7) Neandertaliano, 8) Cromagnono, 9) Il mutante, in una parte di una quarta neandertaliano e per tre quarte parti cromagnono è l’ uomo contemporaneo che è da considerarsi l’ HOMO SAPIENS; l’ analisi biologica dimostra che la massa del cervello dei cromanioni suprema la massa del cervello degli uomini contemporanei. Chi era quella razza scomparsa resta l’ enigma fino ai nostri giorni. Verosimilmente essa era la razza degli atlanti?  

P. 16: 8. Atono o Aten (Atem, Tem, Atmu) è il dio egiziano del sole, il cui culto era coltivato dai periodi più antichi nella città Geliopolis (Anu), in cui fu costruito il suo tempio. Nel periodo temprano delle dinastie della città, in Egitto Basso, cominciò ad essere stato coltivato l’ altro dio del sole Ra. Il suo culto aveva l’ origine asiatica molto simile al culto del dio babilonese Madùk. Esiste la tesi secondo la quale entrambi culti avrebbero una sola origine. Più tardi il faraone Amenhoten IV, l’antenato di Tutankamen, provò a fondare il monoteismo. Egli restaurò Atone nella qualità dell’ unico dio, il dio del sole, “Vissuto sul Disco”. (Sir Ernest A. Wallis Budge: “Tutankhamen” New York, 1923). Il tentativo di trasformare Atono nell’ immagine di un solo Dio Assoluto libero dagli altri è da considerarsi il primo passo al monoteismo. Bisogna capire che questo monoteismo aveva lo scopo di giustificare il potere assoluto di una sola persona che di comprendere ragione dell’unità divina. Perché Amenhoten IV desiderava convertire il suo culto. Ma la sua monarchia non era ancora assoluta. I sacerdoti gentili guadagnarono nel loro discorso globale. Ma la fede nell’ unico Dio rimase, nella società degli dei falsi, fra i sacerdoti gentili, che diventò il mistero sacrale della verità occulta fino alla comparsa del Cristianesimo. Millecinquecento di anni A. C., dalla vita fra egiziani, Mose colse l’ idea principale da questo culto e lo rivestì dei suoi costumi (mori coltivati) degli ebrei. Atone è stato sostituito da Ra nella “Rovina di Atlantide”, anche l’ unico, che sognava di conseguire Amenhoten IV. Però il monoteismo di Ra nella “Rovina di Atlantide” non è ancora il monoteismo ebraico. Allo stesso tempo è vicino in campo artistico al Cristianesimo mediante la trinità simbolica ancora gentile.     

9. Veda è la letteratura religiosa indiana più antica (1500 –1000 A. C.) che è stata unita più di 100 libri. Golokhvastov unifica le immagini delle scale di Ziggurat, di Atone nel sole e delle Veda nelle saggezze che sono incise  con  Viassa ispirato.

 Vèda, sm. Invar. (plur. Disus. Vèdas, vèdi). Relig. E filos. Ciascuna delle quattro raccolte di testi religiosi, in partic. In versi, che costruiscono la più antica testimonianza della letteratura indoaria (e sono il Riveda, degli inni, il più antico e importante; lo Yajurzveda, delle formule sacrificali; il Samaveda, delle melodie, dedicato al canto liturgico; l’Atharveda, delle formule magiche, fortemente improntato alla superstizione popolare). — Al plur. l’insieme di tali opere, considerate nel brahmaneismo come frutto di ispirazione divina.

Berchet, Conc., II-200: Io son uno che medita sui sacri Vedas. Gioberti, 2-109: I Vedi, che sono l’unico documento del Bramanismo nella sua purezza, contengono una filosofia speculativa sostanzialmente identica a quella dei Samanei, ed esprimono l’emanatismo nei due cicli della Maia e del Nirvana, che rispondono e all’ emanazione. = Voce sanscrit., propr. « scienza, conoscenza », attraverso l’ingl. veda nel 1734. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)

13. Solo in seguito, più di un secolo dopo, Platone rianimò la leggenda di Atlatide nello stato in cui lo sentiva Solone (639 ?-559 A. C.). Però Platone non disse tutto che sapeva”. Egli scrive: “e decidendo di condannarli, il dio fra i dei, Zeus ha riunito tutti gli dei al consiglio, nella parte migliore del cielo, da cui  è stato scoperto il visto  di tutto il mondo, e li  ha detto così…”, qua egli cessa il suo racconto.

 È rischioso, in primo luogo, stabilire, in base allo scolio, un Anacreonte-Crizia-Eschilo sul piano cronologico, collegamento che potrebbe essere frutto di autoschediasma… Crizia il Vecchio — figlio del Dropide nato intorno al 580 A. C. ed eròmenos di Solone — all’epoca del primo arrivo di Anacreonte ad Atene, dietro invito di Ipparco, nel 522 A. C., potrebbe avere avuto intorno ai diciotto anni… (p. 284) … a partire dal 509 A. C., in cui Anacreonte deve essere rientrato ad Atene dalla Tessaglia, dove era probabilmente riparato dopo la morte di Ipparco (514 A. C.)… nella tradizione famigliare di Platone, di Crizia e di Carmide, il dato era conservato come prezioso;  Platone può riferire questo dato, sulla base di un calcolo di generazioni quarantennali, al nonno omonimo di Crizia, nato intorno al 540 A. C., riferimento importante per Crizia è confermato dai celebri esametri in cui quest’ultimo loda e idealizza il poeta di Teo, facendone una sorta di ipostasi del simposio aristocratico (D.-K. 88 B 1).

Per tentare una soluzione del nodo centrale — il fatto che il nonno omonimo di Crizia abbia ascoltato il racconto del mito di Atlantide dalla bocca stessa di Solone — è opportuno riconsiderare i punti salienti, nel Timeo, in cui la circolazione è suggerita con una certa insistenza: (p. 285)

          …Crizia: Ascolta dunque, Socrate, un racconto dunque piuttosto strano, ma assolutamente vero, come disse una volta Solone, il più sapiente dei Sette. (20e) Egli era parente e intimo amico del nostro bisnonno Dropide, come ricorda lui stesso più volte nei suoi versi. A mio nonno Crizia (egli) raccontò dunque, e il vecchio a sua volta narrò a noi… … (21 c) il racconto che aveva portato qui dall’ Egitto (25 d) Ora, Socrate, hai udito, in breve, il racconto del vecchio Crizia (35e) quale egli lo ascoltò da Solone…(Timeo 20c-21d; 25 d (trad. Lozza) (p.286)… … Non è necessario peraltro pensare a un problematico cambiamento di soggetto in “Timeo”. 20e, dove, secondo alcuni, il soggetto sottinteso di “A mio nonno Crizia raccontò” sarebbe appunto Dropide e non Solone (p.287) (Rosenmeyer, n. 4, p 404, con rif. Bibl.)

Dropide (arconte nel 593/2; nato prima del 623 A. C. : nel 635 A. C.) — Crizia il vecchio (nato prima del 570 A. C.: nel 600 ca) — Crizia (III) (nato intorno al 520 A. C.)  — Callescro — Crizia (IV, il tiranno) (nato nel 460 A. C. ca) (p. 274)

1) è difficile stabilire calcoli sicuri sulla base della cronologia di Solone e della sua presunta data di morte Molti sono, come è noto, i problemi di cronologia soloniana. Si deve tener conto anche delle argomentazioni avanzate negli studi a favore di una data più bassa per la legislazione soloniana (Hignett, pp. 316 ss.; m. miller, The Accepted date for Solon, precise, but wrong?, “Aretusa” 2, 1969, pp.62 ss.; W. H. plommer, The Tyrannny of the Arcon List, “CR” 19, 1969, pp. 126 ss.; F. Cassola, “La proprietà del suolo in Attica fino a Pisistrato, “PP” 28, 1973 (ora in Scritti di storia antica. Istituzioni e politica, molto più bassa rispetto a quella del 560/59 a. c.., comunemente ammessa in base alla testimonianza di Faina (F 21 Whrli in Plut, ibid), fosse originata unicamente da un condizionamento  della tradizione erodotea sull’ incontro tra Crizia e Solone (cfr. Freeman, pp. 153 ss.; Masaracchia, pp. 5 ss.; davies, APF, pp 323 s.; Piccirilli, “Solone”, pp. 112 s., 281 s.). Anche se sembra la possibilità meno forte, la cronologia bassa di Solone, o almeno della sua morte, rappresenta pur sempre una possibilità, che in qualche misura accorcerebbe la distanza genealogica tra Crizia e Solone;…

2) Il rapporto Solone / Dropide non implica con certezza, a ben vedere, una loro “coerenza”.  (p. 275) 3) Le testimonianze sul rapporto Anacreonte / Crizia (il Vecchio) non hanno implicazioni cronologiche incontrovertibili. 4) la data “drammatica” del “Timeo”, se si vuol pensare a un Platone attento alla verosimiglianza cronologica, rende assai problematica la scelta del Crizia (III) nato intorno al 530 A. C. (su ciò vd. Appendice). 5) Il gap. di ottant’ anno tra nonno e nipote (Crizia, il Vecchio e Crizia tiranno), dato centrale per inquadrare il (probabile) artificio genealogico messo in opera da Platone. 6) L’idea dell’akoé, dell’ ASCOLTO DIRETTO delle parole di Solone da parte di Crizia il Vecchio. (p. 276) (“Maledetta democrazia” studi su Crizia  V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra lunga della. Crizia sdopiato rifondazione (pp. 284-285, 275-276). Edizione dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999)

“Timeo”. La prima idea essenziale di questo trattato utilizzata da Platone si esplica dal paragrafo 22 fino al 25 in cui si racconta che Salone, viaggiando attraverso l’ Egitto, domandò del passato leggendario e provò a  descrivere il suo passato, ascoltò la risposta ossia che i greci come egli restano sempre bambini perché non riescono a conservare quasi nulla del loro passato. A causa dei luoghi pericolosi in cui abitano. Ricordano la storia, ma non quella antica, relativa ad esempio all’ unica inondazione che Deucalione e Pirra superarono. Ma era la moltitudine delle inondazioni, come molte volte il fuoco celeste uccideva le popolazioni umane, e gli uomini non riuscivano ad accumulare l’ eredità storica dei loro antenati. Solo gli egiziani possiedono il dono di conservare questa informazione sacrale. L’acqua non getta mai da su e sempre compara da giù in Egitto. Il paese, che adesso porta il nome Atene è la più antica della città egiziana Sais costruita un millennio dopo la fondazione di Atene. Solone aveva infatti composto un racconto sull’antica storia di Atene, in base a quanto aveva appreso in Egitto; ma la composizione di quella “storia” rimase incompiuta e la narrazione andò perduta “per il tempo trascorso e per la morte di coloro che l’hanno composta”. Gli Egizi —- diceva Solone — sorridono della corta memoria dei Greci, “fanciulli” della storia. (1) (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p. 47). Federa editrice, Padova, 1997)  

Ciclicamente sulla terra si abbattono grandi catastrofi e in particolari diluvi, che distruggono ogni cosa e riportano le persone che si salvano allo stato primitivo, privi di cultura e dimentichi di tutto quanto era avvenuto in passato. Fanno eccezione gli abitanti dell’Egitto, per la particolare posizione in cui il paese si trova, e per il costume dei sacerdoti di conservare, mediante la scrittura, la memoria di tutte le cose belle e grandi avvenute non solo nel paese, ma anche regioni. E fra le cose belle e grandi conservate nelle scritture dai sacerdoti d’Egitto si trova la memoria dell’ eccellenza dell’antica Atene prima dell’ultimo diluvio,.. (2) (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni Reale,  Introduzione “Fortuna, struttura, concetti cardine e significato del “Timeo” di Platone”, Il “Timeo” è stato lo scritto di Platone più influente fino agli inizi dell’età moderna1 (p. 9), Risconti Libri s.r. l., Milano 1994)   

Qui Platone sbaglia. Nell’ inizio del XX secolo gli archeologi affermarono che il più antico monumento egiziano è stato datato al QUARTO millennio A. C.. Ma alla fine del XX secolo l’analisi di tester della rovina radioattiva dimostra che la costruzione della Sfinge leggendaria ha circa a 14 000 di anni.

Golokhvastov scrive con l’ incoscienza nella pagina 15: Lì, di Atlantide, la faccia stupefatta, come la Sfinge, con l’ enigma comparve. Verosimilmente, qui allude che la Sfinge comparve come il riflettere, e può essere primo, di Atlantide. Ma il tempo dimenticò, secondo il racconto del sacerdote egiziano a Solone, l’eroismo dei liberatori greci dagli atlanti, la cui armata incommensurabile desiderò conquistare tutto il mondo. Su questa isola, racconta, comparve il regno meraviglioso per il suo territorio e per il suo potere. Golokhvastov allude a questa informazione, ma presenta gli atlanti come i lussuriosi di quanto abbia conquistatori più selvaggi, avari patto Platone che è stato evidenziato dal XII cap. fino al XX cap. nelle pp. 72 – 112. Come è scritto nel 25 paragrafo  del “Timeo” gli atlanti conquistarono tutta la Libia fino all’ Egitto e tutta l’Europa fino alla Tirrenia per trasformare i loro abitanti in schiavi. Allora il paese Atene, secondo “Timeo” mostrò la forza del suo spirito e l’ esperienza nell’ affare militare. Qualche tempo dopo i terremoti, da una notte e da un giorno, l’ Atlantide scomparve nell’abisso del mare. … in particolare la grande impresa condotta da essa contro la grande invadenza dell’Atlantide, che stava conquistando tutti i territori limitrofi e sottomettendo a sé molti popoli. E affrontando pericoli estremi, l’antica “Atene impedì che venissero sottomessi, e liberò con generosità tutti coloro che abitano al di qua delle colonne di Eracle” (25 C) (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni Reale,  Introduzione “Fortuna, struttura, concetti cardine e significato del “Timeo” di Platone”, Il “Timeo” è stato lo scritto di Platone più influente fino agli inizi dell’età moderna1, (pp. 9-10) Risconti Libri s.r. l., Milano 1994-97)

Secondo la tesi contemporanea l’ Atlantide è il continente leggendario fra l’ America, l’ Africa e l’Europa; è la parte assente nell’ ente di tutti i nostri 6 continenti che componevano l’ unico continente gigante Pangea o la Megagea. Più tardi la Megagea fu separata per la Gondwana e la Laurasia nell’ inizio dell’ era Paleozoica circa a 2 000 000 000 di anni fa. Ma l’ Atlantide scomparve nell’abisso del mare, presuppongono, nel 12 millennio A. C. Non nel ottavo millennio, secondo il “Timeo”. Perché? Questa scadenza è, convenzionale, collegata all’ unico inizio delle ere dei calendari antichi legati a un evento epocale. Il calendario egiziano lunare di 7 cicli, comune abbraccia 1460 di anni secondo tre calendari lunari, incomincia 10 220 di anni fa dalla fine dell’ ultimo ciclo e ci conduce al 11 653 A. C.. Il calendario dell’ India consiste nei cicli, in cui ciascuno tra quelli ha 1805 di anni. La fine di un ciclo di quelli sottolinea il 712 A. C. storicamente, i cui 6 cicli ci conducono al 11 555 A. C.. Secondo il calendario lunare dei Maya l’ inizio tradizionale è stato fissato dal 3373 A. C., ogni ciclo di questo calendario consiste in 2760 di anni. Questo calendario di tre cicli va dal 3373 A. C. anche ci conduce al 11 653 A. C.

Testimonia l’esistenza della Globale civilizzazione anche che conquistò non solo la parte dell’ Europa e dell’ Asia ma tutto il pianeta e obbligò a parlare tutti le tribù del pianeta la sua lingua dei suoni (in volume di 53): dei suoni vocali, dei mezze vocali e dei consonanti. 40 000 di anni fa le lingue dei popoli primitivi erano caotiche e consistevano nei suoni somiglianti alle voci degli animali anche i suoni non si differenziavano con quelli tre tipi: vocali, mezze vocali e consonanti.

Dell’ esistenza dell’ unica lingua globale di una sola famiglia di Adamo e di Eva o della civilizzazione globale scomparsa è stato pubblicato nella rivista scientifica dell’ Unione sovietica ( “Cognizione  è la Forza” N 5 e N 7 «Çíàíèåñèëà» n 5 è n 7; 1985 ãîä).

Lì si dimostra che esisteva la Grande Prima Lingua che generò tre essenziali e globali tendenze linguistiche: INDOEUROPEA, INDOCINESE e AFROASIATICA che fecero da base a tutte le famiglie linguistiche contemporanee. Questa ipotesi contemporanea contraddice all’ ipotesa dell’ inizio del XX secolo e prova a confutarla. Gli astronomi contemporanei presuppongono che, in quel periodo, la cometa Galea si avvicinò alla terra per alcuni centinaia di chilometri accompagnata sempre con la corrente delle meteoriti. Alcune di quelle, col diametro grosso, poteva cadere sul continente di Atlantide e provocare la sua scomparsa alla fine dell’ epoca dei ghiacciai. La caduta simile è predetta con Nostradamus  che succederebbe alla fine della prima metà del quarto millennio prima del 3 797 D. C. Ces sont perpetuelles vaticinations, pour d’icy à l’année 3797 (Ci sono le perpetue vicinanze per da qua all’anno 3797) (par.62) (pp. 41 e 56)




NOSTADAMUS, il pittore e sconosciuto

1.69 La grand montaigne ronde de septs stades, (La grande montagna rotonda di 2 km)

Après paix, guerre, faim, inodation: (Dopo pace, guerra, fame, inondazione :)

Roulera loin abismant grans contrades,(Rullerà lontano l’abisso i grandi contraddittori)

Mesmes antiques, et grand fondations.(Le stesse antiche e grandi fondazioni). (p. 120)  (Nostradamus the complete propheties John Hogue: Nostradamus, Complete profezie John Hogue (pp. 41, 56, 120), first published in Great britain in 1996 by Element Books Limited, Shaftesbury, Dorset,ÔÀÈÐ ÏÐÅÑÑ, Mosca 1999, ISBN 5-8183-0077-3, originali francesi, traduzione dall’ inglese in russo di I. Gavrilova)

La seconda idea  (27 c – 92 c) della Creazione dell’ Universo del “Timeo” di Platone è utilizzata da Golokhvastov in precedenza secondo la struttura bipolare fra la comprensione intelligibile (memoria della saggezza oggettiva umana nata dalla memoria divina) e quella sensibile (memoria della sensazione salita alla memoria divina). L’asse portante principale di tutto quanto il discorso in tutte le sue parti consiste in una stupenda messa in rilievo della struttura bipolare del reale come una mediazione sintetica della componente intelligibile e di quella sensibile. Questa mediazione sintetica è operata, per quanto concerne il cosmo fisico, nel suo insieme (nella memoria divina) e in tutte le sue parti, dal Demiurgo (Demirgo — Ra), ossia dall’Intelligenza cosmica, la quale si avvale, come strumento per operare la mediazione fra l’intelligibile e il sensibile, della matematica, dei numeri, dei rapporti numerici e delle figure geometriche.  (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni Reale,  Introduzione “Fortuna, struttura, concetti cardine e significato del “Timeo” di Platone”, la struttura del “Timeo”, la cospicua ricchezza di contenuti di dottrine metafisiche, cosmologiche, matematiche, scienze naturali, medicina e il modo in cui questo scritto va riletto dall’uomo di oggi  (p. 11), Risconti Libri s.r. l., Milano 1994-97)  

         In questo caso, secondo Golokhvastov, l’Universo sembra più finito dell’infinito, e la Creazione dell’Universo si utilizza come la base che si evidenzia nella pagina 36. Secondo i paragrafi (50 a-b) del “Timeo” qualche individuo compone innumerevoli figure diverse dall’ unico pezzo dell’ oro. È inutile determinare perché immagine sia propria di questa cosa. È più corretto dire che questa cosa coincide con loro. La fede nella reincarnazione gentile di Platone spaventa tutti coloro che non riescono a filosofare in modo libero, tutti hanno paura che dipendono dalla dittatura medioevale delle religioni domini in Israele, in Iran, in Algeria, ecc.. Solo secondo la proposizione filosofica al di fuori di tutte le religioni monoteistiche, come il destino dell’ oro del “Timeo” l’ uomo, che in questa vita è il fanatico musulmano che va al suicidio finale e prima di nascere nel corpo dell’ animale va ad uccidere alcuni “infedeli” cristiani, ebrei, buddisti o laici. Secondo questa teoria platonica nella vita precedente con la passione stessa, egli inviava ai fuochi dell’ inquisizione molti musulmani perché nacque allora dalla famiglia cattolica fedelissima a Gesù. Prima, come il famoso romano fedele all’alto stoicismo, guarda col piacere come i leoni mangiano “questi stupidi” cristiani, ecc… Solo i defunti per la verità possono guadagnare il paradiso. Tutti i peccati passano alla reincarnazione eterna senza fine secondo la proposta di Golokhvatov. Anche l’ autore, in questa vita riceve il corpo di Golokhvastov. Verosimilmente ciò che era, come gli sembra, nel soggetto del poema “Rovina di Atlantide”, quello ultimo sacerdote di Ra, la cui storia si  raccontata in prima persona.

        

La seconda parte “ATLANTIDE”

Il primo capitolo p. 27: Centro dell’Atlantide, — secondo le spiegazioni di Luis Spense in 2 pagine, è la sorgente delle immagini delle piramidi egiziane, messicane e centroamericane (The Kus), le gopure indiane e le pagode dell’ India e della Cina, le antiche costruzioni Broch scote, le Nuraghe in Sardegna; esse hanno i coni su. Sono simbolizzate la montagna leggendaria, il centro di Atlantide col tempio di Ziggurat. La memoria dell’ intelletto ottiene l’ entità con la memoria della bellezza divina nell’ espressione poetica con le alternanze eventi che sono stati presentati come gli inizi di tutti i tesori sacrali, in cui il Pittore Mistero troncò, con la parola, il sogno del caos e pose la vita sopra la morte in sempre, allor che, negli usi della terra, l’ uomo abbia avvicinato il cielo, in cui è la sua Casa Paterna, costituì il Creatore, con la mano, la santa montagna, il suo trono, l’ Altare della terra presso Dio invisibile… Così comincia il primo capitolo tradotto dal russo senza rima e metrica dell’ epopea rimata dappertutto con la metrica fissata con le circostanze. Il lettore capisce subito che scrive il cristiano condotto con i simboli cristiani, ma che sia liberato dai dogmi tradizionali. L’ autore, prima della nascita di tutti i profeti e il Figlio di Dio Salvatore Gesù, sostiene che il cielo è la Casa Paterna dell’ uomo presso la Divinità invisibile. Solo all’ inizio del XXI secolo cominciamo a capire che lo Scopo Sacrale di tutta l’ umanità è l’ unire tutte le confessioni religiose sotto l’ aspirazione al Supremo, alla Divinità, al di fuori dell’ orientamento religioso di ognuno fra tutti i gentili e i monoteisti. Questo scopo si manifesta, subito, nel primo paragrafo del primo capitolo col desiderio dell’ autore di esporre nella Montagna Sacra il simbolo iniziale di molti genitori futuri, la cui Casa Paterna, secondo Golochvatov, è il cielo. Ma la Montagna è comparsa nella tormenta e la caduta fece tremare la terra, il che significa che tutto, in questo mondo, deve lottare. Allora l’Atlantide ha ricevuto l’ ospite, la sorella dell’ ambasciatore del cielo. I miti sussurrano che la pietra regia non voleva abbandonare i cieli azzurri. Nella pioggia, circondato col fuoco, con tutta la potenza corrotta al ritorno, all’ altezza aspirava, contraddicendo alla caduta, meravigliandosi mediante la svelta, cambiava la forma nel volo, la pietra ferì la terra col colpo, ma al cielo alzò la vetta. Così come la pietra celeste, in cui volava, sognava di tornare al cielo, le gopure indiane, le pagode cinese e le antiche costruzioni Broch e le Nuraghe in Sardegna col simbolo del tempio di Ziggurat dall’ incoscienza, aspirano a tornare all’ epoca di Atlantide. Così poeticamente la memoria dell’ intelletto è vestita con il costume della poesia della memoria della bellezza divina.       

P. 29: Sandalo o santalo — le fumate di colori, al giorno rosso di Sole ed ogni settimana di Luna, di Marte, di Mercurio, di Giove, di Venere e di Saturno; Amaranto — l’assenza dei sogni degli atlanti addormentati.

Sàntalo, sm. Bot. Genere di piante Santalacee, a cui appartiene il sandalo (Santalum album). Scarfoglio, 1-10: Per voi il boscaiolo malese devasta le sue foreste di santalo. = Voce dotta, lat. Scient. Santalum, dal greco santalon (v. Sandalo); cfr. anche fra. Santal. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)

Le fumate di colori sono state legate, nella “Rovina di Atlantide” al secolo d’ oro che si evidenzia sotto l’ antichità e verosimilmente sotto l’ influire dell’ età d’ oro delle “Metamorfosi” di Ovidio. Questo concetto della memoria dell’intelletto umano è riflesso nell’ entità inseparabile della bellezza divina e la percezione della natura che è stata rappresentata con tutti i colori naturali che furono fumati. Allora erano belle le enti umane: splendevano gli occhi come le riflessioni delle stelle, la voce amante suonava come le canzoni, quando le estasi di due corpi tremanti facevano bere i piaceri, con la sete dei desideri, come le fonte nelle montagne. Le nascite dei bambini passavano senza dolori, senza grida dell’angoscia, senza sofferenze orribili delle generate il figlio. Egli entrava nel mondo di amici. Nei giardini oscuri, nei quali insieme con le fumate saliva fino al cielo il sandalo odorato, i sacerdoti lo ardevano con la preghiera, come il sacrificio, il fiore amaranto: sulla tavola di vittime l’ Atlante non versò sangue per Dio con l’amore di figlio. E santo era il riposo ai figli Divini, le loro notti erano pacifiche e il loro dormire senza sogni. Così caratterizzò Golokhvastov l’ entità dell’ incoscienza umana e della natura che, secondo la mitologia. La coscienza dei popoli, con la fumata ad ogni pianeta nei primi secoli dell’ umanità, non era macchiata, ma allo stesso tempo la prima coscienza non sapeva sognare ancora nel paradiso terrestre. Secondo la filosofia cristiana di Dante, l’uomo peccatore che vede il sogno, dormendo, deve traversare la fiamme del Purgatorio per tornare alla purezza: Poscia: “Più non si va, se pria non morde, // anime sante, il foco: entrate in esso, ed al cantar di là non siate sorde”,… (Purg. XXVII 10-13).

10-12. Più.. sorde: non si procede oltre, se prima il fuoco non vi fa il suo morso (se, cioè, non si attraversa questa barriera di fiamme); entrate dunque nel fuoco, lasciandovi guidare dal canto, che si sente al di là di esso, di un altro angelo (cfr. vv. 55-60). — Le parole che qui pronunzia l’angelo guardando del settimo cerchio, si indirizzano indeterminatamente a tutte le anime sante… (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 698); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)  

Dante Alighieri scrive, con i versi 139 – 144 nel XXVIII canto del “Purgatorio”, dei poeti che sanno sognare e vedono i sogni quando dormono e dopo dedicano i loro canti a quell’ età d’oro:  

Quelli ch’ anticamente poetaro                                            139

l’ età de l’ oro e suo stato felice,                                                     

forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l’ umana radice;                                                    142

qui primavera sempre ed ogni frutto;

nèttare è questo e questo di che ciascun dice…”                        

139-140. Quelli felice: i poeti antichi; specialmente Ovidio, alla cui descrizione dell’età dell’oro, nel primo libro delle “Metamorfosi”, si riferiscono gli accenti dei versi che seguono. (L’età d’oro cade subito all’inizio dell’età di ferro senza  divisione per tre periodi nella “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov e che è legata al testo di Crizia tiranno e filosofo stabilito da Snell) 139. poetaro: rappresentarono poeticamente. La poesia è sentita qui come favola che adombra una verità, intuita quasi sognando nella fantasia; la conoscenza poetica degli antichi, come vago presentimento del vero cristiano. 142 Qui.. radice: cfr. “Metamorfosi”, I, 89-90: “Aurea… prima aetas… / sine lege fidem rectumque colebat”; l’umana radice: i progenitori del genere umano. (D’ oro,… in precedenza l’ età / senza legge della fede e diritto viveva) 143 qui … futuro: cfr. ivi, 107-109: “Ver erat aeternum, placidique tepentibus auris / mulcebant zephiri natos sine semine flores; / mox etiam fruges tellus inarata ferebat”. (La primavera era eterna, e l’orchio tranquillo degli innamorati / toccavano gli zefiri i fiori nati senza semi /  dopo anche i frutti generava la terra arata) 144. nettare… dice: cfr. ivi, III 2: “flumina iam lactis, iam fulmina nectaris ibant” (già i fimi di latte, gia le cui correnti dell’ acqua erano nettaree). (“La Divina Commedia” p. 3 (p.720); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)   

…dice quando il poeta sa conservare e non perde la memoria della bellezza divina e allo stesso tempo accumula l’ eredità della memoria dell’intelletto per sintetizzare gli eventi storici e la percezione dell’ anima mediante il riflettere poetico, nel caso concreto, che è la recettività e la descrizione dell’ età d’ oro. Così Golokhvastov, nella “Rovina di Atlantide”, svolge il suo sogno del Parnaso, in cui narra dell’ Atlantide, iniziando a descrivere la mattina della sua civilizzazione sulla base della comune memoria umana.          

P. 33: Eterno appello dei saggi  — Svami Paramanda, il XIV paragrafo della terza parte di Khata Upanisad. Upànisad (upanisadi), sf.plur. Relig. Gruppo di scritti speculativi dell’induismo appartenenti alla tradizione vedica dell’ induismo appartenenti alla tradizione vedica, composti fra il IX e il VI sec. A. C., che trattano in particolare il problema della salvazione delle anime attraverso il ciclo delle varie esistenze.

Piccola enciclopedia Hoepli, I-III-3261: “Upanisadi”: sono libri vedici. Migliorini (s. v.): “Upanisad”:  testi filosofico-religiosi dell’India prebuddistica, contenenti una dottrina esoterica (rivelata dal maestro allo scolaro ‘che gli siede accanto’ ‘upa-nisidati’), che ha per obiettivo la meditazione dell’Assoluto, del Barman. = Adattamento di una voce sanscrita, forse attraverso l’ingl.: upanishad (nel 1805). (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)

            Il popolo, cacciato via dal paradiso terrestre spiritualmente e materialmente, concepì tutto naturale. Esso cominciò a ritenere che il mondo divenne il suo primo nemico dopo che lo obbliga a lavorare duramente per alimentare la sua famiglia col pane. L’ inizio dell’età di ferro di Golokhvastov è stata descritta verosimilmente sotto l’influenza del frammento dal “Sisifo” di Crizia tiranno e filosofo stabilito da Snell.

Wilamowitz ricostruì l’esistenza di una tetralogia drammatica di Crizia (Tennes, Radamanto, Piritoo più il Sisifo) che sarebbe andata confusa nella tradizione con la tetralogia di Euripide che ottenne il secondo premio nel 415 (Alessandro, Palamede, Troiane, Sisifo), per la coincidenza tra il titolo del dramma satirico di Euripide con quello della tetralogia criziana. (Wilamowitz 1875, p. 166) ( p. 148)

Il frammento del Sisifo — il più lungo brano attribuito dalle fonti antiche a Crizia — viene dunque citato da Sesto Empirico come esempio di ateismo… contro Zeus o contro Aide, Sisifo è costretto a rotolare (p. 144) eternamente un masso sopra un’altura del tartaro e il masso è destinato a ricadere ogni volta che il percorso arriva al culmine (Odissea XI, 593-600).

Secondo alcuni fonti il motivo della punizione di Sisifo sta nella sua straordinaria intelligenza: nel suo mito, che racconta una lunga storia di inganni e raggiri, riesce fra l’alto ad intrappolare Autolico, il furbo e ladro figlio di Hermes, e a sedurre anticlea, che secondo una variante litografica gli avrebbe partorito Odisseo. (p. 145)

Secondo una delle versione del mito, Aide stesso (o Thonatos) viene ingannato ed imprigionato nella sua casa da Sisifo, interrompendo così  l’ordine della vita e della morte di tutto il cosmo. (Pindaro, Olimp. XIII 52-53)… Sisifo è il più  bravo a manipolare parole, come sarà suo figlio Ulisse. Ma per questo viene punito. (Che cosa voleva realizzare l’ultimo sacerdote di Ra. Ma tutto doveva essere contrario nella “Rovina di Atlantide. Se Sisifo lo fa prima della nascita della propria civilizzazione, il sacerdote lo ripete invece al tramonto dell’esistenza di Atlantide.)

Il passo di Stesso Empidoclo che introduce il frammento di Crizia non menziona Sisifo; Aezio, che come si è visto attribuisce il frammento a Euripide, dice  che il tragediografo “introdusse Sisifo come esponente di questa opinione”(DK 888 B 25). La fonte dunque non è chiara su un punto importante: Sisifo sia il protagonista del dramma, oppure soltanto il personaggio che pronuncia questi versi  (Come il sacerdote legge le sue preghiere.)e forse la maschera attraverso cui il tragediografo esprime il suo pensiero. (Secondo Walzer 1923, pp. 104-105, il frammento sarebbe tratto dal Radamanto: l’ipotesi resta isolata nelle ricostruzioni critiche che invece concordemente riconoscono in questi versi un frammento da un dramma di Crizia, intitolato a Sisifo.) … (p.146)

Dunque Sisifo potrebbe essere piuttosto che la voce narrante, proprio quel pyknos aner, e al personaggio del mito paradigmatico per la sua “astuzia” Crizia potrebbe anche aver attribuito l’invenzione dei demoni.

Ci fu un tempo quando la vita

Degli uomini era senz’ ordine

Ferina, schiava di violenza:

non c’era alcuna ricompensa per chi ecceleva

né punizione per i malvagi.

Allora gli uomini pensarono di istituire

Leggi punitive perché giustizia fosse tiranna

E tenesse per schiava l’inferiore arroganza: per schiava la tenesse!

E veniva condannato chi errava.

Ma le leggi solo l’azione  apertamente violenta

Impedivano, non  il misfatto nascosto. Fu perciò  io credo

Che un uomo astuto, bravo e intelligente,

fu lui ad inventare per i mortali, che ci fosse

una sorta di terrore per malvagi, anche se di nascosto

operassero in parole o in pensiero.

Ed allora venne introdotto il divino:

un demone che fiorisce di vita immortale,

e con la mente ascolta osserva comprende,

di sé signore, nulla sua divina natura.

Tutto ciò che fra gli uomini si dice, lui ode;

tutto ciò che viene fatto lui potrà vedere.

E se anche in silenzio tu mediti qualcosa di male

Non sfuggirà agli dei: perché in potere degli dei

È l’intelligenza di ogni cosa. Parlando con tali parole

Introdusse l’insegnamento più dolce

E coprì la verità di false parole.

Andava dicendo che gli dei stavano sempre là,

dove più potevano atterrire gli uomini,

donde sapeva venivano le paure ai mortali,

il peso sulla loro misera vita.

Nel cielo più alto, dove si vedono

I fulmini e i paurosi boati

Di tuono: nella volta stellata del cielo,

variegata bellezza di Crono, architetto sapiente,

là, donde muove la fulgida sfera dell’astro,

donde la pioggia porta alla terra il suo umore.

Circondò gli uomini di queste paure:

con le parole quel uomo riuscì ad insediare

la divinità nel luogo più adatto,

e con le leggi estinse l’anarchia.

Così, io credo, un tempo qualcuno persuase

I mortali a credere che esistesse la razza divina.

 

(TGF 43 F 19 (DK 88 B 25)… il dossografo  attribuisce i versi a Euripide…

Nel frammento di Crizia gli dei appaiono un’istituzione secondaria, che viene dopo le stesse leggi  per controllare quei crimini che le leggi non riescono a individuare e a punire. (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo III: Il tiranno a teatro,  Sisifo o l’invenzione degli dei. rancesca Ghedini e Alessandra Coppola (pp. 147-148). Federa editrice, Padova, 1997)

            Verosimilmente, il profeta Atlasso rappresenta la riflessione contraria della mente suprema di Sisifo il cui nero diventa bianco ed invece nella “Rovina di Atlantide”. Golokhvastov  idealizza l’età d’oro e giudica l’epoca quando si immaginava Crono di Crizia e per contraddire a Crizia egli sostituisce gli dei vincenti Crono dalla comprensione monoteistica di Atlasso antipodo di Sisifo. Il profeta comincia a spiegare che non si può confondere la crudeltà della natura inanimata e il Creatore, il cui simbolo è il sole. Ma il sacerdote assume tutte molti tratti di Sisifo desiderando ad essere immortale. Golokhvastov utilizza l’ idea della Khata Upanisad in cui parla, all’ uomo selvaggio e cieco, il profeta Atlasso: Egli appellò: “Figli, riavetevi per alzarsi, con la volontà ragionevole curando l’assenza della volontà! Affinché vedano la potestà nell’ Atlante il fuoco e l’ aria, l’ acqua e la terra. Qui vediamo che l’ autore afferma che due filosofi greci, Platone nel “Timeo” parlato con le parole di Timeo ed Aristotele in “Fisica”, utilizzano l’ insegnamento indiano secondo cui l’origine di tutto il mondo è la miscela di quattro elementi primordiali. Tutto si fa con la misura guadagnata: il nostro giudizio è nella nostra aspirazione. La saggezza santa, con l’ amore e con la fede, è il genio libero e il lavoro d’ arte che ci faranno le ali durante la caduta inferiore, ammireranno e condurranno i sentimenti e il pensiero alle altezze. Ecco c’è Lui, l’ Unico immortale, dietro il Disco dell’ Astro della Fama: invisibile Egli — sta lì! Egli è lì come l’ occhio brillante del mondo, come il raggio della vita attraverso l’ oscurità della morte! E il nostro cammino conduce al cielo dall’ abisso profondo, dall’ oscurità alla luce tramite il Sole (aspirare) a Lui! È l’ aspirazione di tutte le religioni incontrare un solo Dio che non fu realizzata in Egitto. E che si evidenzia nell’ immagine di Atlasso.     

III Cap. p. 35: Ziggurat — la forma abituale dei templi di Babele, è la piramide di alcuni ripiani. A volte le terrazze venivano sostituite dalle spirali condotte dal suolo fino alla vetta. Sulla vetta era situato l’ altare religioso circondato. (The Encyclopea Britannica, 14 Edition, 1929; vol. 23, page 950). Verosimilmente, pensa Golokhvastov, la memoria incosciente dirigeva gli antichi. Essi sapevano qualcosa e non sapevano allo stesso tempo e il mistero celato si  trasformava nelle leggende dello Ziggurat. Essi lo percepivano come il cammino alla divinità simbolizzata. Quello poteva essere la Montagna di Atlantide. Nell’ inizio del XIV secolo Dante rappresenta il Purgatorio come una Grande Montagna (XXVII canto),  di 14 livelli spirituali: di due ripiani (IV e V Canti), di sette cerchi: (X, XIII, XVI, XVIII, XX, XXIII, XXV-XXVII canti) e di cinque  canti del Paradiso Terrestre.

EXIT

2 In Babele la forma dello Ziggurat è legata alla creazione del mondo. Rispetto al loro punto di vista “la nostra terra è la riflessione microcosmica del mondo supremo, in cui il zodiaco è formato la Terra come l’ universo sopra il quale è stato alzato l’ oceano celeste. Dunque, sette pianeti sono stati passati attraverso lo zodiaco nella distanza diversa e per la diversa scadenza, lo zodiaco si evidenzia come i sette circhi girati ognuno diminuito sopra ogni altro. Queste zone parallele come sette gradini costituiscono la montagna piramidale. Il settimo grado conduce al cielo supremo del dio Anu (Atone) (p. 14).

Bisogna sottolineare che questa creazione dell’Universo viene ripetuta secondo Platone con le parole di Timio nel trattato omonimo. L’ origine straordinaria si dimostra con la possibilità rara di interpretare il “Timeo” dal punto di vista classico, che fece Golochvatov, che si può interpretare dal punto di vista contemporaneo dell’ inizio del XXI secolo anche. La prima domanda è (27 c - d) come comparve l’ Universo, nacque o era sempre stato? Secondo la tradizione classica si può scegliere una sola risposta. Golokhvastov segue Platone perciò sceglie la prima.

Nel rileggere il “Timeo” si possono assumere punti di vista assai diversi. Lo si può considerare una sorta di museo archeologico, contenente teorie che con l’uomo di oggi non hanno più nulla a che vedere: e questo accade se si assumono i punti di vista della storia delle scienze particolari. Oppure si può cercare in esso presentimenti della moderna fisica, ossia dell’ interpretazione del cosmo mediante la matematica. Oppure si può dare rilievo alla componente “mitica”, cui Platone fa, sì, più volte richiamo, ma interpretandola in modo del tutto particolare…  … è proprio su questi che il nostro filosofo concentra i suoi veri interessi, considerando tali concetti-chiavi come incontrovertibili, mentre presenta le singole dottrine di scienze naturali come “probabile” e “verosimile”, e niente affatto di assoluta necessità. Una concezione, questa, che, fino a ieri, poteva considerarsi del tutto obsoleta, mentre oggi, al contrario, si presenta come sorprendentemente moderna. (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni Reale,  Introduzione “Fortuna, La struttura del “Timeo, la cospicua ricchezza di contenuti di dottrine metafisiche, cosmologiche, matematiche, scienze naturali, medicina e il modo in cui questo scritto va riletto dall’uomo di oggi, concetti cardine e significato del “Timeo” di Platone”, 1. (pp. 11-12). Risconti Libri s.r. l., Milano 1994-97)   

La teoria della Relatività non è stata rifiutata da nessun ambiente fra molti ambienti di 11,1 dimensioni, in cui l’ una non riesce ad esistere senza altra. Sì, circa a 13 miliardi di  anni fa succede l’ esplosione di qualche “nulla” che viene preso dalle altre dimensioni e non aveva “nulla” dei frutti dell’ esplosione sudetta. Questa esplosione è da considerarsi la nascita del nostro spazio cosmico che genera l’infinità di 3 dimensioni secondo la velocità, il tempo e lo spazio, in cui all’ interno, tra le cui leggi condizionali il passato, il presente e il futuro diventano illimitati e dipendenti dalla velocità di qualche oggetto nello spazio. Secondo la “Dotta ignoranza” di Nicolò Cusano (N. Cusano, “Dotta Ignoranza”, a cura di Giovani Santinello, Rusconi, Milano 1988) esiste nessuna misura né massimale, né minimale in questo spazio perché tutte e due appartengono solo a Dio inseparabile. Allora ogni punto corporeo separabile deve essere il centro dell’ Universo, se il raggio infinito è la retta (XIII Cap. 35). Secondo il suo insegnamento il mondo è finito, secondo lo scopo, è infinito allo stesso tempo, rispetto a questa retta condizionale. Il primo libro tratterà del maximum assolutum “che la fede di tutte le nazioni crede esser Dio”. Il secondo libro tratterà di quel maximum la cui unità è “contratta nella pluralità ” e sarà l’universo. Nel terzo libro, infine, si parlerà di quel maximum “che è insieme contratto e assoluto”, cioè di Cristo che è tale in quanto uomo-Dio. (26) “Tutti coloro che ricercano giudicano ciò che è incerto paragonandolo e proporzionandolo ad un presupposto che sia cert. Ogni ricerca ha carattere comparativo ed impiega come mezzo la proporzione. E quando l’oggetto della ricerca può esser paragonato riducendolo al presupposto mediante una proporzione breve, allora l’apprendimento è facile…” (I,1 § 2).

Poco dopo il Cusano insiste nel dire che la conoscenza per proporzione deve impiegare la matematica, e ricorda Pitagora per il quale il numero è costitutivo d’ogni cosa. S’intende che il numero costituisce proporzioni non soltanto nell’ambito della quantità, ma anche in ogni altro tipo di convenienza fra cose che, sostanzialmente o accidentalmente, possono fra loro compararsi. Di qui due conseguenze. “L’infinito, in quanto infinito, poiché sfugge ad ogni proporzione, ci è ignoto” (I, 1, § 3). Ma anche nell’ambito del finito ogni conoscenza precisa, o verità ultima ed assoluta, è impossibile. Infatti conoscenza è proporzione, non si può conoscere  se non relazionando una cosa all’altra; la conoscenza d’una cosa è in relazione alla conoscenza che si abbia di un’altra. Ed in ogni relazione si dà sempre un più ed un meno: date due cose simili, se ne possono sempre pensare altre due più simili, e così via all’infinito. Perciò la verità, che equivale all’essenza d’una cosa, è irraggiungibile. (“I  FILOSOFI” Introduzione a Nicolo  Cusano di Giovanni Santinello (pp.26-28), Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1987)

Secondo la legge corrisposta nessun concetto e nessuna dimensione può essere stremale, come il termine di qualche fine ed anche di qualche inizio perché la fine è massimale già e l’ inizio è da considerarsi il minimale. Allora lo spazio cosmico è sempre senza inizio? In quelle 3 dimensioni sì, come il tempo all’ interno del TEMPO è sempre! Ma nella realtà di 11,1 dimensioni NO, di quello fa ricordare sovente l’ accademico russo Kapizza minore Perché l’ esistenza stessa di sempre è il negativo concetto MASSIMO che riesce a sussistere nel mondo separabile e misurato come il negativo concetto minimale dell’ inizio stesso (esplosione) anche da cui compare la radice relativa della relatività di Einstein. Esiste un solo essere corrisposto nel “Timeo”che è eterno e non comparsa perché non esiste senza idea. È ciò che è stato ottenuto e compreso con l’ intelletto. Tutto ciò che è sottoposto alla sensazione, come molti culti religiosi legati solo alla stima dei nostri antenati “sacrali” ecc., compare, declina e scompare perché non esiste nella realtà (28 a). Ogni cosa comparente deve avere la sua causa perché senza causa nessuno può comparire. Senza circostanza è stato realizzato nessun ordine fisico, chimico, biologico, matematico, storico, ecc… Se il demiurgo, nella composizione di qualcosa, contempla l’ essere eterno il futuro dell’ oggetto creato sarà bello sempre. Se il demiurgo, facendo qualcosa, contempla qualche oggetto e lo utilizza come l’ immagine primordiale, la sua opera avrà la qualità cattiva: la creazione di Atone aveva uno scopo temporale che era la monarchia assoluta che era contemplata prima della nascita  dell’idea monoteistica e non generò nessun frutto al suo popolo. La stessa idea rubata con Mosè non aveva altro scopo che la fede e generò il primo monoteismo. La relazione a Gesù in un primo tempo era fondata sul vantaggio ed aveva l’ unico scopo di non rompere l’ amicizia degli ebrei e dell’ imperatore romano. Secondo le tradizioni, l’inquisizione non aveva altro scopo se non quello di compiere le tradizioni storiche solo dei loro antenati, come quello che contemplava il demiurgo durante la loro creazione avvenuta dopo la conquista di Costantinopoli nel 1204 (anno della fondazione della “santa inquisizione”), abbiamo solo quello che abbiamo e niente più fra i monumenti letterari dell’ antichità, ecc..Il cosmo è bello perché il demiurgo contemplava l’eterno. Il cosmo è creato secondo l’ esempio unico ed immutabile. La classica capisce che questo pensiero è l’ unità di tutto il visibile che non si sviluppa mai. L’ analisi della logica contemporanea dà l’ ambigua risposta anche. Se, la base di tutto l’ Universo è costituita tre dimensioni in cinque dimensioni; quelle ultime sono determinate con la simmetria all’ interno della quantità di 11,1 dimensioni immutabili, secondo Capizza minore. Anche la velocità, il tempo e lo spazio sono composti solo con l’ unione atomica di due segni contrapposti del Più e del meno. All’ interno delle dimensioni del nostro Universo nessun altro segno è possibile solo due segni contrapposti Più e meno (i protoni nei nucleoni e gli elettroni girati ed invece). Nel nostro sistema solare, di quello e non più, la base fondamentale è immutabile come tutto nello spazio cosmico dalla scadenza dell’ esistenza della civilizzazione umana? Ma! Non è mutabile solo l’ eterno ma tutto ciò che compare è mortale e mutabile sempre. La civilizzazione umana ora sa che gli astri celesti sono comparse. Se non sono eterne sono mutabili e mortali, come le dimensioni non come i segni Più e meno, che corrisponde a questa teoria che, verosimilmente, si comprende solo con gli antichi che non avevano la preparazione specialistica per l’ analisi necessaria che, verosimilmente, noi stessi non abbiamo ancora. Allo stesso tempo è la teoria falsa come è la vera della creazione universale secondo le proprie leggi.      

Dio desiderò che tutte le cose diventassero come Egli Stesso. È giusto affinché tutte le cose rispondano alle leggi naturali (matematiche, fisiche, chimiche, biologiche, logiche, storiche, linguistiche, ecc.) del loro generale ambito temporale anche.

Egli regalò l’ intelletto e l’ anima all’Universo (30 c - d). È il pensiero essenziale che dimostra l’ origine non terrena di tutta la teoria. La vita non può essere solo quella organica e non è limitata solo con le misure del Globo Terrestre così come l’ uomo non è lo scopo finale, come ci persuade la mitologia ebraica che generò le radici dell’ inquisizione, dei terroristi islamici negli altri popoli, ecc. che simbolizzano il “loro dio” nel ruolo del tiranno del creato finito ed ubbidiente alla sua potenza temporale come la fede politeistica. Il ruolo della vita organica nell’ Universo è avvicinato al minimo ma non è minimo, scrive Giordano Bruno sulla base giustificata della scienza, nella sua profezia “De l’ Infinito, Universo e Mondi”, molte idee di quella sono dimostrate dalla scienza e dai filosofi indiani come Shri Auro Bindo, secondo la sudetta idea dell’ intelletto e dell’ anima (di creatura) dell’ Universo, di ogni astro e di ogni pianeta nell’ armonia cosmica. Timeo si domanda se occorra parlare della moltitudine infinita dei mondi o dell’ unico Universo. Qui vediamo il dubbio prima di affermare che l’ Universo è l’ unico. Perché Platone in “Timeo” scrive così? Perché l’ infinità di Pitagora era osservata solo come l’infinità diabolica della separazione al meno dell’infinità e l’ uomo non poteva immaginare ancora l’ unione, non come la montagna, ma come il Più dell’ Infinità SENZA CONO. La mancanza ideologica dell’infinità, secondo Platone, è stata sostenuta ed evidenziata nella “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov. Ma l’interesse non è andato scemando per questa teoria. Perché? Secondo l’ affermazione di Giordano Bruno, l’ Universo è infinito e immobile e non vi è nulla al di fuori di esso. È davvero così, ma solo in 3 dimensioni, solo secondo la velocità, lo spazio e il tempo.

Per rispondere a questa domanda bisogna citare un frammento “Della Dotta ignoranza” di Nicolò Cusano, dal XXIII capitolo:

71. Perciò Parmenide, con una considerazione molto sottile, diceva che Dio è “colui per il quale, qualunque ente esistente è tutto l’ essere di ciò è”. Come dunque la sfera è la perfezione ultima delle figure, quella figura di cui non vi è altra che sia maggiore, così il massimo è di tutte le cose la perfezione più perfetta, in maniera tale che ogni cosa imperfetta è in lui perfettissima, come la linea infinita è sfera, la curvità (deviazione) è rettitudine, la composizione è semplicità, la diversità è l’ identità, l’ alterità (molteplicità) è unità, e così via (N. Cusano: “La dotta ignoranza”, “Le congetture” a cura di G. Santinello, (p. 114),Risconti, Milano 1988) Da tre copie dei concetti contrapposti di Cusano: la curvità-rettitudine, la diversità-identità e l’alterità-unità compariscono tre concetti alternativi di Kant che si incarnano con Paul Ricoeur nelle relazioni umani e che si interpretano, verosimilmente, nella “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov: La forza della morale della comunicazione, fondamentalmente, si basa sull’aver fuso in una sola problematica i tre imperativi kantiani: il principio di autonomia secondo la categoria di unità (1)  (i gemelli rappresentano due emisferi dell’unica anima primordiale che dalla stessa nascita ed in precedenza è autonoma e non obbedisce e non dipende dalle leggi oggettive del mondo), il principio del rispetto secondo la categoria di pluralità (2)  (il mondo è molto contrasto perché così al di fuori della nostra comprensione è composto da Dio che capisce e prevede meglio di tutti nell’universo. Malgrado nessuna natura specifica il mondo fatto così obbliga a rispettare i suoi ordini e nessuna sofferenza e nessun’idea geniale ha nessun diritto per cambiarlo perché nessun essere creato di pluralità potrà ottenere nessun massimo assoluto come nessun minimo), e il principio del regno dei fini secondo la categoria di totalità (3) 1, 2, 3 (P. Ricoeur, “Sé come un altro” a cura di D.Iannotta (pp. 310-311), Jaca Book, Milano 1999)

 (I destini contrasti non possono essere spiegati con noi perché ogni fato della provvidenza si compone sempre sulla base della totalità capita, prevista e creata soltanto da Dio al migliore passaggio attraverso lo spazio, il tempo e le nascite delle nuove anime). L’epoca di Atlantide doveva finire. Per terminare la sua ultima corda nacquero l’ultimo sacerdote supremo di Ra e i gemelli che, secondo la provvidenza totale di tutte le dimensioni, dovevano condurre all’apocalisse per continuare lo sviluppo del Globo Terrestre nell’Universo.    

Secondo tutte le leggi e le percezioni dei primi 3 concetti è giusto. Ma in 5 dimensioni al di fuori degli spazi, il cui ambito è più complesso e più sviluppato di tutti gli spazi, ogni retta del nostro Universo diventa il cerchio. Ancora una volta è dimostrata la relativa ambiguità di questa strana eredità storica della Creazione Universale che è stata attribuita agli indiani, ai cinesi, ai persiani, ai greci, ecc. Quando è stato dimostrato che il nostro Universo è potenzialmente finito come allo stesso tempo infinito, compare l’idea che, in quanto — l’ Universo con la sua interna infinità è da considerarsi finito, in tanto — il concetto dell’ infinità è relativo e permette di presupporre l’ infinita quantità degli Universi, al di fuori di ogni interna finitezza relativa infinita anche in 3 dimensioni, che rappresentano le Particelle Universi Neutrali più elementari in quell’ ambito sopraspaziale di ogni Macro Universo condizionale di cui gli Universi Neutroni condizionali non sono minimali come i macro universi non sono massimali perché all’ interno sono unite fino al Più dell’ infinità in 11,1 dimensioni e sono separate fino al meno dell’ infinità secondo i neutroni universi all’interno di ogni macro universo. I nostri Universi corrispondono al loro sopraspazio condizionale ed ogni fra essi deve avere le loro particelle neutrali, ma non minimali perché il Minimo e Massimo appartengono solo a Dio.

Fondato così il metodo, il Cusano affronta il primo argomento. Impiegando un linguaggio aritmetico, pitagorico dirà poi, Dio massimo coincide col minimo appare come l’unità. È l’unità cui nulla si oppone, ed è “tutto ciò che può essere. Ma essa non può diventar numero” (I, 5, § 14). Il Cusano insiste nel dire che l’unità di cui qui si parla  non è quella numerica; i numeri sono costruzioni della nostra mente nell’origine gnoseologico, l’unità divina è ontologica e l’unità numerica ne è soltanto il simbolo. (“I  FILOSOFI” Introduzione a Nicolo  Cusano di Giovanni Santinello, II le prime formulazioni del sistema. 1) Argomento e metodo del “De dotca ignorantia” (p. 33). Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1987)

Egli (Cusano) rifiuta tale concezione, per ammettere invece la simultaneità della creazione di ogni parte dell’universo. Il concetto di contrazione comporta che le parti, i singoli enti, non siano parti, ma un tutto nel tutto. L’universo, sebbene non sia né sole né luna, è tuttavia sole nel sole e luna nella luna”. Se l’unità dell’universo è contratta nella molteplicità degli enti, ciò significa che l’universo non è nulla senza gli enti che lo costituiscono. L’ attualità dell’universo è in ciascuno degli enti che esistono in atto. Vi saranno gradi diversi di contrazione, cioè di limitazione, a seconda della perfezione degli enti; ma ogni ente è, in maniera diversa da tutti gli altri, tutto l’universo contratto nella caratteristica modalità sua. Questo concetto viene espresso dal Cusano con esplicito riferimento ad Anassagora: quod libet in quo libet. (“I  FILOSOFI” Introduzione a Nicolo  Cusano di Giovanni Santinello, II le prime formulazioni del sistema. 5) L’universo e la sua unità (II, 5, § 117) (p. 45)  . Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1987)

Le particelle, i neutroni, devono essere neutrali per diventare le cause degli scopi di quei due segni: del segno meno, che aspira a fermare tutti gli sviluppi soprattutto ed indirizzare la materia sottoposta a distruggere tutto fino al meno dell’ infinità, e del Segno Più dell’ Infinità, anche senza massimo, che salva la materia composta o distrutta e la trasforma nell’ infinità positiva che lotta contro la distruzione assoluta e permette le separazioni soltanto delle megagalassie fino alle galassie, le galassie fino ai sistemi solari, i sistemi solari fino ai pianeti, i pianeti e gli astri fino alle molecole, le molecole fino agli atomi, gli atomi fino alle parti elementari, e le particelle: quelle sono i neutroni all’ interno degli atomi come tutta la materia separate ed unite allo stesso tempo con la legge divina neutrale fino alle megagalassie all’interno di ogni neutrone (Universo) e così fino ai neutroni(Universi) all’interno di ogni neutrone  che anche sono stati separati fino al meno condizionale dell’ infinità. E tutto quello che è separato aspira ad unirsi, con la forza e con lo scopo del Divino Segno il Più dell’ infinità, fino al Più dell’ infinità materiale: dalle particelle fino agli atomi, gli atomi fino alle molecole, le molecole ai sistemi solari, fino alle galassie, fino alle megagalassie, aspirando dalle megagalassie infinite al suo neutrone universo interno per unirsi negli ambiti sopraspaziali, i sopraspazzi nelle macro sopraspazzi e così senza limiti unendo sino all’ infinità, secondo la legge divina, come è stata separata fino al meno dell’ infinità. In quella struttura il tempo infinito genera il tempo finito per ogni velocità. 13 miliardi di anni fa all’ interno di quella struttura infinita avvenne l’ esplosione del nostro universo che diventa uno dei neutroni incommensurabili negli atomi infiniti del sopraspazio soprauniversale, in cui il tempo passa tante volte più lento, in quanto il sopraspazio è più grosso del nostro neutrone-universo, che è solo un neutrone atomico, nel finito ed infinito all’ interno di sé macroambito.

Nel passaggio dal primo al secondo momento, cioè nel transferre concetti riguardanti una figura geometrica finita ad una figura geometrica infinita, avviene una contraddizione: il triangolo infinito, ad esempio, non ha più tre lati, ma essi  costituiscono una sola linea infinita; dunque triangolo che non è triangolo… Nell’ambito della quantità, avvenuto il trasferimento all’infinito, si verifica una contraddizione che l’intelletto vede necessaria, ma la ragione non può  concepire: “ciò che risulta impossibile nella quantità, vede che è del tutto necessario” (I, 14, § 39). Questo vedere è un sapere di non sapere, nel terzo momento, poi, l’infinito quantitativo diventa il simbolo dell’infinito divino assoluto, ossia sciolto da ogni quantità. In questo senso, dunque, l’esercizio della dianoia (dziània) matematica porta alla visione nella tenebra della negazione, che è la dotta ignoranza noetica… Il misticismo della dotta ignoranza non spegne la rinuncia il desiderio di conoscere il mondo, ma anzi ne è l’incentivo. Non si arriva all’ignoranza non approfondendo tutte le possibilità dell’unica nostra conoscenza positiva valida, che è quella matematica e mondana, anche se essa è sempre finita e relativa. (“I  FILOSOFI” Introduzione a Nicolo  Cusano di Giovanni Santinello, II le prime formulazioni del sistema. 1) Argomento e metodo del “De dotca ignorantia” (p. 32). Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1987)

Le immagini di due coni aspirati al cielo (su) e alla terra (giù) sono la scorretta comprensione della teoria dell’ eredità del passato sconosciuto, o sono i codici, detti agli analfabeti, che sono facilitati rispetto agli esseri, stati fra gli animali e i futuri esseri ragionevoli nello sviluppo, abbiano capito molti migliaia di anni fa solo la differenza fra su e giù, all’ unione e alla separazione, al Dio e al diavolo.

Quando il fuoco interno e il fuoco esterno sono insieme nelle buone relazioni essi si svuotano (46 a). Se il foco esterno manca notte il foco interno è tagliato da noi: quando il fuoco interno incontra qualche non confermato muta e si spegne (45 d) ma, solo nello stato della tranquillità, si accende la luce interna nel costume dei sogni, anche sulla base della nostra seconda memoria dell’ intelletto che appena ci dirige sempre. Questo dominio della seconda memoria dimostra che siamo ancora deboli senza telepatia e concepiamo il fondamento logico del mondo solo mediante tutto quello che ci sta intorno. Molto poco della terza memoria, che è percepito sulla base della luce esterna di tutto circondato, diventa il frutto della bellezza divina o della luce interna sudetta. Il tempo, le leggi delle tradizioni globali non ci fanno percepire la realtà. Michel de Nostredame (Nostradamus) scrive dello stato dell’ uomo che dipende dal tempo nella lettera al suo figlio Cesare Nostradamus, secondo i frammenti 12-15 fatti dal dottore John Hogue:

 ... ayant  voulu  taire  et  délaisser  pour  cause  de l' injure, et  non  tant  seulement  du   temps    présent,  mais  aussi  de  la  plus  grande part du futeure, de  mettre  par  éscrit,  pource   que  les  régnes,  sectes   et   religions   feront    changes    si   opposites,   voire   au   respect  du   présent  diamétralement,  que  si  je  venois  à l' advenir  sera  ceux  de  régne,     secte,   religion,   et    foy   trouveroyent   si  mal   accordant   à  leur   fantasie  auriculaire,  qu' ils   viendroyent  à damner ce que par les siècles advenir on cognoîstra êstre veu et apperceu. (… avendo voluto celare e rifiutarsi a causa dell’ ingiuriare (offendere), e non solamente del tempo presente, ma anche (ingiuriare) la  maggior parte del futuro, di mettere per iscritto (di scrivere, di mettere in rilievo), perché i regni, le sette e le religioni faranno cambiare sé opposti, vedere al rispetto del presente diametralmente da quello che io venni all’ avvenire sarà questo di regni, sette, religione, e la fede quelli che si troverebbero male accordando alla loro fantasia orecchiabile, che essi verrebbero a dannare quello che fra i secoli, l´avvenire, conosceranno essere visto ed accettato.) (Nostradamus the complete propheties John Hogue: Nostradamus, Complete profezie John Hogue (pp. 34-35), first published in Great britain in 1996 by Element Books Limited, Shaftesbury, Dorset,ÔÀÈÐ ÏÐÅÑÑ, Mosca 1999, ISBN 5-8183-0077-3, originali francesi, traduzione dall’ inglese in russo di I. Gavrilova)    

 La nostra realtà è sempre relativa. Platone meglio di tutti gli altri filosofi fu in grado di conservare la parte della sua memoria della bellezza divina. Ma anche egli non riesce a capire, al di fuori dei limiti del suo tempo, e non può intendere la realtà di questa teoria della creazione universale malgrado il suo talento logico sopranaturale. Anche il nostro uomo contemporaneo, verosimilmente, non è in tanto sviluppato, in quanto ha bisogno di capire ed analizzare l’ eredità storica della teoria menzionata che è, senza dubbi, in quanto relativa, anche implicita. Tre tipi che crearono l’ Universo secondo il “Timeo” di Platone sono il Demiurgo (Dio Padre), l’ immagine eterna contemplata dal Demiurgo durante il processo della creazione (Spirito Santo) e l’ Heidron libero da tutte le forme prima (Dio Figlio) all’ interno della cui sostanza passa il processo della Creazione Suprema che prima di creare la sostanza non aveva nessuna qualità per avere in sé tutto possibile.    

Queste proposizioni assiomatiche vengono presentate nella assolutezza veritativa, e la “probabilità” dei discorsi cosmologici e fisici che seguiranno verrà dedotta proprio dalla verità incontrovertibile di tali proposizioni.

1) L’essere che è sempre (ossia l’essere eterno) non è soggetto alla generazione e al divenire, in quanto continuamente si genera e muta: esso viene colto dall’intelligenza e dal ragionamento.

2) Il devinire non è mai un vero essere, in quanto continuamente si genera e muta: esso viene colto dall’impressione sensoriale e dall’opinione, che è ben distinta dalla ragione.

3) Tutto ciò che è soggetto al processo del divenire richiede strutturalmente una causa che ne produca la generazione. Questa causa è il Demiurgo o Artefice, causa efficiente (produttrice delle cose che si generarono).

4) Il Demiurgo o Artefice, considerato in generale nella sua funzione, produce sempre qualcosa, guardando ad alcunché come a punto di riferimento, e prendendo questo come modello. Considerando il problema in generale, si deve dire che l’Artefice potrebbe rifarsi a due differenti tipi di modelli: a ciò che esiste sempre e allo stesso modo (ossia all’essere cui si riferisce il punto assioma), oppure a qualcosa che è soggetto a generazione (ossia a quel tipo di realtà cui si è detto nel secondo assioma). Ma se l’Artefice prende come modello l’essere eterno, ciò che produce è bello; se, invece, prende come modello qualcosa di generato, ciò che produce non è bello.  (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di Giovanni Reale,  Introduzione “Fortuna”, Il preludio teorico e i principi (pp. 12-13)  Zanichelli Editore S. p. A., Bologna 1997)

ed in terra lasciai la mia memoria                   16

sì fatta, che le genti lì malvage

commendan lei, ma non seguon la storia”.

Così un sol calor di molte brage                       19

Si fa sentir, come di molti amori

Usciva solo un suon di quella image.

(Par, XIX canto, 16-21)

         la mia… storia: una tale memoria delle mie azioni buone, che perfino le genti malvage che popolano il mondo al presente son costrette a lodare a parole questa memoria, anche se poi di fatto trascurano di imitarne l’esempio (la storia). Già il Daniello notava la somiglianza fra questo passo dantesco e l’altro di Petrarca: “quelle ghiande / le qual fuggendo tutto ‘l mondo onora” (Rime, L, 23-4). 19-21. Così un sol… image: da molti carboni ardenti risulta un’unica impressione di calore; così qui di molti amori, da tanti spiriti affocati di carità e uniti a costruire l’immagine dell’aquila, si sprigiona una voce sola (non un coro). L’immagine (che si prolunga, quasi musicale). (“La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 1013). Editore –Milano-Napoli 1954.)                    

 la storia: il ricordo di giustizia e di pietà che i beati spiriti del cielo di Giove avevano lasciato in eredità agli uomini. Molti amori:  le anime de’ giusti, affocati di amore divino. “Qui descrive per esempio che, sì come di molte bragie si sente solo uno calore, così di quella moltitudine d’anime si sentìa solo una singolar parlatura” (Anonimo).  (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 941); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)   

La modernizzazione filosofica di Dante è utilizzata solo per trovare le sorgenti simboliche da cui Golokhvastov attinge le sue idee e le sue immagini primordiali. Ogni ricercatore esaminato Dante non deve modernizzarlo. “La storia” del frammento soprascritto non è che “il ricordo di giustizia e di pietà che i beati spiriti del cielo di Giove avevano lasciato in eredità agli uomini”.

3. Nel  poema la parola “ziggurat” è il nome proprio. Lo Ziggurat divenne il primo simbolo della fede degli Atlanti. Secondo il soggetto di Golokhvastov gli atlanti credevano in un solo dio e le loro anime erano salve già con la profezia di Atlasso quando alzarono sette torri, una sopra l’ altra, le cime aspiravano al cielo che lì, al di fuori della vita, a metà fra la terra e il cielo si incontrano sempre, che col cuore puro a cui libero salgono le genti col sogno di Dio. E dal cielo, come alla sua casa, scende nel mondo Dio beneficente. L’ inizio della narrazione epica del quarto capitolo, che descrive la montagna sacra di Ziggurat, fa ricordare l’ espressione di tutto il XXVIII Canto del “Purgatorio” della “Divina commedia”. Leggendo questo capitolo della “Rovina di Atlantide” lo fa ricordare attraverso l’ incoscienza la foresta divina spessa e viva come Dante, Vergilio e Stazio lasciarono la riva, prendendo la campagna lento su per lo suol che d’ ogni parte auliva (4-6), per cui le fronde, tremolando pronte (docile al soffio del venticello), tutte quante piegavano a la parte (occidentale; dove al levare del sole il sacro monte getta l’ ombra sua) u’ la prim’ ombra getta il santo monte. È molto difficile non sottolineare questa reminiscenza delle alternanze delle immagine di Dante che si riflettono nell’ inizio del quarto capitolo della “Rovina di Atlantide” di Gheorghi Golokhvastov. Ma dopo il suo sviluppo della narratività passa al racconto di come gli uomini tutti i giorni e tutte le notte costruissero il sacro fondamento, dal marmo di sette colori, al tempio di Ra per proibire i sacrifici umani al contrario dell’ ultimo supremo sacerdote di Ra, verosimilmente fino all’ ultima corda della provvidenza che si realizza con il fato del personaggio essenziale dell’ epopea.  

P. 36: Glifi — i segni condizionali che simbolizzano le idee nelle scritture, nelle pitture, nelle sculture e nelle architetture della Grecia Antica; i colori e i metalli di ogni pianeta — l’ oro di Sole, l’ argento di Luna, il coloro giallo o il colore verde di Venere, il blu di Giove, il colore rosso secondo il ferro di Marte, il nero secondo il piombo di Saturno, Mercurio non acquista nessun colore o ha il colore bianco. Glifo (g+l), sm. Archit. Solco concavo a spigolo vivo usato come elemento ornamentale. – In paratic.: decorazione dei triglifi. Baldinuccci, 68: ‘Glifi, triglifi’. Una sorta di membra degli ornamenti. Milizia, 330: ‘Diglifo’, Ornamento lavorato in incavo da due parti, come doppio glifo. Carena, 1-40: ‘Glifo’, è un solco o cataletto verticale sfondato ad angolo retto nel fregio dorico. Adoperasi d’ordinario nel numero dei più, perché non suol porsi solo, ma si due nei di glifi e tre nei triglifi. Ling. Segno geroglifico dell’antico alfabeto dei Maya. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese. 9/V71964.)

 Gli Atlanti costruirono sette torri superbe, sette scale brusche e sette larghi portoni che divennero l’ostacolo, per i mortali, alle altezze sante. Presso le portine si inclinarono le chimere e le aquile(aguglie): (le statue di loro); Fra le mura e le scale, fra gli emblemi dei misteri, essi nascondevano i glifi condizionali, tutta la saggezza delle cognizioni scoperte non a tutti: l’ essenza dei misteri, i miti bifronti e la verità di teoremi facili sempre …Il concetto dei glifi concentra il mistero dell’ immortalità. L’ autore disegna la chiusura del tempio antico che è stato nascosto l’ incapace di comprendere all’ uomo normale. Il significato della scrittura sacrale fatta con i glifi cela il mistero sino al termine.   

P. 37: L’ oricalco — il metallo sacrale nei tempi antichi, della cui dono scrive Platone. Il lettore vede come vicino al tempio supremo, per le parole della leggenda, come il primo sacerdote dello Ziggurat, Atlasso portò, per la prima volta, al Padre dell’ Universo il suo inno nell’ ora romantica del tramonto…

Il verbo fiammeggiato delle preghiere delle anime convertite, la prima volta, si accese e si girò per il Padre vissuto sul Disco seguendo l’ alternanza della Notte e del Giorno. Il tripode pesante ricorda sino ad oggigiorno come, nell’ oscurità grigia, del vecchio Atlasso si alzava la preghiera. E nel tempio inferiore (è il tempio sottoterrestre dei morti messi nei sarcofagi) condusse all’ Immortalità il suo ordine regio, all’ eternità, diedi il trionfo all’ oricalco. Secondo il pensiero del profeta Atlasso, nessuno fra gli altri troverà il cammino al tempio dei morti, e se lo trovasse non capirebbe in alcun modo il significato dei simboli del disegno sul metallo. I sacerdoti di Ra non disturberanno mai le tombe sacrali. L’ immagine “oricalco” si incontra  alcune volte nel “Crizia” di Platone dal paragrafo (114 e), in cui il personaggio Crizia interpreta la storia di Solone. Il muro esterno dell’ acropoli era stata coperta con l’ oricalco nella “Rovina di Atlantide”. Alcune pareti del tempio di Nettuno (verosimilmente di Ziggurat) avevano la copertura di questo metallo brillante. Tutti i pavimenti del tempio consistevano nell’ oricalco. Anche il suo soffitto di ossa elefantiaca era decorato col metallo menzionato. Le stelle, in cui erano scritte le regole delle relazioni fra i re, erano in oricalco. In seguito l’ oricalco si svalutò e divenne un metallo comune. Anche il desiderio dell’ immortalità del sacerdote perde il suo prezzo alla fine dell’ epopea. Questa immagine della memoria dell’ intelletto è bene utilizzata nella descrizione del tempio, in cui si svolge l’essenziale diffusione della memoria della bellezza divina e della peggiore memoria della sensazione (legata alla sete dell’ immortalità) mediante la memoria dell’ intelletto o della saggezza umana.                 

IV cap. p. 42: Nada – la voce dello spirito del silenzio, descrive la scala della perfezione che ha sette gradi e sette portoni. Nada, pron. Indef. Invar. Niente, nulla. Aretino Vi-125: Ora il caso è questo, io andrò a trovare Aluigia, la quale corromperia la castità, che senza lei non si può far nada. Idem, Vi-172: Non       mancherà nada.. – Con valore avverb. Loredano, 5-182: Non potendo fuggire,      erano costretti / per non morire a maneggiar la spada, / onde riusciano bravi maledetti / coloro al fin che non valevan nada…= Dallo spagn. Nada ‘nulla’. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)

 Nella “Divina commedia” di Dante Alighieri la città della saggezza gentile e il castello di sette mura e sette porte sono stati descritti nel Limbo del IV Canto dell’ Inferno (106-111), in cui stanno le anime di Elettra, Ettore, Enea, Cesare con gli occhi grifagni, Cammilla, Pantasilea figlia del Marte, Latino: re del Lazio e padre della Lavina, Lavina, Bruto: che ha cacciato via l’ ultimo re Tarquinio, Lucrezia, Iulia, Marzia, Coniglia, Socrate, Platone, Democrito, Diogenès, Anassagora, Tale, Empedoclès, Eraclito, Zenone (di Elea o lo stoico di Cittico, Dioscroride, Orfeo, Tulio Cicerone, Seneca, Euclide, Tolomeo, Ippocrate, Avicenna, Galieno: medico di Pergamo, Averroìs (Ibn Roschid, filosofo di Cordova (1126 – 1198)), ecc.:

Veniamo al pie’ d’ un nobile castello,                          106

Sette volte cerchiato d’ alte mura,

difeso intorno d’ un bel fiumicello.

Questo passiamo come terra dura;                            109

per sette porte entrai non questi savi:

giungemmo in prato di fresca verdura.

(“La Divina Commedia”, l’ Inferno IV, 106 - 111)

         106-110. un nobile… savi: tutto lo scenario, e anche i particolari, hanno un carattere evidentemente allegorico. Ma già i commentatori più antichi discordano sul modo d’interpretarlo, e più i moderni. La spiegazione di Pietro di Dante,, secondo cui il castello simboleggia la filosofia ( cioè la sapienza umana, intesa in largo senso, come la teoria e pratica) e i sette cerchi di mura stanno a rappresentare le sette parti della filosofia (fisica, metafisica, etica, politica, economia, matematica, dialettica), è quella che forse, meglio di tutte, corrisponde al gusto intellettualistico di siffatte invenzioni. Altri fra antichi commentatori vedono nelle mura o nelle porte le sette arti liberali (del trivio e del quadrivio); e il Landino e il Vellutello, le virtù morali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) e quelle speculative (intelletto, scienza, sapienza). Opinione quest’ultima, che è piaciuta agli interpreti più recenti, ma che non ha un preciso riscontro nella terminologia di Dante (cfr. Conv., IV, XVII; III, II). Più difficile è determinare il valore simbolico del fiumicello: la disposizione dell’intelletto umano alla scienza? O l’abito al bene operare? O l’esperienza? O l’eloquenza, come strumento di iniziazione al sapere? Che i poeti passino il rivo come terra dura, asciutta, significherà che per essi non avevano più forza gli impedimenti frapposti alla conquista della saggezza umana, e della gloria, così da renderle difficilmente accessibili ai più. 111. in prato… verdura: lo schema della rappresentazione è virgiliano: “similiter Virgilius Vi Eneidos, et Homerus XI Odysseae, fingunt viros illustres stare in prato virenti” (Benvenuto). (“La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 51). Editore –Milano-Napoli 1954.)

nobile castello: simbolo della umana sapienza. È certificato di 7 mura,        simbolo ciascuna di una delle arti liberali (la grammatica, la dialettica, la retorica, l’aritmetica, la geometria, la musica e l’astrologia). Al. intende il castello come  simbolo della filosofia, e le mura delle sue 7 parti (la fisica, la metafisica, l’etica, la politica, l’economia, la matematica, la sillogistica): per al. Ancora, il castello è simbolo dell’ unione delle virtù morali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) con le speculative (intelligenza, scienza e sapienza). dura: asciutta, secca. Alcuni scorgono in questo fiumicello il simbolo della eloquenza). sette porte: le porte di ciascun muro. (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 39); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )

Quei sette portoni mostrano che chi conseguirà il quarto grado unirà in sé tutti i sentimenti fisici e stato unito con lo spirito (“Il Libro delle Regole di Oro”, Frammenti scelti; la prima parte: “La voce del silenzio” — traduzione E. P. B. del 1889. Stampa del 1923. Tallin, Est.)                     

         Quei tre gradi e il quarto, la porta al Purgatorio nella “Divina Commedia”, tutto è inserito anche nella “Rovina di Atlantide”, in cui sono stati descritti sette gradi ogni col suo colore, secondo Dante sette peccati, e forse essi alludono indirettamente al IX canto del Purgatorio (94 - 132) della“Divina commedia”. Se la vetta dello Ziggurat era invece da considerarsi come il fondo dell’Inferno della “Divina Commedia” in cui Dante scende il servitore di Ra “sale” e quando Dante sale Golokhastov cade, ma Golokhvastov non vuole mostrarlo direttamente. Ma l’allusione all’ antipode riflesso di Dante esiste secondo le contraddizioni dell’ordine delle alternanze dei gradi e dei colori. Se nella “Divina Commedia” lo scalgion primaio, marmo bianco era sì pulito e terso,..(94-95) nella spiegazione della “Rovina di Atlantide” in particolare è l’ultimo colore di Mercurio bianco. Il secondo tinto (nero) più che perso, d’ una petrina ruvida e arsiccia,…(97-98). Anche, nella “Rovina di Atlantide”, il secondo colore di Saturno è nero ma dalla fine. Lo terzo (rosso), che di sopra s’ammassiccia (si sovrappone assai pesantemente) porfido mi parea fiammeggiante,… (100-101). Nella “Rovina di Atlantide”, il terzo coloro dalla fine, come il primo tra gli ultimi tre gradi, è di Marte, anche che è il rosso. Golokhvastov teoricamente imita le leggi universali delle alternanze delle immagini della “Divina commedia” ma ordina, filosoficamente come nel rispecchio in cui il destro diventa sinistro secondo il servitore di Ra accecato; il suo desiderio dell’ immortalità contraddice al fine di Dante.

Possono fare tre supposte:

1) Golokhvastov specialmente riprende e contraddice la “Divina commedia” e a questa causa allude implicitamente a quella nella sua spiegazione affinché solo gli specialisti trovino il rapporto contrapposto che è il suo desiderio sacramentale?

2) Golokhvastov non lesse mai la “Divina commedia”. E molti immagini simili e relative contraddizioni ordinate non sono che coincidenze.

La famiglia Romanov dell’ ultimo imperatore russo non sostenerebbe se i migliori intellettuali bianchi immigrati conoscessero non meno di cinque – sei lingue straniere. La società della famiglia dell’ ultimo zar-imperatore russo conosceva la classica europea quanto la corte francese anche senza potere (a quella era sempre legata da vincoli  di amicizia). Quasi tutti i rappresentanti dell’aristocrazia russa, e non legati alla famiglia Romanov, leggevano tutta la letteratura classica in lingua originale: in greco, in latino, in francese, in tedesco, in italiano e in inglese. Quei rappresentanti dell’intelligenza non potevano comparire nella società aristocratica senza conoscere le lingue menzionate. Se la stessa famiglia dell’imperatore finanziò la prima pubblicazione della “Rovina di Antantide”, non è da mettere in dubbi che Golokhvastov conoscesse la letteratura classica europea, ma è ragionevole pensare che lesse la “Divina commedia” (verosimilmente in lingua originale) tradotta in russo già così come molti altri classici.

3) Golokhvastov non vuole che lo sappiano; Egli lo mostra mediante immagini orientali contrapposte a Dante affinché queste immagini filosofiche e le loro alternanze fossero contraste. Golokhvastov desidera dimostrare mediante la spiegazione che l’ oggettiva memoria dell’ intelletto che sintetizza l’ eredità storica è indipendente in tutte le epoche.

P. 43: Archat — santo nel buddismo. I sacerdoti supremi di Ra sono da considerarsi gli achati, i profeti del vissuto nel Disco. Diventavano i proprietari delle verità immortali, che non esiste come è dimostrato prima secondo Cusano, i rappresentanti della generazione dei sacerdoti. Contemplavano e conservavano i misteri della terra e dei cieli, difendevano i deboli, erano i portatori delle leggi, ed avevano anche le chiavi dei portoni dello Ziggurat. I re gli facevano educare gli eredi al trono. Prima di diventare i servitori di Ra passavano, nel silenzio, molti anni fra i deserti spirituali in cui diventavano i vecchi e i grandi maghi. Rifiutavano la vita per ottenere il bene, lasciando sé stessi nelle ricerche delle santità. E solo quando lo spirito vinceva se stesso essi univano insieme lo spirito, l’ anima e la carne. Si separavano dal mondo e, nelle sfere della luce, si fondevano con l’anima dell’Universo. L’ anima dell’ autore si vede nella vita precedente prima della reincarnazione attuale, in cui egli stesso era uno di quei supremi sacerdoti. L’ universo si scoprì più esteso Per la vita nuova, negli altri ambiti; Io potessi essere diverso agli uomini nel loro mondo ondeggiato nelle buie inferiori passioni. Ma noi achati consideravamo il debito ereditario come il bene per gli uomini, di partecipare alla loro vita e, nella prigionia non lunga, di servirli nel regno del peccato e delle sofferenze, per curare. E, per la pace, dalla plebe peggiore la Crocifissione dello spirito sopportare, non querelando.  Al riguardo l’ immagine poetica “Crocifissione dello spirito” dimostra che, malgrado le influenze filosofiche dell’ oriente gentile del Buddismo, ecc., l’ anima di Golochvastov è cristiana.

Il V Cap. l’ inizio della p. 44: Geminati sono i corpi celesti della corrente meteorica o della pioggia dei meteoriti che passa ogni anno dal 10  all’ 11 dicembre nella terza costellazione zodiacale dei Gemini. Questa immagine filosofica sviluppa il soggetto della “Rovina di Atlantide” e conduce il lettore sino alla culminazione finale. L’ essenziale concetto di questa immagine si svolge nei V, VI e VII capitoli. I capitoli menzionati sono accompagnati più degli altri dalla diffusione della seconda memoria e della terza memoria della bellezza divina, in cui, senza dubbio, è dominata la terza che veste la narrazione dell’ autore nei costumi magici. L’alternanza delle sillabe lunghe e brevi, la metrica (quantità delle sillabe) e le alternanze fisse delle strofe rimate mutano quando è stata esposta la preghiera del sacerdote, gli inni degli altri personaggi, la canzone della bambinaia, ecc.. Gli ordini poetici sono cambiati con lo sviluppo degli eventi portando in sé la profezia della fine tragica. Nelle costellazioni, in doppio,  brillano i Geminati, volando per il cielo nella pioggia di fochi. È la festa più  amata nel cerchio annuale che incontra oggi il popolo di Atlantide. Siamo la vita e la morte di due sorelle-gemini (che non sono il principe e la principessa che dovranno simbolizzare la loro comparsa) nei misteri bivalenti dei vicini, dell’ unico pensiero dei messaggeri senza idea, dell’ unico arbitrio dei creatori senza volontà allo stesso tempo li rispettiamo come due grandi miracoli… Così inizia il quinto capitolo della “Rovina di Atlantide”, in cui il destino fatale di due gemelli, del sacerdote supremo e dell’ Atlantide si svolge nei Geminati come nel simbolo essenziale della fatalità che è stato espresso dalla memoria dell’ intelletto che così sintetizza il concetto fatale dei Geminati splendenti. Il destino prescritto prima della nascita dei gemelli si evidenzia con la descrizione della caduta dei gemini nel cap. VI  nelle pp. 48-51:

Su era messo il bollo della scelta doppia dai primi giorni, in loro si concentravano le predizioni degli astri ed esse si realizzavano per lo più in loro i segni delle profezie conservate tra le scritture antiche dei sacerdoti predicati: è la salvazione del mondo, nei pensieri amanti, usavo il destino dei bambini gemelli. E nuovamente tentavo di prevedere i loro destini oggi, con i pensieri guardando come l’ itinerario della loro vita serpeggi. Sono in fretta i quinquennali — dalla loro nascita tre scadenze hanno passato.

Come scrisse Platone nel “Timeo” la luce interna cessa di essere percepibile se scompare la luce esterna. Non è possibile uscire dalla memoria dell’intelletto che è analizzato e sintetizzato l’eredità del passato. Ogni ripetizione delle creature è bruta secondo Platone. Nessun monumento della cultura umana comparve senza influenza di qualche arte precedente. Prima della composizione delle Veda che è da considerarsi il primo testo religioso si fonda sui testi più antichi dei soggetti leggendari. Anche prima di Omero sussisteva la mitologia e l’ attività poetica dei greci. Lo stesso fatto appartiene all’“Eneide” di Virgilio e alla “Divina commedia” di Dante. Il loro aspetto ai fonti è fondamentale. Se le fonti non fossero – nessun capolavoro comparerebbe. Ma ogni originale, che non ripete nulla, genera il miracolo quando costruisce il proprio ambito artistico mediante le creazioni geniali. Si può presupporre che Golochvastov scelga le immagini e i pensieri primordiali di Dante per installare nello sviluppo del suo soggetto originale il contrario della composizione dantesca. I VII e VIII capitoli verosimilmente, mediante l’ implicito nascosto dagli analfabeti e mostrato agli intellettuali specialmente, sono posti in correlazione al VIII Canto e parzialmente al IX Canto del “Paradiso” della “Divina commedia”.

VIII Canto

«E come in fiamma favilla si vede,                                                         16

e come in voce voce si discerne,

quand’ una è ferma e l’ altra va a riede;

vid’ io in essa luce altre lucerne                                                   19

muoversi in giro più e men correnti,

al modo, credo, di lor viste interne.

Di fredda nube non discerner vènti,                                              22

o visibili o no, tanto festini,

che non paressero impediti e lenti

a chi avesse quei lumi divini                                                                 25

veduti a noi venir, lasciando il giro

prìa cominciato in li altri Serafini.”

         Più bella: cfr. Par., v, 94. quand’una: allorché di due voci che cantano insieme l’una tiene la nota dell’altra, gorgheggiando, va e viene sulle stesse note. Altre lucerne: altri splendori. Gli spiriti amorosi (v. 38). al modo: secondo la maggiore o la minore intensità dei gaudi spirituali (viste interne) da Dio concessa a ciascuna di quelle anime beate. (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 821); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)

Questo frammento poteva generare, nell’ anima di Golokhvastov la doppia voce del destino che apparterrà a due fiamme divine nate oggi dal principe e dalla principessa. Secondo la filosofia di Golokhvastov le anime vivevano ed esistevano prima della nascita e possono scendere molte volte dal paradiso. “Allorché di due voci che cantavano insieme” nel paradiso non potranno essere separate l’ una dall’ altra dopo la nascita. Anche nella vita del doppio destino è con la loro unità inseparabile a che “l’ una tenga la nota e l’ altra e, gorgheggiando, a che vada e venga sulle stesse note”. Sono scese da cui fra le altre lucerne. Ambedue erano gli spiriti amorosi sempre e verosimilmente  l’ unità delle loro visioni interne diventò separata con la loro nascita. “Al modo, secondo la maggiore (del futuro principe) e la minore (della futura principessa) intensità dei guadi spirituali, da Dio concessa a ciascuna” anima separata con la vita corporea per rimanere “quelle anime beate” sino alla morte naturale.   

Ricordo la notte di Geminate. Illuminando l’ Isola di Atlasso da paese a paese, (p. 49)  splendevano i fuochi delle lampade notturne; e al cielo in modo misterioso l’ Atlantide natale conduceva il linguaggio, ricordando il passato remoto, parlando sempre di qualche vivo; allora, nell’ oscurità della memoria sacrale, era la caduta di due stelle sopra il tetto regio che ho visto; Quelle due stelle fanno prevedere quel doppio destino che resterà il mistero fino alla morte per essere vivi sempre insieme. Il sacerdote non sa prevedere lo scopo della caduta di due stelle, di quelle due fiamme sopra il tetto del re di Atlantide.

VIII Canto

“per che, quantunque quest’ arco saetta,                              103

disposto cade a provveduto fine,

sì come cosa in suo segno diretta.

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine                                        106

Producerebbe sì li suoi effetti,

che non sarebbero arti, ma ruine;

103-5. per che… diretta: ne consegue che tutto ciò che quest’arco saetta  (tutte insomma le influenze celesti) è disposto ad un fine preordinato da Dio, come freccia diretta al suo bersaglio. Arco è la virtù dei corpi superiori, saette gli influssi che ne discendono, segno il fine stabilito dalla Provvidenza. 103. quantunque: tutto ciò che. Cfr. Purg., XXX, 52; Par., XIII, 43 ; XXII, 82, ecc. 105. cosa: Benvenuto legge “cocca” (sineddoche per “strale”). 106-11. Se ciò non… perfetti:  se gli influissi celesti preordinati da Dio, i cieli che tu percorri produrrebbono effetti tali, che non sarebbero cose fatte con ordine e con ragione come fanno quelle dell’arte, ma ruine: imperò che andrebbono le cose senza ordine e con temerità” (Buti); la qual cosa è impossibile, se le intelligenze mortici di queste stelle non sono difettose, e difettoso anche il Primo Motore, che in tal caso le avrebbe create imperfette (insufficienti al loro compito): supposizione assurda. (1) (“La Divina Commedia a cura di Natalino Sapegno. Riccardo Ricciardi (p. 884). Editore –Milano-Napoli 1954.)  

         quantunque: tutto ciò che; e intendi: “tutte le operazioni di quassù son disposte a fine infallibile” (Tommasèo), come cosa scagliata corre a ferire il bersaglio. sì: così, in tal maniera. arti: “cose fatte con ordine e con ragione” (Buti). (2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 827); ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )                       

         Ma l’ arco divino saetta ora per condannare gli atlanti quindici anni dopo. Il sacerdote non percepisce la previdenza che la relazione incorretta ai gemelli animerà le forze naturali senza coscienza. La pena divina consiste nella cecità e nella sordità  alla perdizione delle catastrofi future. Se non fosse così il mondo non avrebbe fatto tutte le “cose con l’ordine e con la ragione” che erano previste e lasciate con il primo profeta Atlasso sino alla necessaria scadenza. Ma quindici anni prima le cadute delle stelle sembrano tutte insomma le influenze celesti sono disposte ad un fine preordinato da Dio, come freccia diretta al suo bersaglio. L’ arco divino saette gli influssi che ne discendono, segno il fine stabilito dalla Provvidenza per regalare la possibilità cambiare che non si cambia mai con la debolezza umana.

…e la nostra valle era brillante in festa a quel mattino: la regina ha generato, due gemelli al re: l’ orgoglio al cuore del padre  è  il figlio e la gloria agli occhi è la figlia bella. Sono nati nella notte dei Testamenti! È chiaro che il cielo, con la potenza profetica, prometteva la grande sorte ai bambini.

         Nessuno non sa perché la regina generò questi gemelli con il loro destino doppio che promette allo stesso tempo la sorte della rovina e della salvazione di tutte le anime degli atlanti.  

VIII Canto

Lo Ben che tutto il regno che tu scandi                                          97

Volge e contenta, fa essere virtute

Sua provedenza in questi corpi grandi.

E non pur le nature provedute                                                      100

Sono in la Mente ch’ è da sé perfetta,

ma esse insieme con la lor salute:

         97-9. Lo ben… grandi: Dio, sommo bene, che fa muovere ed allietai cieli, per i quali tu sali (sacandi: latinismo), fa sì che la sua provvidenza diventi in questi corpi celesti (stelle cadute dei gemelli)virtù capace di influire sul mondo inferiore. Insomma: i decreti provvidenziali di Dio si attuano indirettamente attraverso gli influssi che i cieli diffondono.   il mistero di Atlasso con l’eutanasia dei gemelli) 100-2 E non pur… salutate: nella mente divina, perfettissima in sé, le varie nature sono prevedute, e cioè prevedute e determinate, non solo per quanto si riferisce al loro essere, sì anche per quel che riguarda la loro disposizione in cui consiste il loro benessere (la lor salute Golochvastov trasforma la salute dei gemelli stabilità dell’isola verde nella contraddizione che nuda la realtà celata con la morte violente). “Iddio non solamente con la divina provvidenza produce le cose in esse