
Disegno di A. N. Avinov: Nascita del sacerdote
Al
direttore della dissertazione signore professore Beschìn ed all’
assistente signore professore Martini dall’ aspirante della Laurea
Specialistica: Filosofia e linguaggi della modernità di Alexander
Kiriyatskiy (matricola 103686 dell’anno accademico 2003/2004
/ 10 cm 2002/2003)
LA DISSERTAZIONE della LAUREA SPECIALISTICA
quinquennali
Il ruolo della memoria per la «Rovina di Atlantide» di
dell’ aspirante dell’ Università degli Studi
di Trento del dott.
Alexander Kiriyàtskiy
INDICE
OGGETTO DELLA DISSERTAZIONE
B) GENERALIZAZZIONE E OGGETTIVAZIONE:
TRE TIPI DELLA MEMORIA
OGGETTI STUDIATI:
Gheorghi Golokhvàstov nella «Rovina di Atlantide» /circostanza storica,
destino, breve descrizione dell’opera/. . (Gennadi Golochvastov, “Rovina di
Atlantide”, Edizione della Società degli amatori del linguaggio
squisito, New York 1938)
A)
Le memorie della sensazione, della saggezza umana e della divinità.
B)
L’ambito della memoria dell’intelletto o della saggezza
umana come sintesi delle informazioni degli oggetti concepiti da noi mediante
la coscienza.
L’ epoca
successiva alla rivoluzione aveva molti elementi in comuni con il tempo di
Boezio, in cui il prezzo della civilizzazione era percepito anche come la perdizione
lasciata nel passato. Peggio dei barbari gotti, i comunisti, simili ai
longobardi negli anni successivi al 568, a partire dal 1917 si impegnarono
nella distruzione dell’ eredità della civilizzazione: diritto, fede,
cultura, relazioni economiche, ecc.. Il
loro disprezzo per l’arte e per la scienza, trasformava artisti e scienziati in
schiavi senza diritto alla parola costretti a servire soltanto gli interessi
dei loro oppressori. I comunisti barbari del XX secolo uccidevano bruttamente
non solo i loro nemici. Essi obbligavano a morire, nelle tormente, non
sottoposti fino alla loro caduta del 1991. Rapidamente dall’ autunno del 1917
cominciarono a perseguitare i loro rappresentati non tanto attivi, come esigeva
Lenin e dopo Stalin, che introducono le leggi dell’ inquisizione medioevale per
tenere il popolo nella paura interrotta, inviando alle esecuzioni, ai diversi
campi di concentramento, ecc. più di 45 milioni di cittadini.
La famiglia di Gheorghi Golokhvastov non torna alla
Russia dopo la revoluzione di ottobre si va in nave verso l’America.
Negli Stati Uniti il futuro poeta cresce e riceve l’aristocratica
istruzione che non gli fa perdere l’ eredità della cultura russa che si
apre alla percezione di tutta la cultura mondiale. Per rappresentare tutte e
due insieme a Gheorghi sconosciuto
diventa lo scopo della sua famiglia, nascono la traduzione libera della
“Parola del reggimento di Igor” fatta da Gheorghi Golokhvastov, i suoi mezzo
sonetti, la lirica spirituale, la “Rovina di Atlantide”, ecc. sotto l’
influenza di tutta la cultura mondiale.
Esistono cinque cause, per
cui molti critici russi non riconoscono il talento di Golokhvastov sulla base
delle sue opere letterarie.
1) Nell' epoca del comunismo tutti gli
intellettuali che si trovavano fuori dall'
Unione Sovietico e rimanevano indipendenti dall' Impero dei comunisti non esistevano per la critica ufficiale,
dove si svolgevano: Ghìppius, Meregikòvski, Bùnin,
Tèffi, Tsvetàieva, Gumiliòv, Briùssov,
Severiànin, ecc.. Golokhvastov manteneva i contatti con la famiglia
regia di Romanov ed anche con la nobiltà antisovietica.
2) Golokhvastov non
diventò famoso prima della rivoluzione come gli scrittori chiamati
prima. Un po' più
fortunato di Golokhvastov fu Igor Severiànin purché egli non
divenne celebre abbastanza prima della rivoluzione. La società
letteraria di Ghippius gli pagava la borsa che Severianin non stampasse le sue
poesie. Così hanno voluto neutralizzare la concorrenza all' elite che fu fondata già tra
gli emigranti. Gheorghi Golokhvastov era sconosciuto prima della rivoluzione
dunque questa elite gli sarà rimasta chiusa.
3) Golokhvastov non abitava
in Europa. Quando furono stampati i quattro suoi libri con i soldi della
società dei nobili russi (1933 - 1944) negli Stati Uniti il presidente
Roosevelt difendeva alcuni principi di matrice socialistica e collaborava con
Stalin nella seconda guerra mondiale. Per questa ragione tutti gli elementi
antisovietici non si accettavano negli Stati Uniti nella stessa misura in cui
si accettavano in Europa. Gheorghi Golochvastov apparteneva alla società
degli amatori della poesia esquisita, dunque i suoi libri si pubblicarono nell' alfabeto antico. Questi due fattori
(poesia esquisita ed alfabeto) irritavano i rappresentanti di Roosevelt e dell' Impero Sovietico.
4) La poesia lirica di
Golokhvastov è inferiore alla sua poesia epica perché rassomiglia
quella di altri poeti. Perciò la sua lirica è peggiore della
lirica di molti poeti russi del XX secolo. La lirica di Golokhvastov coltiva le
tradizioni del secolo precedente.
5) Nel XX secolo nessun poeta
russo è riuscito a scrivere nel genere epico qualcosa paragonabile alla
“Rovina di Atlantide”. L' ossequio per la tradizione di
Golokhvastov fece che la poesia epica del Medioevo si potesse sviluppare nel XX
secolo come in quello precedente, ma non
nacquero talenti per continuarla. Due o tre anni fa su internet comparvero
alcuni articoli di filologi indipendenti che cercavano di definire il ruolo
della “Rovina di Atlantide”
nella storia della letteratura.
Come prima oggigiorno la
società non gradisce gli sconosciuti, i quali talora cozzano contro la
società costituita e spingono la letteratura in una direzione
dimenticata o nuova perché non sono del tutto corrisposto alle
tradizioni del tempo.
La descrizione spirituale
della “Rovina di Atlantide” fa
ricordare quella di Dante, ma la composizione musicale rassomiglia un po’ alla “Gerusalemme Liberata” di Torquato
Tasso.
Solo quando i personaggi dell' epopea leggono manoscritti e
preghiere religiose, l' autore
passa alle terzine dantesche per mettere in rilievo alcuni testi sacri. Lo
scopo generale della dissertazione è un confronto e non un paragone dei
concetti e delle idee. Sebbene l’ opera non tratti dello stesso soggetto della
“Divina Commedia” e non provenga neppure della stessa fonte, esiste una fonte
indiretta.
Lo scopo secondario è di confrontare la “DIVINA
COMMEDIA” e la “Rovina di
Atlantide” (B 2 secondo l’epilogo “Letterature comparate”).
Lo scopo principale si
risolve nei tre concetti (sensazione, saggezza umana e divinità) del
capolavoro di Golokhvastov.
Il narratore, che scrive in
prima persona, legge Platone. Capisce che la storia dell' Antichità avanzata conserva il mistero di Atlantide.
Il tempo ha dimenticato il tutto nelle guerre infinite. Il poeta ricorda il
passato e si riconosce nella vita precedente mille anni fa prima della
reincarnazione. La prima breve parte dell'
epopea stampata nelle prime 10 pagine si intitola i “Miracoli di Atlantide”.
La seconda parte si chiama l' Atlantide e consiste in XLVIII
capitoli da pagina 27 fino a 252.
L'
autore, il servitore supremo del tempio di Ra in Atlantide si riconosce e corre
con la memoria al passato. Lo stato dell'
anima mi ricorda il sentimento di Dante Alighieri nel primo canto dell' Inferno fino all'
apparizione di Virgilio (61-81).
Il primo capitolo della Rovina di Atlantide descrive l’età
d' oro che riflette quasi interamente quello delle Metamorfosi di Ovidio. La prima metà
del secondo capitolo (unisce le età d' argento, di bronzo e l’inizio di quella di ferro) imita, come
Ovidio, la descrizione della causa del passaggio all’inizio dell’ età di
ferro dove alle anime primitive Dio sembrava sconosciuto minaccioso e odioso. La
nascita e l' insegnamento del
profeta Atlasso cambiano l’uomo. Egli spiegò che l’ uomo dovesse
vergognarsi la comprensione dell'
insuccesso terrestre che la civilizzazione non lo chiamasse la punizione del
cielo. Gli atlanti vogliono costruire il grande tempio di dio Ra con lui, col
suo gemello, dopo con quattro minori paia dei primi grandi gemelli.
Il terzo capitolo narra dell’
ascesa di Atlasso al trono del primo re di Atlantide. Il profeta ordina di
iniziare la costruzione del tempio di sette torri l' una sull' altra di sette diversi colori: bianco, nero, rosso, blu,
giallo, argento e oro.

Disegno di A. N. Avinov: Nascita dello Ziggurat
L' alternanza dei primi tre colori (bianco, nero e rosso) ricorda
la descrizione dei tre gradi sotto il giro alla porta del purgatorio della COMMEDIA di Dante (Purg., IX
Canto: 94-103). Il tempio di Ziggurat è costruito sull' ultima torre si dipinge nel ruolo
della porta al purgatorio dove gli atlanti salgono per pulire le anime. Questo
capitolo narra di cinque copie dei gemelli che separano tra di loro le isole
vicine ad Atlantide. Golokhvastov versifica il soggetto del dialogo di Emocrato
e di Crizia del “Crizia” di
Platone. L' autore allude al
gemello Eumelo e alle altre quattro copie nel Crizia (Platone,
“Dialoghi” VI vol., La terza 1993, Roma-Bari).. Nel poema sono assenti i nomi di ogni dei fratelli
maggiori di ogni copia che si chiamano Amfereo, Eumeno, Autottono, Elasippo e
Mnestro. Nella quarta pagina del terzo capitolo si versifica nello stile
dantesco la descrizione platonica della città Atslano capitale di
Atlantide. Sono tre giri dei canali rotondi e tre parti della terraferma all' interno di essi dove nel centro si
trova il tempio di Ziggurat. Si descrivono il
porto, i ponti, le muri cittadini e il canale a settentrione che conduce
al mare, ecc., nella “Rovina di
Atlantide”. Quelli superano di molto gli analoghi nel Crizia di Platone.
Passa il tempo. Il narratore
adombra se stesso nella vita del sacerdote supremo di Ra. Il suo volto è
inciso nel soffitto del tempio. Egli mette a tacere i suoi sentimenti corporali
della vita per depurare l'
anima ed entra sulla quadriga in Atslano vestito nella toga rossa del
sacerdote supremo per la vecchiaia. Egli fa dimenticare il suo nome
affinché quello non figuri per molti anni tra i numerosi peccatori.
Il V capitolo è dedicato al mondo dell' armonia dei morti. I tre successivi trattano della famiglia
regia. Viene descritta la vita precedente dell' autore sotto i costumi del sacerdote. L' Impero dell'
isola Atlantide (palazzi, fori, arche e colonne) assomiglia all' Impero Romano della prima
metà del IV secolo D. C.
Quando nacquero un principe e
una principessa gemelli cadeva una pioggia di stelle geminati (gemini dei
gemelli) che previdero il loro destino miracoloso. Per predirlo il sacerdote legge
manoscritti antichi. Allora egli capisce che il loro ruolo avrebbe stato quello
di salvatori del mondo. Dopo quindici anni li avrebbero aspettato l' amore divino, la morte, l' inseparabilità, in cui fra
tutti e due è il legame a Dio, avrebbero passato numerosi vulcani ed
inondazioni. Il sacerdote di Ra desidera salvarli, però non rende conto
che dovrà sottrarli dal suo stesso spirito!
La felicità e l' amicizia accompagnano l' infanzia. A poco a poco l’ amicizia
si trasforma in amore platonico. I gemelli capiscono tragicamente che all' età di quindici anni ambedue
si amano come fidanzati. Sono fratelli e non potrebbero raccontare il segreto
terribile a nessuno! Nella selva i fanciulli predicano al gioco, la principessa
nascostasi, perde la sua ghirlanda d'
erba che cade nel ruscello. Ella indovina: la sua vita con l' amato durerà quanto
sarà il galleggiamento della ghirlanda sulla superficie corrente del
fiume e subito essa affonda.
Il capo dell’ esercito di
Atlantide diventata molto peccata spalma il suo corpo dal sangue di prostitute,
schiave nella plebe maledetta dal sacerdote. Egli è stato innamorato
della principessa. All'età
di quindici anni il fratello deve trascorrere una notte con delle donne per
diventare adulto. Questa notte si trasforma nell' orrore per la principessa. Numerose giovani ragazze l' invitano a passare con esse la sua
prima notte. Nessuno è a conoscenza del mistero dei gemelli. La sorella
resta in solitudine. Le sembra che molte donne bacino ed abbraccino il suo
amato e non vuole vivere dalla tempesta vicino al mare. Grida
inconsapevolmente: «Egli è mio!», però nella sua immaginazione le
donne rispondono: «No! Egli è nostro». Sembra che gli spiriti di quelle
allontanino il suo preferito, ella ripete nella sofferenza al vento: « Egli
è mio!», ma come un eco esse rendono nella tempesta del mare: «No! Egli
è nostro!»
Infatti il fratello mentiva
che egli fu il ragazzo precoce ed egli non capiva niente dell' amore e non volle nessuna delle
donne. Così egli ingannava per quanto l' una
fosse più bella dell'
altra. L' indomani mattina la
principessa non può parlare col principe e non risponde allo scherzo. La
sorella non crede possibile che non sia successo niente tra egli ed esse. Il
fratello giura che il suo amore
è eterno. Il principe si meraviglia come ella abbia immaginato che egli
l' avrebbe tradito.
Il re aspettava la nave nera del barbaro
androfago nemico (XXIII capitolo). Solo quando si convince delle sue buone
intenzioni che il re invita l'
ambasciatore androfago all' interno
dei muri grossi di tre colori. Il XXIII capitolo descrive la città
Atslano. La sua descrizione riflette l’analogo del poema più lungo del “Satiricon”
di Petronio (Petroneo, “Satiricon”, introduzione di Luca Canali, traduzione di Ugo
Dettore, Biblioteca Universale Rizzoli 1953, 1981 RCS Rizzoli, Libri S. p. A.,
Milano 1981, 87) dove il più
vecchio dei tre amici descrisse poeticamente l' esercito invincibile di Roma.
Allo stesso tempo il XXIV
capitolo racconta che tra i manoscritti antici e polverosi del tempio il
sacerdote di Ra, dalla cui voce si narra la “Rovina di Atlantide”, trova una scura pergamena a metà
mangiata con i vermi dove nelle terzine di Dante si narra del profeta Atlasso,
come Dio è sceso per regalargli il mistero dell' immortalità. Erano sette gradi, sette gradini come
sette P, i peccati che il portinaio del IX canto del Purgatorio di Dante scrisse col punton' della spada sulla
fronte di Dante Alighieri prima di salire in cui tre gradini (bianco, di
colore più scuro del perso e rosso) che Dante e Vergilio salgano alla
porta del purgatorio. Nella “Rovina di
Atlantide” si avverte l'
influenza di Dante Alighieri ma questi sette gradini dei peccati vengono
rappresentati da Golokhvastov invece come i sette gradini all' immortalità infernale sulla
terra che il sacerdote di Ra conoscerà alla fine. Questi gradini sono
rappresentati nel manoscritto 1) dalla Verginità, 2) dall' inseparabilità con Dio, 4)
dalla Fede inesauribile, 5) dal Saggio, 5) dall' Amore di figlio, 6) dalla Fioritura del tatto, della vista e
dell' udito, 7)... traverso la pergamena era stata stracciata
con la mano tremante. Il cammino verso la sapienza dell' immortalità eccita il
servitore supremo dello Ziggurat.
La principessa arriva al
servitore e con timore racconta del loro amore contro natura nel XXV capitolo.
In futuro la società potrebbe essere più libera ed indipendente,
allora quella capirà la loro sofferenza. Ma, No! No!!!
I l servitore scende nel
tempio sotterraneo chiuso a tutti ed aperto solo a lui nei capitoli seguenti
dove i servitori di Ra appaiono assai raramente, dove giacciono i sarcofagi
delle mummie; si sente gorgogliare di due sorgenti di due inizi. Sono le fonti
della morte e della vita, rappresentati con l' acqua morta e con l' acqua
viva. Il sacerdote di Ra trova un scheletro nel tempio dei morti. Non sapendo
chi è, guarda, tenendo nella mano, il suo cranio giallo e orribile. Vede
sul suo collo un amuleto di oro che ha la forma di un uovo. Il
sacerdote capisce che questo era il profeta Atlasso, è colui che
stracciò il settimo gradino per non svelare il mistero dell' immortalità. Perché
il profeta non desiderò diventare immortale? Chi sceglie la morte? L' ultimo grado si nasconde nell' unità inseparabile del
maschile e del femminile, nell' inseparabilità
tra la morte corporale e il desiderio di due amati di diventare un solo
Androgino d' armonia. Decidono
salire per i gradini precedenti per unificarsi nell' Androgino Spirituale, con lo scopo di regalare con la loro
morte a qualche esecutore dei rituali la sapienza dell' immortalità.
La
cerimonia grande incontra l'
ambasciatore barbaro. Egli regala i doni ricchi al regno degli atlanti. La
principessa spaventata ed innamorata del fratello lo respinge e il re padre
risponde che tutti gli atlanti sono liberi di decidere ciò che debbono
fare. Il capo dell’ esercito, visto il segno del principe alla principessa,
capisce tutto. Egli e il barbaro la rapiscono ed abbandonano la capitale dell' Atlantide navigando. Il fratello
innamorato, che mostra la forza dell’ esercito, si trasformò subito nel
nuovo capo dell’ esercito e raduna la marina da guerra di tutta l' Atlantide e velocemente raggiunge
la nave nera con la sorella rapita e dopo una battaglia prolungata vince.
In casa passa la celebrazione
della vittoria. Nessuno sa che i gemelli
si amano. Il servitore supremo di Ra pensa che siano essi, il principe e
la principessa a dovere unire le anime nell' Androgino leggendario.
Il sacerdote supremo di Ra
crede di fare due imprese gloriose, farà felici i gemelli nell' Androgino e la loro morte
desiderata lo farà immortale.
Allora il sacerdote supremo
racconta il mistero alla sorella come si potrà aiutare al loro amore
contro natura. Il fratello sostiene il pensiero dell' educatore spirituale nel convegno con la sorella,
poiché tutti e due non
desiderano continuare la vita ove non fossero insieme.
Molte pagine sono dedicati
alla loro speranza: con che miracolo i gemelli saliranno al cielo. Per l' usanza disegnata nella prima pagina
della prima pubblicazione del libro il principe e la principessa felici si
danno alle mani della morte tra la sofferenza corporale, quando il sacerdote
versa il loro sangue in un’
anfora col serpente. Dopo il sacerdote supremo del dio Ra distrugge i loro
corpi, che sono privi di vita, con l'
acqua morta presa nel tempio sotterraneo. Dopo nelle regole del culto
dimenticato tre volte spruzza l'
aria con l' acqua viva sopra l' anfora del loro sangue dove sale un spirito dello sfinge multicolore che
rassomiglia ad entrambi. Non gli interessa questo mondo, lo spirito vola sull' anfora piena del loro sangue ed
esso comincia a bollire. Qui Gheorghi Golokhvastov finisce la seconda parte che
si intitola l' “Atlantide”.
La terza parte la “Rovina di Atlantide” è breve
come la prima ed è stata editata solamente in 9 pagine. Questa miscela
di sangue come un' ombra rossa
grande sale al cielo per provocare l'apocalisse.
Si ricorda la descrizione della morte di Pompea quando si leggono queste pagine
per paragonarle all' Inferno di
Dante

Disegno di A. N. Avinov: Morte del sacerdote
Il sacerdote vede come Atlantide affonda tra le onde dell' oceano. Nell’orrore invoca la morte da Dio per salvare benché le
terre rimanenti dei barbari e muore subito come gli uomini. Così termina
la terza parte.
La prima pubblicazione della Rovina di Atlantide si data dal 1938.
Per 300 copie pagò la società degli amatori della poesia
russa esquisita con i seguenti contribuiti:
1) La Grande Contessa Ksènia Alexàndrovna Romànova.
2) La Grande Contessa Olga Alexandrovna Romanova.
3) La Contessa Ksenia Gheòrghievna.
4) La Contessa Nina Gheòrghievna e il Conto Pàvel
Alexàndrovitsch Ciavciavàdze.
5) L' Associazione
della Lebguardia del Reggimento Egerico: i 114 nomi dei grandi nobili: B. C.
Iliàscenko, A. N. Avìnov, E. N. Sciumàtova, ecc..

Disegno di A. N. Avinov: Rovina di Atlantide
Le illustrazioni alla prima
pubblicazione del libro la Rovina di
Atlantide sono state fatte dal nobile A. N. Avìnov.
Ci sono alla prima parte «Miracoli
di Atlantide»: 1) Mistero dell' immortalità,
2) Segreto dell' isola
stupenda, 3) Mistero del sacerdote supremo di Ra.
Ci sono alla seconda
parte l' «Atlantide»: 1) Nascita dell' Atlantide,
2) Nascita dello Ziggurat, 3) Nascita del sacerdote, 4) Nascita dei gemelli, 5)
Vicino al portone della sapienza, 6) Vicino al portone dell' amore,
7) Vicino al portone dell' immortalità, 8) Vicino al portone della
morte.
Ci sono alla terza parte la «Rovina di
Atlantide»: 1) Morte del sacerdote, 2) Fine dello Ziggurat, 3) Rovina di
Atlantide.
La logica della legge di Adrastea
sta nel porre a fondamento del destino individuale la visione della
realtà vera, da cui dipende la capacità di giudicare e di
scegliere rettamente. Compare qui il tema della memoria come mediazione profonda tra verità e
coscienza, luogo inconscio dell’ identità individuale e delle
possibilità di sviluppo a disposizione di un’esistenza: un’anima che
abbia goduto anche pochi frammenti di autentica visione, trattenendone la memoria,
non perderà la sua posizione nella parte alta dei valori spaziali,
conserverà ali e leggerezza; ma un’anima che, perso il controllo della
guida, si sia riempita “di oblio e di cattiveria” (248c 7),
precipita nella pesantezza e per una volta soltanto le sarà risparmiata
la degradazione di impiantarsi in un corpo animale (248c 9-d 1). La forma umana
appare allora in molti sensi una condizione intermedia, un luogo di passaggio,
di scelta, di possibile transizione. Più che il rapporto con il corpo,
è il rapporto con la propria interiorità a diventare problematico
per l’anima, che adesso, chiuso il passaggio reale e mnestico verso l’ identità perduta,
potrà riconoscere se stessa solo attraverso le figure sociali in cui le
accade di incarnarsi… (1) (“Fedro: Le parole e l’anima” a
cura di Fulvia De Luise (p.201) 1997 Zanichelli Editore S.p.A.,
via Irnerio 34, 40126 Bologna (88838 Commentario: 248c-249b. Il secondo
discorso di Socrate: e) la legge di adrastea e il ruolo della memoria)
Infatti in Platone il problema
dell’ “io” è ancora indissolubilmente legato a quello dell’anima, cosi
ché lo stesso linguaggio filosofico di Platone non usa altra
terminologia, per un simile problema, se non quella che si riconnette, in un
modo o nell’altro, al concetto fondamentalmente di “psichi”… La distinzione fra
i diversi gradi di certezza si fonda sulla distinzione fra le diverse parti
dell’anima… sebbene il Teeteto definisca ancora l’unità della coscienza
come unità dell’anima, come en ti yuchV , questo concetto dell’anima
è libero da tutti gli elementi mitico primitivi… La filosofia di Platone
conosce due forme di esposizione nettamente antitetiche l’una all’altra, di cui
l’una vale per il regno dell’essere, l’altra per quello del divenire. (2) (Ernst
Cassirer “Individuo e cosmo” nella filosofia del rinascimento(pp. 199-200).
(Leipzig, G. B. Teubner, 1927) Traduzione di Federico Federdi. Proprietà
letteraria Reservata)
Sovente l’anima nel corpo confonde tutti e tre i tipi
di memoria.
Secondo il primo libro di
“Isagoge” di Boezio, in tutti i corpi vivi, regna la potenza triplice dell’
anima. La prima parte non è preoccupata che del crescere e del nutrirsi.
La seconda parte (sensus), corrispondente alla memoria della sensazione fa
differenziare i sentimenti e le percezione della vita. La terza parte è
fondata sulla potenza dell’ intelletto (ratio) e della mente (mens). La prima
senza la seconda e senza la terza caratterizza solo la vita vegetale delle
piante e si relaziona solo all’ livello inferiore istintivo che,
dall’incoscienza si avvicina al livello inferiore della terza memoria della
bellezza divina, la cui memoria ubbidiente è quella della sensazione
suprema ma quella essenziale è la memoria divina (la nostra terza che
è data da Dio, prima della nascita). La seconda parte (sensus /la nostra
prima memoria/) della potenza triplice dell’ anima senza la ratio e la mens non
possiede che la prima parte non dominante ed è stata destinata agli
animali. Quelli possiedono la memoria vegetale che già rispecchia tutto
ciò che era visto e sentito, ma percepiscono solo le formae rerum. Le
forme delle cose influiscono sugli animali che le ricordano attraverso la
presenza di qualche corpo. Se il corpo si allontanasse essi conserverebbero le
immagini nella sensazione come le altre forme percepite. Queste imaginationes
sono state confuse, male chiarite e non assimilate. I frutti della prima
memoria degli animali sono capaci di ricordare qualcosa caoticamente.
Però se gli animali dimenticassero qualche immagine non sarebbero capaci
né di restaurarla né di ricordarla logicamente, perché
all’interno dei frutti della prima memoria (dopo la prima separata fra essa e
gli animali) è assente la
benedizione divina. (Bordai: Boezio, “Commento a
Porfirio” (pp. 348-360)Editore “Scienza” Mosca 1990)
Solo gli uomini hanno la facoltà logica dell’
imaginatio e dell’ inteligentia. L’ umanità possiede la nostra seconda
memoria e la terza di Boezio, che mediante l’immaginazione e con l’
intelligenza analizza, accumula, sistematizza e sintetizza le cose e gli eventi
del presente, del passato e del futuro. Esistono le informazioni, nella vita
umana, solo sulla base della memoria dell’intelletto in cui partecipa quella
della sensazione. Senza partecipazione della memoria dei sentimenti, quella
seconda non è che i morti testamenti documentali. Ad esempio, esiste il
fatto che sotto la terra è l’ amuleto col mistero dell’
immortalità ma non c’ è
nessun soggetto.
Solo ai talenti è conosciuta la memoria della
bellezza divina come ai gemelli e al servitore di Ra, in cui la nostra terza
è come la quarta suprema inesistente di Boezio. L’autore costruisce
molti caratteri mediante la diffusione con la prima (seconda di Boezio) e la
seconda (la terza di Boezio). Ad esempio, il carattere della sorella che
desidera sapere il futuro secondo l’itinerario della ghirlanda sulla superficie corrente del fiume. Il
carattere romantico fedele, passionale e geloso non fa dorme ed obbliga a
soffrire tutta la notte in cui il fratello viene tentato dalla lussuria. Il
carattere del fratello è diverso perché esso possiede la potenza
maschile. Il suo carattere è molto simile al carattere della sorella. Il
carattere del sacerdote di Ra deve essere simile al carattere dell’ autore sebbene
siano gli antipodi. La terza memoria della bellezza divina è dominante
nel carattere dell’ autore, la prima memoria della sensazione domina nel
carattere del servitore di Ra che ancora lo obbliga a rimanere nel mondo delle
formae rerum sempre anche a non morire mai.
Nessuna delle tre memorie può esistere isolata
dalle altre due nell’anima umana. L’appartenenza ad ogni tipo di memorie
è stata definita mediante la maggioranza delle loro proprietà
nell’ anima di ogni protagonista.
La memoria della sensazione è la nostra prima.
Essa riflette tutto quanto viene visto e sentito. Quella conquista l’anima e
l’uomo felice non desidera mai abbandonare il suo ambito. Quando gli uomini,
invece sono infelici come i gemelli e vogliono l’indipendenza dal mondo
materiale questa dipendenza è concentrata nel desiderio di abbandonare
le forme delle cose prima della scadenza. Allora in entrambi casi vengono
dominati i sentimenti sopra l’intelletto e sopra la sintesi delle conoscenze,
quando la memoria della bellezza divina comincia a diminuire e l’anima allo
stesso tempo comincia ad invertire la sua essenza mediante l’aspirazione
incosciente a qualche supremo dimenticato: nel primo caso rimanere sempre nel
mondo della memoria della sensazione, nel secondo caso l’ inversione si
manifesta attraverso il loro amore innaturale che non potrà continuare
la loro vita.
Quando domina la memoria della sensazione e il secondo
posto è separato parimente dalle altre memorie, i proprietari di queste
anime si evidenziano come i partecipanti delle feste di Atlantide. Quando
nessuna memoria è stata dominata, i portatori di quelle anime sono
caratterizzati così come recita Dante Alighieri nel III canto dell’
“Inferno” nei versi 34-51: “e la lor cieca vita è
tanto bassa, // che ‘nvidiosi son d’ ogni altra sorte” (47-48). Questi sono gli ignavi “che di sé non davano
alcuna cagione di parlare.“ (Boccaccio) Pensaron solo a sé; non seguendo
il ribelle Lucifero, né san Michele. Per la loro viltà, i cieli
li disdegnano, ché male sarebbero stati accanto ai beati: né li
vuole l’ inferno, perché gli angeli che furon risolutamente ribelli
avrebbero, a paragone di que’ vizi, trovata ragione d’insuperbire. (Cfr. Conv.,
II, 33). (p.25) …Essi non hanno speranza di morte: “la speranza che il loro
misero stato abbia a cessare” (Casini). Nel mondo non è rimasta di loro
alcuna memoria. (“La Divina Commedia” ristampa
anastatica dell’editore G.C. Sansoni p.3 (p.27), Firenze 1922,1988)
Se nel dominio della memoria della sensazione il
secondo posto è occupato dalla memoria dell’intelletto i proprietari di
queste anime diventano peccatori senza poter fare nulla con i progetti buoni o
cattivi che sono stati inutili sempre. Se il secondo posto occupa la terza
memoria della bellezza divina, affinché sia un uomo conoscitore di
qualche arte ma senza talento destinato a soffrire da tutta la vita.
Platone descrive precisamente questo stato dell’
anima: …ma rimangono poche a cui resta a sufficienza la
capacità di ricordare; e quelli, nel caso in cui vedano una qualche
immagine delle cose di là, ne sono sbigottite e non sono più
padrone di sé. Ma quello che è questa emozione non sanno,
poiché non riescono a discernere in modo sufficiente… non c’ è
nessun bagliore nei simulacri di quaggiù della giustizia e della
saggezza… (“Fedro” 250 a-b). Un recupero pieno della propria
natura l’anima può compierlo solo invertendo il senso del movimento che
l’ha portata a precipitare in un corpo... Superare la molteplicità delle
sensazioni nell’unità del ragionamento, come il cammino verso l’ idealità
richiede (249b 9-10), non è soltanto un’operazione logica: esso comporta
il “disdegno” per quelle cose a cui gli uomini danno importanza, dimenticando
“ciò che è realmente”… Il “bello di quaggiù” ha il potere
di ricordare “quello vero” e spinge l’anima a desiderare il volo “guardando in
su come un uccello” (249d)… …tra tutte
le forme di follia, questa è il solo tramite che possa aprirgli uno
spiraglio diretto sulla sua interiorità. Platone sembra non voler
precludere a nessuno una tale esperienza. Perché la memoria della saggezza umana occupa
il secondo posto dopo la memoria della sensazione molto sovente. La difficoltà a ricordare,
dopo le trasformazioni legate alla caduta, costruisce per i più un
ostacolo di fatto insormontabile e, anche per i pochi che conservano la
capacità di ricordare (quando
la memoria divina occupa il secondo posto), l’esperienza amorosa si presenta
come un evento eccezionale di cui il protagonista non riesce a dare spiegazione
(250a-b) (“Fedro: le parole e l’anima” a
cura di Fulvia De Luise (pp.203-204) 1997
Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio 34, 40126 Bologna (88838 Commentario:
249b-251a. Il secondo discorso di Socrate: f) il delirio come destino delle
anime migliori (memoria, eros e bellezza)
Quando
nell’anima domina la memoria dell’intelletto sintetizzato sopra tutte le tre,
il suo proprietario diventa conoscibile, dipendendo dalla dominazione
quantitativa della seconda, in cui parzialmente soffre l’anima se nessun’altra
memoria domina dopo. Se il secondo posto appartiene alla memoria della
sensazione l’effetto negativo dipende dal dominio quantitativo di ogni delle
altre due memorie. Il dominio della sensazione porta in sé il pericolo
all’ umanità e il suo proprietario diventa il tiranno. Se il secondo
posto occupa la memoria primordiale della bellezza divina il suo titolare
condivide il destino del sacerdote di Ra.
Se il primo posto lo ha, nell’ anima, la terza memoria
della bellezza divina, la memoria suprema diminuisce il peccato dell’
incoscienza (la dipendenza dalle forze infernali) dipendendo anche dalla
dominazione quantitativa di quella. Se nessun’ altra memoria occupa il secondo
posto l’ anima diventa beata e non percepisce niente in questo mondo come l’
androgino, lo scopo fatale di tutta la vita del sacerdote.
Quando il secondo posto, nella dominazione della terza
memoria, lo ha la memoria della saggezza umana o dell’intelletto l’uomo aspira
alla scienza e si avvicina al genio anche dipendendo dalla proporzione
quantitativa.
Ad esempio, domina, nell’anima, la terza memoria. Se il secondo posto lo ha
la memoria della sensazione migliore, l’uomo diventa genio in qualche arte,
diventa il santo o il profeta. Anche a volta, il cui portatore confonde il
gioco dell’immaginazione e la sincerità divina con lui, data da Dio,
allora la terza memoria domina poco sopra le altre due. Ai rappresentanti dell’
ultimo gruppo fra i menzionati appartiene l’autore della “Rovina di Atlantide”
Gheorghi Golokhvastov verosimilmente. O no?
È la spiegazione molto
ipotetica secondo la sintesi dei ragionamenti filosofici dell’ Occidente:
perché è tale l’ itinerario dei destini umani.
Nell’ introduzione all’epopea dedicata al suo amico
Vladìmir Stepànovitsh
Iliàscenko Golochvastov descrive le montagne e i boschi che
sono stati sopra il magma vulcanico, sulle schiere delle colonne e sui
manoscritti nei dormitori fra le selve di cromlech, la cui ricettività
appartiene solo alla prima memoria, in cui il secondo posto è occupato
dalla memoria della bellezza divina. Golochvastov ricorda come erano piacevoli
le conversazioni con l’ amico Iliascenko. Essi parlavano di come molti secoli
fa era stata sospirata la vita, i cui misteri univano il Sureme, l’Egitto,
il Crete, la Giàmbud-vìpa e il Sino. La memoria del senso lo
fa concepire come le divinità di Panteon. I misteri si trasformano nel pensiero umano,
in cui la prima memoria di tutto il visibile e percepibile si concepisce con la
memoria ragionevole della storia. Il pensiero della divinità racconta
che si maturava il sogno dell’ immortalità, il sogno ancora non
concertato. Attraverso tutta la natura la storia genera l’unione della
bellezza della spiritualità e della fisiologia pericolosa. L’ immagine
del pericolo itinerario alle metamorfosi riesce a nascere solo con la prima
memoria per peccato mediante i desideri corporei della sensazione di tutto il
visibile e tutto il sensibile.
La dottrina di Cusano non ha una
estetica, ma nella sua gnoseologia ha innalzata la sensibilità, e
ciò contro l’opinione di Platone, ad una nuova dignità e l’ha
valutata in un modo al tutto nuovo. Ed è
significativo e caratteristico il fatto, che il Cusano, allorquando si
richiama e si ricollega direttamente a Platone, cerchi di trovare questo punto
di contatto proprio là dove Platone sembra riaccostarsi, più che
in altri luoghi, alla percezione sensibile e sembra attribuirle un valore, sia
pur solo relativo e condizionato, in rapporto alla conoscenza. Cita infatti
quelle proposizioni della Repubblica platonica, le quali affermano, che
singole classi di percezioni sensibili, proprio grazie alle loro intime
contraddizioni, collaborano mediatamente allo scopo al quale è diretta
la conoscenza: sono infatti proprio queste contraddizioni che non permettono
all’anima di trovare il suo appagamento nelle nude percezioni. Sono esse, che
rendono necessario il pensiero e divengono il suo “paracleto”: la
contraddizione del sensibile spinge a cercare il senso vero e genuino altrove,
nella sfera della dianoia (dziania) (1). Ma ciò che Platone attribuisce solo ad una
particolare specie di percezioni sensibili, Cusano lo estende ora al genere. Non solamente questa o
quella specie di percezioni, ma l’esperienza sensibile, nella sua
totalità, ha questa forza che anima e che suscita. L’intelletto non
può prendere coscienza di ciò che è e che può, se
prima non viene stimolato al suo particolare movimento delle forze della
sensibilità. Quando questo stimolo lo porta a volgersi alla sfera del
sensibile, l’intelletto non lo fa certo per sottomettersi a quello, ma per
innalzarlo fino a sé. Il suo apparente abbassarsi fino al sensibile
è piuttosto un elevarsi di questo fino a lui. Infatti nell’
”altrità” del mondo sensibile egli trova ora la propria inevitabile
unità ed identità; nel
darsi a ciò che sembra essergli estraneo nella sua essenza stessa, egli
trova la sua perfezione, la possibilità di dispiegarsi e concepirsi (2).
(Ernst Cassirer “Individuo e cosmo” nella filosofia del rinascimento
(pp. 268-269). (Leipzig, G. B. Teubner, 1927) Traduzione di Federico Federdi.
Proprietà letteraria Reservata)
Così Cassirer descrive la migliore memoria
della sensazione che riaccosta l’uomo verso la memoria della bellezza divina.
Ma a volte il mondo sensibile sottopone l’intelletto
ed esso trasforma l’uomo nell’animale o invece gli scopre la memoria della
divinità. Nel primo breve capitolo la prima memoria descrive la sera
breve che spaventa nelle prime due strofe dell’epopea “Rovina di Atlantide”.
Anche Dante così incomincia la “Divina Commedia”:
mi ritrovai per una selva oscura,
che la diritta via era smarrita.
E quanto dir qual era è cosa dura ;;4
esta selva e aspra e forte
che nel persier rinnova la paura.
3. Che: in modo che, la
diritta via: che conduce alla virtù del singolo e allo stato ben
ordinato dell’uman genere; smarrita: “e non perduta; perché chi
è già trascorso ne’ vizi, e quando che sia tornata alla
virtù, non aveva perduta ma smarrita la via” (Landino)..
4.
Ah: è la lezione da preferirsi (anche se la maggioranza dei
codici porta “e” o “et”, e gli altri oscillano fra “ah, ahi, oh, deh”);
così legeva Iacopo di Dante; e il periodo esclamativo esige al principio
(come avvertiva già Benvenuto) un’intenzione piuttosto che una
congiunzione (cfr. M.Barvi, Problemi, I, pp.258-9; G. Randelli, in
“Studi danteschi”, Iv, pp.39-53); dura: ardua.
5. esta: questa. Forma arcaica
dell’aggettivo dimostrativo, frequente nel linguaggio dantesco; selva
selvaggia: replicazione e figura etimologica,
secondo i canoni del gusto retorico medievale (cfr.,al v.36, volte
volto) forte: difficile (cfr., per es., Prg., XXII, 50; Par., XVI,
77; XXI, 76, ecc.). Il nesso apra e forte, anche in Purg., II, 65 — La
selva è “selvaggia… , senza abitazione umana e per questo
orribile et aspra; cioè malagevole ad andare per essa… e forte,
quanto allo svilupparsi e liberamente uscire d’essa” (Buti) 6 : nel pensier:
solo a ripensarvi. (“La Divina Commedia” a cura di
Natalino Spegno. Ricardo Ricciardi editore. Milano-Napoli, 1954 pp.3-4)
Viassa è il saggio indiano di Leggende che è stato dipinto, o come il
creatore, o come il ricercatore da tanta parte della letteratura in sanscrito.
Secondo la tradizione gli appartengono la redazione degli inni vedici e l’
autorità della Magabgarata; il suo nome è anche legato alle
Purane, alla Brachma-Sutra e a molte altre opere. Le opere attribuite a Viassa
divergono secondo le scadenze delle loro scritture, dunque non si può
riconoscerlo come l’ unico autore. Occorre considerarlo solo come il nome che
simbolizza l’ attività letteraria che ordinò la massa caotica
della scrittura in sanscrito. Anche la parola “Vyasa” è stata
interpretata come “raccolta”. (The New Internazional Enciclopedia, Second Edition.
1916. Vol. XXIII, page 2532)”. (Gheorghi Golokhvastov: “Spiegazione delle
parole e i commenti dell’ autore”
stampati nel fine del libro la “Rovina di Atlantide” N. Y. 1938 )
Quello si concepisce nell’ Orione, nei fuochi di
Volopasso, nel culto di Atone, del
primo dio del sole degli egiziani antichi. Atone allude alla memoria dell’
incoscienza di tutto quanto è stato visto e sentito sa dell’Atlantide,
ma solo tace per la coscienza così come tacciono i perduti manoscritti
di Platone. Egli dice che le pietre irragionevoli ricordano quello che l’uomo
ha ma non comprende e prova a sostituire dalla dimenticanza mediante il
conosciuto.
L’epopea
mostra l’imperfezione della sensazione e del destino e paragona questa
imperfezione alla perfezione. Tutti gli uomini aspirano allo scopo perfetto
sempre condizionale. I gemelli portano in sé e per sé la
bellezza, la salvazione e la rovina previste col sacerdote di Ra, e come tali
inevitabili. Che sia l’intelletto orgoglioso giusto immediato, le speranze
con l’ ala stanno nella vicinanza falsa a noi, al sogno sembrava che si
poteva rompere il bollo sul manoscritto sacramentale. La memoria
della sensazione si scopre in cui il sacerdote si inclinerà sopra
lo scheletro del profeta Atlasso col sentimento sprezzante e pieno del sorpasso
falso che si realizza come pericolo di dominazione della prima memoria sopra
quelle dell’ intelletto e della bellezza divina. Dal miracolo scomparvero lo
spazio e il tempo; Ho visto tutto il cammino dell’ umanità… Il legame
dei panorami fiorisce intorno all’ unico sguardo nell’ etere. Sembra che il
mondo della sensazione sia costituito dalla prima memoria e se quella sappia
tutto – non dominerebbero la seconda dell’ intelletto e la terza della bellezza
divina sopra la possibilità invertita della prima memoria.
Vicino alla sensazione del sacerdote di dio Ra
comparirà assolutamente l’ altro essere indifferente a tutto il terreno,
al di fuori da tutti i sentimenti; l’androgino perderà tutta la memoria
della sensazione e sarà come se non percepisse nulla e nessuno
nell’ambito del mondo materiale. Il desiderio del sacerdote di Ra è
contrapposto all’ androgino. Egli non vuole mai abbandonare il corpo e perdere
la sua prima memoria essenziale di tutto quanto visto e sensibile che è
falsa principalmente e non conduce alla divinità, ma provoca l’
apocalisse che guardasse la fine del mondo o dopo la petizione affinché
il sacerdote morisse ma prima di morire visse la rovina dell’isola verde.
Nel “Fedro” Platone scrive: …l’ intelligenza divina, nutrita
di pensiero e conoscenza pura, e anche ogni anima che abbia intenzione di
accogliere ciò che le conviene, vedendo nel corso del tempo, ciò
che è, è felice e, contemplando il vero… Mentre si compie il circolo,
contempla la giustizia in sé, contempla la saggezza, contempla la
conoscenza, non quella a cui è legato il divenire, né quella che
è in qualche modo diversa, stando in uno dei diversi oggetti che noi ora
chiamiamo enti, ma quella che è conoscenza in ciò che è
realmente essere…(247 c-d)… i diversi piani di realtà si dispongono
gerarchicamente, dal luogo “dove risiede la stirpe degli dei” a quello a cui
tendono le cose “pesanti”, mentre l’ala, forza che agisce dal basso verso
l’alto, trae, in qualche modo, il suo nutrimento dal luogo degli dei e dei
valori che ad essi si riferiscono (dove ciò che è divino è
“bello, saggio, buono e tutto ciò che è simile a questo., 246e
1), instaurando un rapporto di duplice mediazione tra i due piani separati. In
ordine a questa simbologia dei valori spaziali, il movimento dell’anima non
faceva sospettare: allontanandosi dal luogo dei valori da cui l’ala riceve
nutrimento, l’anima rischia di veder morire una parte di sé (“con il
turpe ed il cattivo (…) deperisce e muore”., 246e 3-49 e di non potersi mai
più risollevare dalla pesantezza, dove il suo principio di eterno
movimento continuerebbe a rinnovare una forma degradata e avvilente di
esistenza…) … (“Fedro: Le parole e l’anima” a
cura di Fulvia De Luise 1997 Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio 34, 40126
Bologna (88838 Commentario: 246a-247c. Il secondo discorso di Socrate: c) il
mito dell’anima: pp.198-199)
Il
profeta Atlasso e l’ultimo sacerdote stavano spiritualmente nei diversi piani.
Atlasso capiva che la natura che obbliga a morire costruisce così il
bello in cui l’ala dell’anima riceve il
nutrimento. L’ immortalità di ciascuno creato rompe quello in ordine di
questa simbologia naturale. Atlasso poteva discernere la verità, che nutriva
l’anima di pensiero e di conoscenza pura, dalla falsificazione cui essa diventa
pesante e perde l’ala al contrario della natura. Il livello spirituale
dell’ultimo sacerdote non permetteva di vederlo e di nutrire dello stesso
pensiero. Invece egli disdegna la necessità e la legge e leva la testa
verso l’essere (imitazione falsa) perché all’interno della sua anima la
memoria della sensazione domina sopra quelle dell’intelletto e della
divinità. Egli non riesce a capire che la vita immortale non è
che un modello limite di felicità, sicuramente precluso agli uomini
in quanto anime squilibrare e poi contaminate dal corpo. La vita eterna
nel corpo non è che i frammenti del paradiso perduto basteranno a
giustificare lo sforzo e la fatica in cui nessuno sarebbe disposto a
riconoscere prima facie un modello di felicità...
Il luogo iperuranio, al di là dei limiti del cielo, è anche
oltre i confini della sensibilità e della figuralità linguistica.
Accedervi è per gli dei condizione di un sapere puro, senza forme e
colori, incomunicabile nella lingua degli uomini, neppure in quella ispirata
dagli dei (247 c-d); ed è condizione di felicità, che Platone esprime con la metafora quieta della
sazietà fisica (antitetica rispetto al modello dinamico - tensionale
dell’eros), sottolineando la stabilità degli oggetti fonte di
appagamento (la giustizia, la saggezza, la conoscenza in sé), che
è ciò che determina un’analoga stabilità interiore:
desiderio e soddisfazione sono tutt’uno, per gli dei, in un corto circuito
intellettuale ed emotivo (247d-e). Una breve
frase, che si inserisce come una parentesi nella descrizione di questa
condizione esclusiva (sul valore parentetico del passo 247d1-2 – “e anche ogni
anima che abbia intenzione di accogliere ciò che le conviene”-, cfr.
Hackforth (1952), p. 78 n.1), suggerisce che questa potrebbe essere anche la
condizione degli uomini se sapessero distinguere ciò che davvero
conviene alla loro anima. Collocata in questo punto, che precede di poco la
caduta delle anime umane nella vicenda esistenziale, l’allusione segnala un
modello limite di felicità, sicuramente precluso agli uomini in quanto
anime squilibrare e poi contaminate dal corpo; ma a questa immagine
solleverà la testa chiunque sarà in grado di godere, anche
soltanto per un attimo, la gioia della contemplazione intellettuale; i
frammenti del paradiso perduto basteranno a giustificare lo sforzo e la fatica
in cui nessuno sarebbe disposto a riconoscere prima facie un
modello di felicità... l’oggetto reale è la visione
è la conquista della visione intellettuale simile a quella degli dei i
migliori godono dell’attingere a “ciò che è realmente essere”
(247e 3), a sufficienza perché un criterio di distinzione si imprima
nella loro memoria, i più si allontano senza aver visto, del mondo vero,
abbastanza per diffidare delle immagini (248 a-b). Così la differenza
antropologica (tra chi mantiene l’aspirazione a nutrirsi di verità e chi
è disposto, senza neanche avvedersi dell’errore, a lasciarsi irretire da
opinioni congetturali, il “cibo immaginario”, 248b6) appare fondata, senza
rimedio, nell’esperienza pre-esistenziale dell’anima; essa si manifesta
nell’esistenza, dopo l’ inevitabile caduta dell’anima alla sua prima prova,
come disposizione naturale, che fissa precisi limiti alle possibilità di
progresso di ciascun uomo… (“Fedro: le parole e
l’anima” a cura di Fulvia De Luise 1997 Zanichelli Editore S.p.A., via Irnerio
34, 40126 Bologna (88838 Commentario: 247c-248c. Il secondo discorso di
Socrate: d) luogo iperuranio: pp. 200-201)
La
confusione tra il sentimento della prima peggiore memoria e la memoria della
bellezza divina predice la fine tragica perché la prima migliore memoria
conduce alla terza. La terza vuole evitarlo ma non riesce a cambiare nulla
perché è la confusione e la radice della confusione è
diversa dalla divinità a cui la prima memoria aspira sempre come ogni
essere aspira alle perfezioni falsa e vera mediante la terza memoria invertita
nell’incoscienza. Ma i sentimenti corporei dei gemelli cessano con la loro
eutanasia al di fuori di tutte le memorie. Dante soffriva più di tutti
ma non ha mai desiderato di scappare dal destino e le memorie di tutto quanto
aveva visto e sentito e che lo legò a Beatrice Portinari nel 1274,
è stata acquisita, nella confusione tra la prima memoria migliore e la
terza, la migliore forma nella storia umana perché obbliga a trasformare
i sentimenti supremi della memoria della sensazione nel frutto geniale della
terza memoria della bellezza divina.
Nella prima parte “ATLANTIDE”
il nostro mondo arriva alla conoscenza con il miracolo delle copie dei gemelli
supremi dopo Atlasso. Se la natura dell’incoscienza e il testo perso di Platone
sanno ma tacciono dell’ Atlantide nella prima memoria della sensazione, nessuno
la concepite dalla coscienza umana nella seconda memoria della sintesi delle
informazioni nessuno sa! L’ Oracolo di Parnaso tace e non rivela affari,
né nomi, tacciono i profeti dei tempi più antichi di quello che
sentì, in Saese, Salone;… all’inizio del “Timeo”, Crizia dà
esplicitamente conto degli anelli di questa catena di trasmissione, che dal
bisnonno Dropide — amico e parente di Solone — mediante il racconto del nonno
di Crizia — omonimo del nipote — giunge fino a lui. (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla
storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica.
Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi,
Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p. 47). Federa editrice, Padova, 1997)
Ed anche lo stesso Platone non ci racconta dell’
ultima ora… i venti - desideri delle tormente cantano
sopra l’ abisso in cui l’ esistenza di Atlantide trovò l’ ultimo esilio
per sempre. Golokhvastov capisce
l’assenza dei nessi storici concreti fra le persone che legavano i dialoghi
platonici a Solone e circonda la sua immagine con la nuvola del mistero.
La memoria sussurra, splendendo
nel mondo antico, conquista l’autore che già si va alla terza
memoria della bellezza divina descritta da Platone. Questa mezzanotte la terza
memoria si confonde con la seconda sulla base della prima che ci fa rapportare
noi stessi al mondo materiale e ci fa percepire e capire tutto nell’illusione. E,
nella luce morta della lampara sulla tavola, il sogno aspetta sempre non
detto nelle pagine, sopra esso il pensiero è stato tormentato ed
è stato svelto il silenzio delle tombe mute. Quello che aveva
scoperto il loro mistero dimenticato provocò l’ ira di Nemesida lasciata
dalle lettere antichi. Nel “Timeo” e nel “Crizia” egli
(Crizia) è il vero protagonista, incaricato di esporre, dietro precisa
richiesta di Socrate e in forza di una competenza riconosciuta, senza mezzi
termini, come estesa a ogni aspetto della questione — esempi di realizzazione
concreta dello Stato ideale: esempi non solo “realmente viventi”, ma anche “in
movimento” del modello utopistico proposto nella “Repubblica”. … Timeo, Crizia
ed Ermocrate sono i protagonisti cui è determinato questo compito,
protagonisti di dialoghi omonime in un probabile progetto di trilogia, di cui,
come è noto, Platone realizzò solo il “Timeo” e l’incompiuto
“Crizia” (“Maledetta democrazia” studi su
Crizia V Per un profilo introduttivo.
II. L’ombra lunga della. “Crizia” e Crizia (pp. 256-257). Edizione dell’Orso. A
cura di Essegrafica, Torino 1999).
Gli interessi di Dante corrispondono
alle ricerche del suo periodo storico quando l’ umanità sintetizza il
passato e la nuova caratteristica della gerarchia religiosa. Già alcuni
pontefici non sono inviati in Paradiso. Dante osa dirlo come nessuno in
precedenza, per la prima volta nella storia, del supremo. (Inferno XI, 7 – 13: papa Anastasio /
Purgatorio XIX, Adreano V, 79 – 145), papa Nicolò III (Inferno XIX, 31-
120), papa Bonifazio VIII candidato all’ Inferno (Inferno XIX, XXVII 70, /
Purgatorio XX 87, XXXII 149 / Paradiso XVII 49, XXVII 27, XXX 148 —
simboleggiato), inoltre guadagnarono il
Purgatorio gli ebrei del Vecchio Testamento e due gentili: Catone (Purgatori I,
31 – 108) e Stazio (Purgatorio, XXI 10 – 136, XXII – XXXIII, in cui dal 133 –
134 XXXIII canto del Purg. Beatrice dice a donnescamente: “Vien con lui”,
invitandolo al Paradiso).
E ancora Bonaventura (1217 – 1274)
nel “Itinerarium mentis in Deum” (1259 –
1260) aspira a descrivere, in termini teorici, l’ ambito divino sulla terra. Al
inizio del XIV secolo questo
desiderio si trasforma nello scopo di descrivere totalmente il mondo divino che
ci governa da cui si svolgono tre regni dei morti: l’ Inferno, il Purgatorio
e il Paradiso.
Dalla fine del XIX secolo
sino alla seconda guerra mondiale domina l’interesse, in Europa e in America,
per i culti orientali non musulmani del Buddismo, all’ enigma di
Sciàmbala, agli egiziani, alle civilizzazioni scomparsi dei
latinoamericani, ai cinesi, ecc.. L’ interesse per quel periodo corrisponde
alla descrizione totale dei mondi dei morti nel XIV secolo come, nella seconda
metà del primo secolo A. C., dominava l’ idea di superare Omero nello
spirito latino che è stata rappresentata nell’ “Eneida” di Publio
Vergilio Marone.
Se Vergilio realizzò lo scopo della sua epoca
parzialmente perché non completò l’ epopea “Eneide” a causa della
morte lungo il viaggio per i luoghi leggendari. Dante superò lo scopo
stesso, la sua “Divina commedia” divenne imparagonabile alle epopee poetiche
antecedenti e successivi fino al XXI secolo. Il tentativo di comporre l’ opera
epocale simile si evidenzia due volte nella poesia epica della Russia.
La prima prova “Sibiriada” di Tretiakòv del
XVIII secolo fu più vicina a Vergilio ma non conseguì nessun
successo. La seconda prova fu più vicina a Dante e costituisce l’oggetto
della dissertazione attuale; è la “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov
che riflette lo scopo epocale di avvicinare il lettore europeo
all’eredità dei culti orientali non musulmani.
La “Rovina di Atlantide”,
composta nel 1935, ha l’ enumerazione dei termini filosofici e la loro
spiegazione fatta con l’ autore stesso. Essi sono stampate nelle 27 pagine
nella fine del libro. Questa spiegazione comprende 133 concetti la maggioranza
dei quali è legata all’ antichità che diventa la base essenziale
della seconda memoria. L’ultima sintetizza le informazioni storiche concepite
con la coscienza umana.
Ad esempio: Cromlech — il tipo speciale dei monumenti megalitici
(Inghilterra). Esso consiste di 2 enormi mengiri, le pietre spostate in
verticale che formano uno o alcuni cerchi. Essi circondano la piazza, al centro
della quale sta la pietra più grossa. Presuppongono che i cromvech
avevano il significato religioso. Nella dedica a Vladimir Stepanovitsh
Iliascenko Golochvastov presuppone che gli abitanti di Atlantide siano famosi
fra i popoli primitivi che imitarono, nei loro primi monumenti storici, gli
atlanti, i fondatori della prima civilizzazione umana. Le pietre
grandiose, spostate in verticale con i cerchi intorno, verosimilmente,
simbolizzano la civilizzazione più alta che si descrive con la “Rovina
di Atlantide” di Golokhvastov.
La prima parte “MAGIA DI ATLANTIDE”:
L’articolata struttura di
opposizioni, elaborata da Platone nella potente metafora mitistorica del
“Timeo” e del “Crizia”, è stata messa in luce ed ampiamente analizzata
negli studi. Plat.
“Timeo” 20d-25d; Crit. 108c-121c. Per le considerazioni che seguono
gli studi di Vidal-Naquet e di Brisson vd. Anche “Le
méme et l’autre dans la structure ontologique du Temée de Platon.
Un commentaire systématique du Temée de Platon”, Paris 1974, e l’
introduzione e commento a Platone, “Timée” / ”Critias”, Paris 1992) Cfr.
Gill, pp. 294 ss. (e bibl. Essenziale alle nn.1-3 p. 287). Vd. Ora
Bertelli e della p 610s. (cfr. Id., “Itinerari”, pp. 42 s., 51); Desclos, pp.
141 ss. (con bil. Alla n.2 p. 141); Ellinger, pp. 863 s; Centenni pp. 45 ss.;
Morgan, pp. 108 ss. (ultimo contributo in ordine di tempo, in cui spiccia la
totale assenza di attenzione per il ruolo di Crizia come narratore designato
del mito). Cfr. suggerimenti negli studi del passato ricordati Da
Lévèque – Vidal-Naquet, n. 10 p. 138 e da Vedal-Naquet n. 28 p.
252 (cfr. Id., “Hérote et l’Atlantide: entre les Grecs e
les Juifs. Réflexions
sur l’historiagraphie du siècle des lumière”, “OS” 16, 1982, pp 3
ss., in part. pp. 43 ss.). Minore attenzione nel complesso è stata
riservata al significato della designazione di Crizia a un ruolo di depositario
e latore della narrazione mitologica. (1) (“Maledetta democrazia” studi su Crizia V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra
lunga della. “Crizia” e Crizia. (p. 257) Edizione dell’Orso. A cura di
Essegrafica, Torino 1999)
Pensati come un’opera suddivisa
in due parti narrativi, il Timeo e il Crizia sono strettamente conseguenti
al progetto, teoretico e politico, presentato nella “Repubblica”. Nella
finzione politica, il Timeo — e quindi il Crizia, immediatamente
successivo a quello — è posto in diretta successione cronologica
rispetto alla “Repubblica”, dialogo che si immaginava abbia avuto luogo il
giorno precedente… senza soluzione del filo concettuale e narrativo che si
interrompe alla fine del Timeo, nel Crizia il protagonista
riprende la narrazione del mythos storico sulle origini antichissime di Atene e
sullo sviluppo — parallelamente alla politeia nell’Attica — della
civiltà di Atlantide, al di là delle colonne d’Ercole. Questo lo
schema compositivo del Timeo e del Crizia: Timeo: 17 A-C
Incontro dei personaggi: Socrate, Ermocrate, Crizia, Timeo; 17 C – 19 B Socrate
riassume il suo discorso nella “Repubblica”; 19 C – 20 B Socrate chiede di
vedere la città in azione; 20 C – D: Ermocrate propone che Crizia narri
un mito; 20 D – 25 D Crizia inizia il mito dell’ Atene antica e di Atlantide;
25 D – 26 E Crizia si interrompe; 26 E – 27 C Socrate e Crizia passano la
parola a Timeo; 27 D- 92 C Timeo racconta il mito cosmologico. Crizia: 106 A – B Timeo conclude e passa la parola a
Crizia; 106 C – 108 C Dialogo fra Crizia, Socrate, Ermocrate, 108 c – 121 C
Crizia riprende con il mito di Atlantide; 121 C ss. (il dialogo è mutilo
dell’ultima parte che doveva comprendere la fine del discorso di Crizia, e il
discorso di Ermocrate). (pp. 45-46) … Crizia dunque, o meglio la memoria
di Crizia, è l’ archivio di una tradizione antichissima, altrimenti
perduta, che solo per lui si conserva; in questo senso risulta importante il
metodo di rammemorizzazione che Crizia mette in atto per prepararsi al racconto
del Timeo e la preghiera a Mnemosine che introduce l’inizio della
narrazione nel Timeo e la sua ripresa nel Crizia. (p. 47) (2) (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica
Centenni. Saggi di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II
“Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo Braccasi (pp. 45-47), Francesca Ghedini e Alessandra Coppola. Federa editrice, Padova, 1997)
“Timeo”: p.1 3. Rianimazione di Solone. Nel “Timeo”, Socrate paragona il
suo stato d’anima, nei confronti della città ideale, a quello di chi non
si accontenta di vedere degli animali dipinti o vivi ma immortali, ma desidera
osservarli in movimento (kinumenna) mentre danno prova di sé. (Plat. Tim. 19b-c (vd. Supra,
cap. I, 1.4 ) … Il cui possibile è in cielo, in Resp. IX 592°-b,
e i “fatti a quanto pare accaduti” grazie ai quali si potrà “fare
ricerca non sul vuoto, ma sull’ accaduto e sulla verità ”, in Leg. II
683e-684°. Sulla centralità del tema politico nel “Timeo”, cfr.
C.Osborne, Topography in the pp. 104 ss.; per i fondamenti contribuiti di
Bertelli e della Isnardi, vd. Nn. Ss.).
Il
linguaggio mitico del Timeo platonico deve, per forza, attenuare questa
distinzione: infatti, poiché conosce solo la dimensione dell’accadere
temporale, deve convertire tutte le differenze qualitative in differenze
dell’origine de della creazione del tempo. Così l’anima diviene qui un
essere misto, nel quale il creatore, il demiurgo, ha impresso, e in certo modo,
le due nature opposte dello stesso e del diverso, del taftòn
e fsateron. (Ernst Cassirer “Individuo e cosmo” nella filosofia
del rinascimento (p. 201). (Leipzig, G. B. Teubner, 1927) Traduzione di
Federico Federdi. Proprietà letteraria Reservata)
III Cap. p. 35: Ziggurat e Il XLVI cap. p. 234. sm. E f. Invar. Archeol.
Nell’antica Mesopotamia, sorta di torre costituita da piani o terrazze
sovrapposte e di ampiezza decrescente verso l’alto, sulla cui sommità
sorgeva un tempio. Fogazzaro, XIV-179: Sullo Ziggurat di Borsippa,.. salirono
mitrati sacerdoti alternanti allo studio del cielo canti e sacrifici
propiziatori degli astri. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione
tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
2. “Crizia”: Platone, con le parole di Crizia racconta dei bravi
uomini dell’ altra città Atene nove mila anni fa che venne dimenticata a
cause di molte catastrofi. Crizia descrive la potenza dell’ esercito di
Atlantide desideroso di conquistare il mondo, la cui isola venne sprofondata
nel mare. Dal paragrafo (113 a) Crizia narra la storia di Atlantide. Egli
racconta che Cleitò, la figlia di Eunore e Leucippa morti prima della
scadenza, diventa la moglie di Nettuno (Poseidone) e generò dieci
fratelli, cinque copie di gemelli principi. Tutt’altro che casuale, in
realtà, il fatto che Platone disegni proprio Crizia per il ruolo di
interprete e possessore delle chiavi di quella che, con le dovute cautele,
potremmo chiamare utopia e che è una delle forme in cui viene proposto
un modello ideale di organizzazione politica… Cfr. le premesse metodologiche e
le puntualizzazione di Bertelli, “Utopia”, pp. 472 ss. (in ”Motivi utopistici,
pp. 137 ss. Cfr. anche Quarta, pp. 9 ss.; Ambaglio, “Diodoro”, pp. 154 ss.; A.
m. Iacono. “L’utopia e i Greci”, in “I Gheci”, I, Torino 1996, pp. 883 ss..)
Sull’evoluzione del genere cosiddetto “utopistico”, da premesse platoniche (con
antecedenti) finalizzate alla “rifondazione logica dell’universo della politica
che cerca un rapporto dialettico con la realtà”, vd. In partic.
Bertelli, “L’utopia”, pp. 480 ss., 549 ss.; Id., “Itinari”, pp. 40 ss., 44.
Cfr. anche “Introduzione” (“Maledetta democrazia” studi su
Crizia V Per un profilo introduttivo.
II. L’ombra lunga della. “Crizia” e Crizia. (pp. 257-258) Edizione dell’Orso. A
cura di Essegrafica, Torino 1999)
Golokhvastov scrive di quello sulla pagina 34 del
II cap.: …Gli risponde, con l’ estasi viva,
il gemello di Atlasso, nato il secondo; dopo lui i loro fratelli minori —
quattro ceti educati nella famiglia dei gemelli… Nella pagina 37 del III cap.
della “Rovina di Atlantide” narra che Atlasso, fra le eredità dei padri
ordinò di dare le decime parti a sé e ai fratelli: cinque pari
dei gemelli. Secondo questo frammento si capisce che il profeta Atlasso non
è Nettuno, il cui culto gentile è assente nell’ opera dell’
autore cristiano. Ma Golokhvastov, al massimo, utilizza il testo del “Crizia”,
in cui si racconta che Nettuno circondò il colle centrale con tre anelli
di acqua e di terraferma e fece due fonti dell’ acqua calda e dell’ acqua
fredda. Egli separò l’isola in dieci parti e la distribuì fra i
fratelli. Egli regalò la casa della madre al maggiore, secondo
Golokhvastov, il cui nome di Atlante si
sostituisce da Atlasso. Non si può non ricordare la fine del XXIX
canto del “Purgatorio” della “Divina commedia” di Dante Alighieri (versi:
133-141):
vidi due vecchi in abito
dispàri,
ma pari in atto e onesto e sodo.
L’ un si mostrava alcun de’
famigliari 136
di quel sommo Ipocrite che natura
a li animali fe’ ch’ ell’ ha
più cari;
mostrava l’ altro la contraria cura 139
con una spada lucida e aguta,
tal, che di qua dal rio mi fe’
paura…
“Due vecchi: l’uno rappresenta
gli Atti degli Appostoli, scritti da san Luca, l’altro è san Paolo,
autore delle Epistole. Sodo: grave. Famigliari: seguaci, discepoli (Paul ad
Coloss., IV, 149 d’ Ippocrate, il famoso medico (Inf., IV, 14) nato per la sanità
degli uomini. Contraria cura: cioè la cura di ferire anziché di
sanare (2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p.691) ; ristampa anastatica dell’editore G.C. Sansoni,
Firenze 1922,1988 )
Questi due vecchi emergono dall’ incoscienza di Dante
e subito, verosimilmente, Dante ricorda le immagini leggendarie del “Crizia” il
primo è la copia riflessa del primo fratello con una spada brillante, la
sua contrapposizione. Ma egli capisce che la loro origine è il frutto
del paganesimo, dal rio delle immagini incalcolabili lo spaventa la
moralità cristiana. Forse per quella causa stessa quattro
individui (simboli delle epistole canoniche) in umile paruta (apparenza)
al contrario di quattro copie di gemelli che così sono mutati sotto la
riconoscenza dell’ eredità antica e sotto l’ influenza del
cristianesimo. Tutte e due legate insieme si trasformano nei simboli canonici.
Il settimo, verosimilmente, è , invece, il prototipo condizionale
dell’ultimo sacerdote antipodo di san Giovanni evangelista, secondo la critica
tradizionale, come l’ autore dell’ “Apocalisse”: e di retro da tutti un vecchio
solo venir, dormendo, con la faccia arguta (Purg.
XXIX 143-144). San Giovanni era tuttavia l’ apostolo che accompagna tutti
visti e benedetti con Cristo. Essi ereditarono il Paradiso e non possono stare
nei supremi cerchi del Purgatorio. Allora questo settimo vecchio non è
san Giovanni? Se Stazio ottiene la possibilità di accompagnare Dante
fino al Paradiso, quei sette vecchi, dormendo, potrebbero rappresentare le
anime sacrali ancora non cristiane che provocano la paura di Dante. Il settimo,
simbolizza sette principi antichi come sette alberi d’ oro (Purg. XXIX 46). Il desiderio esplicito di
Dante non identifica dopo i due vecchi simili con i primi gemelli atlanti. Ma
prima di introdurre, dall’ incoscienza, queste due vecchie copie, nel 134
verso, Dante, verosimilmente, allude alle prime genti che non erano peccatori
ancora come i primi atlanti, non secondo la Bibbia ma secondo la leggenda
gentile dell’età d’ oro, che si evidenzia in quello stesso XXIX canto
del “Purgatorio” (versi 85-86): Tutti cantavan: “Benedicta tue!” // ne le figlie d’ Adamo, e benedette // sieno
in eterno le bellezze tue!”. Il primo vecchio è, e dopo mascheramento
con la paura evidente, poteva essere, Atlante di Platone e Atlasso di
Golokhvastov. L’immagine di Atlasso assume il ruolo del primo vecchio dantesco
perché il primo profeta cura le anime infelici come il settimo vecchio
bipolare e predice l’apocalisse con l’ amuleto celato nel tempio dei morti.
Perché Dante descrive qualche principio
nel XIX canto del “Paradiso” (55-69) che conduce al fondo del mare?
tanto, che suo principio non
discerna
molto di là da quel che l’
è parvente.
Però ne la giustizia sempiterna 58
la vista che riceve il vostro
mondo,
com’ occhio per lo mare, entro s’
interna;
che, ben che da la proda veggia
il fondo, 61
in pelago nol vede; e non dimeno
ègli, ma cela lui l’ esser
profondo.
che non si turba mai; anzi
è tenèbra,
od ombra de la carne, o suo
veleno.
Assai t’ è mo aperta la
latèbra 67
che t’ ascondeva la giustizia
viva,
di che facei question cotando
crebra.
Il suo principio non discerna come occhio, che vede poco, per lo mare, entro s’ interna in cui si nasconde qualche mistero. Forse Dante
perde l’ autocontrollo cristiano inconsciamente ed allude all’ immagine di
Atlantide gentile? Egli vuole giustificarla? Perché? Verosimilmente egli
non leggeva Platone ed aveva solo sentore della terra uscita sotto l’ acqua?
Egli desidera rapportare la terra leggendaria alle figlie d’ Adamo? Si può
capire perché compare la paura che ferma il racconto dei primi gemelli
del 141 verso del XXIX canto del “Purgatorio” dantesco?!
Com’ occhio: vede poco o niente del passato, come occhio che cerchi, guardando
nelle acque, di indagare gli abissi del mare profondo… verosimilmente per trovare l’Atlantide rovinata sul
fondo, la cui tematica era proibita e provocava involontario la paura del XXIX
canto del “Purgatorio”? Capiamo il concetto “in pelago” come “lunghi dalla
proda” forse della terra scomparsa che sfondò nel fondo dell’ ”altro
mare”. La nozione “ombra di carne” è compresa verosimilmente come “falso
vedere del senso”. Verosimilmente questa visione falsa del senso diviene la
falsa visione del senso della memoria della sensazione dell’ultimo sacerdote. La perversità carnale si incarna nell’amore
pervertibile dei gemelli nella “Rovina di Atlantide” che diviene il veleno che
conduce al Paradiso secondo la comprensione di Golokhvastov. La sua
immaginazione poteva interpretare il concetto “errato visto” come l’ errata
comprensione del mondo. Egli lo trasforma nello scopo errato dell’ ultimo
sacerdote che voleva ottenere l’ immortalità errata. Il concetto
“latebra: nascondiglio” si riflette nella predestinazione reale della nascita
dei gemelli innamorati e del desiderio dell’ ultimo ad essere immortale.
Entrambi fati erano previsti con Atlasso e celati nel nascondiglio dell’
amulete sul suo scheletro.
Dopo questo principio vuole giustificare, nei versi
70-81, un’ uomo che nasce a la riva de l’ Indo, e
quivi non è chi ragioni di Cristo né chi legga ne chi scriva? Forse Dante paragona le figlie d’ Adamo benedette
in eterno e quello indiano che muore non battezzato senza peccato in vita e in
sermone (75)? Così Dante
percepisce l’esistenza naturale dei gentili come la principe e la principessa
innocenti?
A la riva de l’Indo: Asia. Cfr. Purg., XXVI, 21. chi
ragione: chi cerchi divulgare la fede di Cristo, con predicazione, letture e
scritture intorno alla venuta, alla passione, alla morte e alla resurrezione
del Salvatore. “Ai tempi di Dante l’India era riguardata come una delle parti
del mondo più remote da Roma”
(Scartazzini). in vita: in opere, o in parole (sermoni). ov’è: qual’
è: per qual ragione di giustizia. spanna: palmo: l’ apertura della mano.
Cfr. Inf., VI, 25. (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 945); ristampa
anastatica dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Può
essere che queste questioni siano la causa essenziale perciò
Golokhvastov è legato alla “Divina commedia” affinché essa
divenga una delle basi principali, dopo “Crizia”, della memoria oggettiva dell’
intelletto ed affinché Golochvastov componga simbolicamente le idee
primordiali e le immagini della “Rovina di Atlantide”?
L’ immagine stessa di Atlantide diventa cristiana
nella “Rovina di Atlantide” in cui domina il monoteismo di Ra e la proibizione
dei sacrifici degli uomini con l’unità della trinità. Quei dieci
re sono sostituiti dall’ unico che è il padre dei gemelli nell’epoca
dell’ultimo sacerdote. Secondo la sintesi dell’ eredità storica, nella
“Rovina di Atlantide” agli altri nove re appartengono le altre isole circondate
che non partecipano nello sviluppo degli eventi della “Rovina di Atlantide”.
La natura dell’ isola, nel “Crizia” di Platone, era la
più ricca di tutto il mondo. I re
atlanti di volta in volta ricostruivano di nuovo l’edificio, in cui abitava
Nettuno, secondo la leggenda, e lo idealizzarono. I re ordinarono di costruire
i ponti fra gli anelli acquatici avendo fatto gli itinerari dalla capitale e al
ritorno per permettere una sola triera. Così formarono l’entrata dal
mare. L’ anello estremo era più esteso ed aveva il diametro di tre
stadi. Il diametro stesso aveva l’
anello di terra. Gli anelli seguenti di acqua e di terra avevano l’ estensione
di due stadi. Il diametro dell’ ultimo anello acquatico aveva l’ estensione di
uno stadio. Le pietre con i colori bianco, nero e rosso prendevano da ogni
anello. Molte costruzioni erano facili. Alcune erano state costruite con le
pietre di diversi colori. Vicino ad ogni ponte fecero le torri e i portoni. Le
mura intorno al primo cerchio vennero coperto col metallo cupreo. Il muro del
cerchio interno venne coperto con lo stagno. Il muro che circondava l’acropoli
venne coperto con l’oricalco brillante che rifletteva i raggi solari. Il
diametro dell’ isola centrale della capitale aveva 5 stadi dove stava il
palazzo descritto, il tempio di Cleitò e di Nettuno, il tempio di
Nettuno, il giardino degli alberi della bellezza inesauribile, ecc.. Il tempio
essenziale di Cleitò e Nettuno era circondato dal muro d’ oro. Era il
tempio di Nettuno della lunghezza di uno stadio, il largo di tre pletri. Lo
stile della costruzione aveva un che di barbarico. Secondo Golokhvastov
così deve essere stato descritto lo Ziggurat. Secondo “Crizia” (118)
all’ interno l’ Atlantide aveva la pianura circondata con le montagne
più alte di tutte le esistenti. La lunghezza di questa pianura era di
tre mila stadi.
L’insieme delle caratteristiche
di Atlantide realizza in uno stesso tempo la paradigmaticità alternativa
all’ Atene primordiale e l’analogia con l’ Atene classica, l’Atene sbagliata da
rifare. Abbiamo così l’allusione alla dismisura già a livello di
risorse primarie e di sfruttamento del suolo (i due racconti l’hanno, Crit.
118) … (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi
di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia”
Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p.261). Federa editrice, Padova, 1997)
La distanza, dal mare fino alla capitale (Atslano
di Golokhvastov), ammontava a due mila stadi. Perciò l’ Atlantide, nel poema di Golokhvastov,
resta l’ isola e non si trasforma nel continente secondo il “Timeo” in cui,
invece, il sacerdote egiziano racconta a
Solone che l’Atlantide era più estesa della Libia e l’ Asia insieme. La
pianura di Atlantide aveva la forma del tetragono. Molti genitori dei re la
trasformarono nel paradiso che aveva la foresta di tutti gli alberi, i fiumi, i
laghi, i prati. Il grande canale, circondante tutta la pianura, conservava la
sua forma armonica. Esso attingeva le acque di tutti i fiumi ed usciva al mare.
Tutte queste informazioni, sintetizzate con la memoria dell’ intelletto di
Golochvastov, sono evidenziate nella seconda metà nel III cap. della
“Rovina di Atlantide” nelle pagine 36 e 37.
Le donne di Atlantide, così come gli uomini
dovevano servire nell’ esercito. Ogni territorio, composto di dieci stadi per
dieci, era rappresentato dal proprio capo militare. La quantità di tutti
i partecipanti alle guerre consisteva in 60 000 persone. Durante le guerre le
quadrighe dovevano avere una consistenza di 10 000 individui. Crizia, nel
“Timeo”, enumera tutti i tipi di soldati, di tecniche militari e dell’ arma
conosciuti nell’ antichità.
Ognuno dei dieci re poteva comminare la penna capitale
ai suoi sottoposti. Le regole fra i re erano scritte sulla stella costruita
nell’ epoca dei primi re all’ interno del tempio di Nettuno, secondo
Golokhvastov nello Ziggurat, in cui i re si riunivano ogni quinto o ogni sesto
anno. Nel giardino di Nettuno abitavano i tori che rappresentavano il simbolo
dell’ animale sacrale. Prima di discutere i loro problemi i re sceglievano l’
animale per il sacrificio e sulla stella uccidevano in modo che il loro sangue
si riversasse sulle scritture. Qui Golokhvastov contraddice a Platone. Il
processo della vittima non religiosa passa, alle pagine 102-106 del XVIII cap.,
nel palazzo, nel tempio del condottiero, invece, non all’ interno del tempio di
Ziggurat. Golokhvastov descrive come gli
uomini, invertiti con la vita dolce, conducono, al sacrificio laico e orribile
del sacrilegio, due animali. La pecora doveva essere tagliata. Il nero capro
compariva sopra la stella sanguinosa. Nel XVIII cap.(p. 109), la plebe senza
vergogna è stata introdotta all’ interno dello Ziggurat. Prima nella
pagina 36 del terzo capitolo della “Rovina di Atlantide” è scritto che
sulla blu altezza celeste, su tutti le torri della santa
Montagna era il settimo grado coronato col tempio. Lì il testatore muto
della sventura, la pietra di Altare dei sacrifici sanguinosi proibiti, fu
innalzato con lo sforzo difficilissimo degli uomini, e la lama di sacrifici con
i rilievi a sempre è messo sulla pietra canuta.
Fra i re
di Atlantide vigeva la legge secondo la quale, che nessun re dovesse combattere
contro altri re dell’ isola, e prescriveva che tutti aiutassero reciprocamente
durante le guerre. Pochi generi osavano ribellarsi per sostituire la dinastia.
Prima, quando vivevano nell’ amicizia, disprezzavano i tesori materiali e
rispettavano gli ordini degli antenati e la natura divina conservava fra essi
la sua potenza. Quando prevalsero l’avarizia incontrollabile e la sete del
potere illimitato Zeus volle condannarli. Perché egli riunì gli
dei e vi si appellò, verosimilmente, con la domanda che fare. Dopo il
testo di Platone è perso. Si può solo supporre perché il
testo sia stato interrotto o Platone stesso non volle sviluppare questa
tematica? …L’immagine iniziale di Atlantide è quella di un equilibrio
realizzato e tuttavia dal principio precario. L’ottimo contributo della Desclos
(pp. 142 ss.) non tiene conto della precarietà congenita adombrata nella
metafora Atlantide / Atene imperialistica marinara, e democratica, volata alla
catastrofe. Le trasgressioni degli Atlanti —i quali ad esempio violano con
ponti e collegamenti la posizione separata dell’isola centrale stabilita da
Poseidone (Crit. 113 d-e), così come gli Ateniesi collegano la
città al porto con le lunghe Mura (pp. 144, 154) – accelerano un
processo degenerativo, che è però predestinato. Atlantide, a
differenza dell’antica Atene, contiene in sé i germi della decadenza,
perché nasce già nel segno della hybris, della dismisura
correlata alla vocazione marinara. (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla
tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi di antichità e tradizione
classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia” Collana diretta da Lorenzo
Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p. 262). Federa editrice, Padova, 1997)
La
seconda memoria sintetizza il “Crizia” di Platone dal punto di vista del
cristianesimo moderno con l’ illusione speciale alla svastica della sua
fatalità.
Â
íèæíåì õðàìå àëòàðü Çèããóðàòà
Ðîñêîøíî
òîíåò â óáðàíñòâå öâåòîâ.
Ìîÿ
îäåæäà áåëà è áîãàòà
Ðàñøèâêîé
ñâàñòèê, áûêîâ è êðåñòîâ.
Â
ìîåé òèàðå ðóáèí íàä ðóáèíîì
Íà
òð¸õ êîðîíàõ òðîéíîãî âåíöà,
Êàê
ñèìâîë òðè çíàìåíóåò Ëèöà
Òîãî,
Êòî ñëèò â åñòåñòâå òðèåäèíîì.
Ìîé
ïîñîõ îñòðûé, êàê ëó÷ ó êîíöà —
Èç
âåòâè êåäðà èñòî÷åí; âêðóã òðîñòè
Äâå
êîáðû âüþòñÿ èç ìàòîâîé êîñòè
Êëûêîâ
ñëîíîâüèõ; îíè ñêðåùåíû
Âíèçó
ó òîíêèõ è ãèáêèõ óõâîñòèé;
Ââåðõó
èõ ãëàâàì ñêðåùåííûì äàíû
×åðòû
ëþäñêèå: â îäíîé âåëè÷àâûé
Ïðàîáðàç
ìóæà, â äðóãîé æå ëóêàâûé
È
òîìíûé îáëèê æåëàííîé æåíû;
È
çíàêîì ñîëíöà êàðáóíêóë êðîâàâûé
Âåí÷àåò,
ðäåÿ, ñîþç èõ äâóãëàâé...
E nel basso tempio l’ altare di Ziggurat si perde nelle decorazioni dei fiori. Il mio
vestito è bianco e ricco; è la svastica dei tori e delle croci.
Nella mia tiara il rubino sta sopra il rubino su tre corone della ghirlanda tripartita,
come il simbolo, prevede tre Facce di quello che è unito nell’
unità triplice. Il mio batocchio piccante, come il raggio alla fine, dal
ramo del cedro esso è intagliato; intorno al batocchio sono state
serpeggiate due corbe fatte di denti di elefantino; esse sono state in crociate
giù con le code sottili e inclinabili. Sulle loro teste sono regalati i
tratti umani: di una cobra è il grande prototipo del marito, dell’ altra
è la lussuria e l’immagine tentata della moglie desiderabile; e con il
segno del sole il carbuncolo sanguinoso corona, brillando, l’ unione di loro
ambedue.
Il cifrano arde con la vittima della benedizione;
colmo è il tempio con la fumata beata del sandalo…E con il fumo al cielo
si alzano i famosi inni, per il posto regio, vicino al trono ove fumo il
ladano: i leoni intagliati su metallo servono ai piedi del re. (Dalla prima metà del V c.,
pp. 44-45)
L’ informazione del “Crizia” che racconta dell’ isola scomparsa diventa la
base essenziale della memoria dell’ intelletto alla composizione della “Rovina
di Atlantide”. La memoria dell’ intelletto non riesce ad esistere in nessun
arte senza diffusione con la memoria della sensazione e con la memoria della
bellezza divina, mediante la quale viene sintetizzata l’ eredità storica
dell’ umanità.
5. Cromanioni o Cro-manioni sono tribù che
abitavano in Europa nella regione di Biscaia e sono da considerarsi gli
immigranti salvati dall’ Atlantide (Lewis Spence: “The problem of Atlantis”;
charter V: the Evidenze from Pre-History. (Pages 57-72.) London. 1924)
Golochvastov presuppone che il cro-manionus in cui ascoltiamo la notizia dei
discepoli del profeta Atlasso che prima, nella storia, regalò il
concetto della bontà divina agli atlanti che, verosimilmente, erano i cromanioni,
la quinta e la prima, simultaneamente, razza umana. Secondo la teoria di Darwin il
cromaniono è da considerarsi l’ ultima specie della scala
dell’evoluzione degli umanoidi: 1) Parapiteco, 2) Driopiteco, 3) Ramapiteco, 4)
Australopiteco, 5) Pitecantropo, 6) Sinantropo, 7) Neandertaliano, 8)
Cromagnono, 9) Il mutante, in una parte di una quarta neandertaliano e per tre
quarte parti cromagnono è l’ uomo contemporaneo che è da
considerarsi l’ HOMO SAPIENS; l’ analisi biologica dimostra che la massa del
cervello dei cromanioni suprema la massa del cervello degli uomini
contemporanei. Chi era quella razza scomparsa resta l’ enigma fino ai nostri
giorni. Verosimilmente essa era la razza degli atlanti?
P. 16: 8. Atono o Aten (Atem, Tem, Atmu) è
il dio egiziano del sole, il cui culto era coltivato dai periodi più
antichi nella città Geliopolis (Anu), in cui fu costruito il suo tempio.
Nel periodo temprano delle dinastie della città, in Egitto Basso,
cominciò ad essere stato coltivato l’ altro dio del sole Ra. Il suo culto
aveva l’ origine asiatica molto simile al culto del dio babilonese
Madùk. Esiste la tesi secondo la quale entrambi culti avrebbero una sola
origine. Più tardi il faraone Amenhoten IV, l’antenato di Tutankamen,
provò a fondare il monoteismo. Egli restaurò Atone nella
qualità dell’ unico dio, il dio del sole, “Vissuto sul Disco”. (Sir
Ernest A. Wallis Budge: “Tutankhamen” New York, 1923). Il tentativo di
trasformare Atono nell’ immagine di un solo Dio Assoluto libero dagli altri
è da considerarsi il primo passo al monoteismo. Bisogna capire che
questo monoteismo aveva lo scopo di giustificare il potere assoluto di una sola
persona che di comprendere ragione dell’unità divina. Perché
Amenhoten IV desiderava convertire il suo culto. Ma la sua monarchia non era
ancora assoluta. I sacerdoti gentili guadagnarono nel loro discorso globale. Ma
la fede nell’ unico Dio rimase, nella società degli dei falsi, fra i
sacerdoti gentili, che diventò il mistero sacrale della verità
occulta fino alla comparsa del Cristianesimo. Millecinquecento di anni A. C.,
dalla vita fra egiziani, Mose colse l’ idea principale da questo culto e lo
rivestì dei suoi costumi (mori coltivati) degli ebrei. Atone è
stato sostituito da Ra nella “Rovina di Atlantide”, anche l’ unico, che sognava
di conseguire Amenhoten IV. Però il monoteismo di Ra nella “Rovina di
Atlantide” non è ancora il monoteismo ebraico. Allo stesso tempo
è vicino in campo artistico al Cristianesimo mediante la trinità
simbolica ancora gentile.
9. Veda è la letteratura religiosa indiana
più antica (1500 –1000 A. C.) che è stata unita più di 100
libri. Golokhvastov unifica le immagini delle scale di Ziggurat, di Atone nel
sole e delle Veda nelle saggezze che sono incise con
Viassa ispirato.
Vèda, sm. Invar. (plur. Disus. Vèdas, vèdi).
Relig. E filos. Ciascuna delle quattro raccolte di testi religiosi, in partic.
In versi, che costruiscono la più antica testimonianza della letteratura
indoaria (e sono il Riveda, degli inni, il più antico e importante; lo
Yajurzveda, delle formule sacrificali; il Samaveda, delle melodie, dedicato al
canto liturgico; l’Atharveda, delle formule magiche, fortemente improntato alla
superstizione popolare). — Al plur. l’insieme di tali opere, considerate nel
brahmaneismo come frutto di ispirazione divina.
Berchet, Conc., II-200: Io son
uno che medita sui sacri Vedas. Gioberti, 2-109: I Vedi, che sono l’unico
documento del Bramanismo nella sua purezza, contengono una filosofia
speculativa sostanzialmente identica a quella dei Samanei, ed esprimono
l’emanatismo nei due cicli della Maia e del Nirvana, che rispondono e all’
emanazione. = Voce sanscrit., propr. « scienza, conoscenza »,
attraverso l’ingl. veda nel 1734. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione
tipografico-editrice Torinese . 9/V71964.)
13. Solo in seguito, più di un secolo dopo,
Platone rianimò la leggenda di Atlatide nello stato in cui lo sentiva
Solone (639 ?-559 A. C.). Però Platone non disse tutto che sapeva”. Egli
scrive: “e decidendo di condannarli, il dio fra i dei, Zeus ha riunito tutti
gli dei al consiglio, nella parte migliore del cielo, da cui è stato scoperto il visto di tutto il mondo, e li ha detto così…”, qua egli cessa il suo
racconto.
È rischioso, in primo
luogo, stabilire, in base allo scolio, un Anacreonte-Crizia-Eschilo sul piano
cronologico, collegamento che potrebbe essere frutto di autoschediasma… Crizia
il Vecchio — figlio del Dropide nato intorno al 580 A. C. ed eròmenos di
Solone — all’epoca del primo arrivo di Anacreonte ad Atene, dietro invito di
Ipparco, nel 522 A. C., potrebbe avere avuto intorno ai diciotto anni… (p. 284)
… a partire dal 509 A. C., in cui
Anacreonte deve essere rientrato ad Atene dalla Tessaglia, dove era
probabilmente riparato dopo la morte di Ipparco (514 A. C.)… nella tradizione
famigliare di Platone, di Crizia e di Carmide, il dato era conservato come
prezioso; Platone può riferire
questo dato, sulla base di un calcolo di generazioni quarantennali, al nonno
omonimo di Crizia, nato intorno al 540 A. C., riferimento importante per Crizia
è confermato dai celebri esametri in cui quest’ultimo loda e idealizza
il poeta di Teo, facendone una sorta di ipostasi del simposio aristocratico
(D.-K. 88 B 1).
Per tentare una soluzione del
nodo centrale — il fatto che il nonno omonimo di Crizia abbia ascoltato il
racconto del mito di Atlantide dalla bocca stessa di Solone — è
opportuno riconsiderare i punti salienti, nel Timeo, in cui la circolazione
è suggerita con una certa insistenza: (p. 285)
…Crizia:
Ascolta dunque, Socrate, un racconto dunque piuttosto strano, ma assolutamente
vero, come disse una volta Solone, il più sapiente dei Sette. (20e) Egli
era parente e intimo amico del nostro bisnonno Dropide, come ricorda lui stesso
più volte nei suoi versi. A mio nonno Crizia (egli) raccontò
dunque, e il vecchio a sua volta narrò a noi… … (21 c) il racconto che
aveva portato qui dall’ Egitto (25 d) Ora, Socrate, hai udito, in breve, il
racconto del vecchio Crizia (35e) quale egli lo ascoltò da Solone…(Timeo
20c-21d; 25 d (trad. Lozza) (p.286)… … Non è necessario peraltro
pensare a un problematico cambiamento di soggetto in “Timeo”. 20e, dove,
secondo alcuni, il soggetto sottinteso di “A mio nonno Crizia raccontò”
sarebbe appunto Dropide e non Solone (p.287) (Rosenmeyer, n. 4, p 404, con rif.
Bibl.)
Dropide (arconte nel 593/2; nato
prima del 623 A. C. : nel 635 A. C.) — Crizia il vecchio (nato prima del 570 A.
C.: nel 600 ca) — Crizia (III) (nato intorno al 520 A. C.) — Callescro — Crizia (IV, il tiranno) (nato
nel 460 A. C. ca) (p. 274)
1) è difficile stabilire
calcoli sicuri sulla base della cronologia di Solone e della sua presunta data
di morte Molti sono, come è noto, i problemi di cronologia soloniana. Si
deve tener conto anche delle argomentazioni avanzate negli studi a favore di
una data più bassa per la legislazione soloniana (Hignett, pp. 316 ss.;
m. miller, The Accepted date for Solon, precise, but wrong?, “Aretusa” 2, 1969,
pp.62 ss.; W. H. plommer, The Tyrannny of the Arcon List, “CR” 19, 1969, pp.
126 ss.; F. Cassola, “La proprietà del suolo in Attica fino a
Pisistrato, “PP” 28, 1973 (ora in Scritti di storia antica. Istituzioni e
politica, molto più bassa rispetto a quella del 560/59 a. c..,
comunemente ammessa in base alla testimonianza di Faina (F 21 Whrli in Plut, ibid),
fosse originata unicamente da un condizionamento della tradizione erodotea sull’ incontro tra
Crizia e Solone (cfr. Freeman, pp. 153 ss.; Masaracchia, pp. 5 ss.; davies,
APF, pp 323 s.; Piccirilli, “Solone”, pp. 112 s., 281 s.). Anche se sembra la
possibilità meno forte, la cronologia bassa di Solone, o almeno della
sua morte, rappresenta pur sempre una possibilità, che in qualche misura
accorcerebbe la distanza genealogica tra Crizia e Solone;…
2) Il rapporto Solone / Dropide
non implica con certezza, a ben vedere, una loro “coerenza”. (p. 275) 3) Le testimonianze sul rapporto
Anacreonte / Crizia (il Vecchio) non hanno implicazioni cronologiche
incontrovertibili. 4) la data “drammatica” del “Timeo”, se si vuol pensare a un
Platone attento alla verosimiglianza cronologica, rende assai problematica la
scelta del Crizia (III) nato intorno al 530 A. C. (su ciò vd.
Appendice). 5) Il gap. di ottant’ anno tra nonno e nipote (Crizia, il Vecchio e
Crizia tiranno), dato centrale per inquadrare il (probabile) artificio
genealogico messo in opera da Platone. 6) L’idea dell’akoé, dell’
ASCOLTO DIRETTO delle parole di Solone da parte di Crizia il Vecchio. (p. 276) (“Maledetta democrazia” studi su Crizia V Per un profilo introduttivo. II. L’ombra
lunga della. Crizia sdopiato rifondazione (pp. 284-285, 275-276). Edizione
dell’Orso. A cura di Essegrafica, Torino 1999)
“Timeo”. La prima idea essenziale di questo trattato
utilizzata da Platone si esplica dal paragrafo 22 fino al 25 in cui si racconta
che Salone, viaggiando attraverso l’ Egitto, domandò del passato
leggendario e provò a descrivere
il suo passato, ascoltò la risposta ossia che i greci come egli restano
sempre bambini perché non riescono a conservare quasi nulla del loro
passato. A causa dei luoghi pericolosi in cui abitano. Ricordano la storia, ma
non quella antica, relativa ad esempio all’ unica inondazione che Deucalione e
Pirra superarono. Ma era la moltitudine delle inondazioni, come molte volte il
fuoco celeste uccideva le popolazioni umane, e gli uomini non riuscivano ad
accumulare l’ eredità storica dei loro antenati. Solo gli egiziani
possiedono il dono di conservare questa informazione sacrale. L’acqua non getta
mai da su e sempre compara da giù in Egitto. Il paese, che adesso porta il
nome Atene è la più antica della città egiziana Sais
costruita un millennio dopo la fondazione di Atene. Solone aveva infatti composto un racconto sull’antica storia di Atene, in
base a quanto aveva appreso in Egitto; ma la composizione di quella “storia”
rimase incompiuta e la narrazione andò perduta “per il tempo trascorso e
per la morte di coloro che l’hanno composta”. Gli Egizi —- diceva Solone —
sorridono della corta memoria dei Greci, “fanciulli” della storia. (1) (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi
di antichità e tradizione classica. Capitolo I, II “Timeo” e “Crizia”
Collana diretta da Lorenzo Braccasi, Francesca Ghedini e Alessandra Coppola (p.
47). Federa editrice, Padova, 1997)
Ciclicamente sulla terra si
abbattono grandi catastrofi e in particolari diluvi, che distruggono ogni cosa
e riportano le persone che si salvano allo stato primitivo, privi di cultura e
dimentichi di tutto quanto era avvenuto in passato. Fanno eccezione gli
abitanti dell’Egitto, per la particolare posizione in cui il paese si trova, e
per il costume dei sacerdoti di conservare, mediante la scrittura, la memoria
di tutte le cose belle e grandi avvenute non solo nel paese, ma anche regioni.
E fra le cose belle e grandi conservate nelle scritture dai sacerdoti d’Egitto
si trova la memoria dell’ eccellenza dell’antica Atene prima dell’ultimo
diluvio,.. (2) (Platone “Timeo” testo greco a
fronte a cura di Giovanni Reale,
Introduzione “Fortuna, struttura, concetti cardine e significato del
“Timeo” di Platone”, Il “Timeo” è stato lo scritto di Platone più
influente fino agli inizi dell’età moderna1 (p. 9), Risconti Libri s.r.
l., Milano 1994)
Qui Platone sbaglia. Nell’ inizio
del XX secolo gli archeologi affermarono che il più antico monumento
egiziano è stato datato al QUARTO millennio A. C.. Ma alla fine del XX
secolo l’analisi di tester della rovina radioattiva dimostra che la costruzione
della Sfinge leggendaria ha circa a 14 000 di anni.
Golokhvastov scrive con l’ incoscienza nella pagina
15: Lì, di Atlantide, la faccia stupefatta, come la Sfinge, con l’
enigma comparve. Verosimilmente, qui allude che la Sfinge comparve come il
riflettere, e può essere primo, di Atlantide. Ma il tempo dimenticò,
secondo il racconto del sacerdote egiziano a Solone, l’eroismo dei liberatori
greci dagli atlanti, la cui armata incommensurabile desiderò conquistare
tutto il mondo. Su questa isola, racconta, comparve il regno meraviglioso per
il suo territorio e per il suo potere. Golokhvastov allude a questa
informazione, ma presenta gli atlanti come i lussuriosi di quanto abbia
conquistatori più selvaggi, avari patto Platone che è stato
evidenziato dal XII cap. fino al XX cap. nelle pp. 72 – 112. Come è
scritto nel 25 paragrafo del “Timeo” gli
atlanti conquistarono tutta la Libia fino all’ Egitto e tutta l’Europa fino
alla Tirrenia per trasformare i loro abitanti in schiavi. Allora il paese
Atene, secondo “Timeo” mostrò la forza del suo spirito e l’ esperienza
nell’ affare militare. Qualche tempo dopo i terremoti, da una notte e da un
giorno, l’ Atlantide scomparve nell’abisso del mare. … in particolare la grande impresa condotta da essa contro la grande
invadenza dell’Atlantide, che stava conquistando tutti i territori limitrofi e sottomettendo
a sé molti popoli. E affrontando pericoli estremi, l’antica “Atene
impedì che venissero sottomessi, e liberò con generosità
tutti coloro che abitano al di qua delle colonne di Eracle” (25 C) (Platone “Timeo” testo greco a
fronte a cura di Giovanni Reale,
Introduzione “Fortuna, struttura, concetti cardine e significato del
“Timeo” di Platone”, Il “Timeo” è stato lo scritto di Platone più
influente fino agli inizi dell’età moderna1, (pp. 9-10) Risconti Libri
s.r. l., Milano 1994-97)
Secondo la tesi contemporanea l’
Atlantide è il continente leggendario fra l’ America, l’ Africa e
l’Europa; è la parte assente nell’ ente di tutti i nostri 6 continenti
che componevano l’ unico continente gigante Pangea o la Megagea. Più
tardi la Megagea fu separata per la Gondwana e la Laurasia nell’ inizio dell’
era Paleozoica circa a 2 000 000 000 di anni fa. Ma l’ Atlantide scomparve
nell’abisso del mare, presuppongono, nel 12 millennio A. C. Non nel ottavo
millennio, secondo il “Timeo”. Perché? Questa scadenza è,
convenzionale, collegata all’ unico inizio delle ere dei calendari antichi
legati a un evento epocale. Il calendario egiziano lunare di 7 cicli, comune
abbraccia 1460 di anni secondo tre calendari lunari, incomincia 10 220 di anni
fa dalla fine dell’ ultimo ciclo e ci conduce al 11 653 A. C.. Il calendario
dell’ India consiste nei cicli, in cui ciascuno tra quelli ha 1805 di anni. La
fine di un ciclo di quelli sottolinea il 712 A. C. storicamente, i cui 6 cicli
ci conducono al 11 555 A. C.. Secondo il calendario lunare dei Maya l’ inizio
tradizionale è stato fissato dal 3373 A. C., ogni ciclo di questo
calendario consiste in 2760 di anni. Questo calendario di tre cicli va dal 3373
A. C. anche ci conduce al 11 653 A. C.
Testimonia l’esistenza della
Globale civilizzazione anche che conquistò non solo la parte dell’
Europa e dell’ Asia ma tutto il pianeta e obbligò a parlare tutti le
tribù del pianeta la sua lingua dei suoni (in volume di 53): dei suoni
vocali, dei mezze vocali e dei consonanti. 40 000 di anni fa le lingue dei
popoli primitivi erano caotiche e consistevano nei suoni somiglianti alle voci
degli animali anche i suoni non si differenziavano con quelli tre tipi: vocali,
mezze vocali e consonanti.
Dell’ esistenza dell’ unica lingua globale di una sola
famiglia di Adamo e di Eva o della civilizzazione globale scomparsa è
stato pubblicato nella rivista scientifica dell’ Unione sovietica ( “Cognizione è la Forza” N 5 e N 7 «Çíàíèå — ñèëà» n 5 è n 7; 1985 ãîä).
Lì si dimostra che
esisteva la Grande Prima Lingua che generò tre essenziali e globali
tendenze linguistiche: INDOEUROPEA, INDOCINESE e AFROASIATICA che fecero da
base a tutte le famiglie linguistiche contemporanee. Questa ipotesi
contemporanea contraddice all’ ipotesa dell’ inizio del XX secolo e prova a
confutarla. Gli astronomi contemporanei presuppongono che, in quel periodo, la
cometa Galea si avvicinò alla terra per alcuni centinaia di chilometri
accompagnata sempre con la corrente delle meteoriti. Alcune di quelle, col
diametro grosso, poteva cadere sul continente di Atlantide e provocare la sua
scomparsa alla fine dell’ epoca dei ghiacciai. La caduta simile è
predetta con Nostradamus che
succederebbe alla fine della prima metà del quarto millennio prima del 3
797 D. C. Ces sont perpetuelles
vaticinations, pour d’icy à l’année 3797 (Ci sono le perpetue
vicinanze per da qua all’anno 3797) (par.62) (pp. 41 e 56)

NOSTADAMUS, il pittore e sconosciuto
Après
paix, guerre, faim, inodation: (Dopo pace, guerra, fame, inondazione :)
Roulera
loin abismant grans contrades,(Rullerà lontano l’abisso i grandi
contraddittori)
Mesmes
antiques, et grand fondations.(Le stesse antiche e grandi fondazioni). (p. 120) (Nostradamus the complete propheties John Hogue:
Nostradamus, Complete profezie John Hogue (pp. 41, 56, 120), first published in
Great britain in 1996 by Element Books Limited, Shaftesbury, Dorset,ÔÀÈÐ ÏÐÅÑÑ, Mosca 1999, ISBN 5-8183-0077-3,
originali francesi, traduzione dall’ inglese in russo di I. Gavrilova)
In questo
caso, secondo Golokhvastov, l’Universo sembra più finito dell’infinito,
e la Creazione dell’Universo si utilizza come la base che si evidenzia nella
pagina 36. Secondo i paragrafi (50
a-b) del “Timeo” qualche individuo compone innumerevoli figure diverse dall’
unico pezzo dell’ oro. È inutile determinare perché immagine sia
propria di questa cosa. È più corretto dire che questa cosa
coincide con loro. La fede nella reincarnazione gentile di Platone spaventa tutti coloro che
non riescono a filosofare in modo libero, tutti hanno paura che dipendono dalla
dittatura medioevale delle religioni domini in Israele, in Iran, in Algeria,
ecc.. Solo secondo la proposizione filosofica al di fuori di tutte le religioni
monoteistiche, come il destino dell’ oro del “Timeo” l’ uomo, che in questa
vita è il fanatico musulmano che va al suicidio finale e prima di
nascere nel corpo dell’ animale va ad uccidere alcuni “infedeli” cristiani,
ebrei, buddisti o laici. Secondo questa teoria platonica nella vita precedente
con la passione stessa, egli inviava ai fuochi dell’ inquisizione molti
musulmani perché nacque allora dalla famiglia cattolica fedelissima a
Gesù. Prima, come il famoso romano fedele all’alto stoicismo, guarda col
piacere come i leoni mangiano “questi stupidi” cristiani, ecc… Solo i defunti per la verità possono guadagnare
il paradiso. Tutti i peccati passano alla reincarnazione eterna senza fine
secondo la proposta di Golokhvatov. Anche l’ autore, in questa vita riceve il
corpo di Golokhvastov. Verosimilmente ciò che era, come gli sembra, nel
soggetto del poema “Rovina di Atlantide”, quello ultimo sacerdote di Ra, la cui
storia si raccontata in prima persona.
La seconda parte
“ATLANTIDE”
P. 29: Sandalo o santalo — le fumate di colori, al
giorno rosso di Sole ed ogni settimana di Luna, di Marte, di Mercurio, di
Giove, di Venere e di Saturno; Amaranto — l’assenza dei sogni degli atlanti
addormentati.
Sàntalo, sm. Bot. Genere
di piante Santalacee, a cui appartiene il sandalo (Santalum album). Scarfoglio,
1-10: Per voi il boscaiolo malese devasta le sue foreste di santalo. = Voce
dotta, lat. Scient. Santalum, dal greco santalon (v. Sandalo); cfr. anche fra.
Santal. (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice
Torinese . 9/V71964.)
Le fumate di colori sono state legate, nella “Rovina
di Atlantide” al secolo d’ oro che si evidenzia sotto l’ antichità e
verosimilmente sotto l’ influire dell’ età d’ oro delle “Metamorfosi” di
Ovidio. Questo concetto della memoria dell’intelletto umano è riflesso
nell’ entità inseparabile della bellezza divina e la percezione della
natura che è stata rappresentata con tutti i colori naturali che furono
fumati. Allora erano belle le enti umane:
splendevano gli occhi come le riflessioni delle stelle, la voce amante suonava
come le canzoni, quando le estasi di due corpi tremanti facevano bere i
piaceri, con la sete dei desideri, come le fonte nelle montagne. Le nascite dei
bambini passavano senza dolori, senza grida dell’angoscia, senza sofferenze
orribili delle generate il figlio. Egli entrava nel mondo di amici. Nei
giardini oscuri, nei quali insieme con le fumate saliva fino al cielo il
sandalo odorato, i sacerdoti lo ardevano con la preghiera, come il sacrificio,
il fiore amaranto: sulla tavola di vittime l’ Atlante non versò sangue
per Dio con l’amore di figlio. E santo era il riposo ai figli Divini, le loro
notti erano pacifiche e il loro dormire senza sogni. Così caratterizzò Golokhvastov l’
entità dell’ incoscienza umana e della natura che, secondo la mitologia.
La coscienza dei popoli, con la fumata ad ogni pianeta nei primi secoli dell’
umanità, non era macchiata, ma allo stesso tempo la prima coscienza non
sapeva sognare ancora nel paradiso terrestre. Secondo la filosofia cristiana di
Dante, l’uomo peccatore che vede il sogno, dormendo, deve traversare la fiamme
del Purgatorio per tornare alla purezza: Poscia:
“Più non si va, se pria non morde, // anime sante, il foco: entrate in
esso, ed al cantar di là non siate sorde”,… (Purg. XXVII 10-13).
10-12. Più.. sorde: non si
procede oltre, se prima il fuoco non vi fa il suo morso (se, cioè, non
si attraversa questa barriera di fiamme); entrate dunque nel fuoco, lasciandovi
guidare dal canto, che si sente al di là di esso, di un altro angelo
(cfr. vv. 55-60). — Le parole che qui pronunzia l’angelo guardando del settimo
cerchio, si indirizzano indeterminatamente a tutte le anime sante… (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 698); ristampa anastatica
dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)
Dante
Alighieri scrive, con i versi 139 – 144 nel XXVIII canto del “Purgatorio”, dei
poeti che sanno sognare e vedono i sogni quando dormono e dopo dedicano i loro
canti a quell’ età d’oro:
l’ età de l’ oro e suo
stato felice,
forse in Parnaso esto loco
sognaro.
Qui fu innocente l’ umana
radice; 142
qui primavera sempre ed ogni
frutto;
nèttare è questo e
questo di che ciascun dice…”
…dice quando il poeta sa conservare e non perde la
memoria della bellezza divina e allo stesso tempo accumula l’ eredità
della memoria dell’intelletto per sintetizzare gli eventi storici e la
percezione dell’ anima mediante il riflettere poetico, nel caso concreto, che
è la recettività e la descrizione dell’ età d’ oro. Così
Golokhvastov, nella “Rovina di Atlantide”, svolge il suo sogno del Parnaso, in
cui narra dell’ Atlantide, iniziando a descrivere la mattina della sua
civilizzazione sulla base della comune memoria umana.
P. 33: Eterno appello dei saggi — Svami Paramanda, il XIV paragrafo della
terza parte di Khata Upanisad. Upànisad (upanisadi), sf.plur. Relig. Gruppo
di scritti speculativi dell’induismo appartenenti alla tradizione vedica dell’
induismo appartenenti alla tradizione vedica, composti fra il IX e il VI sec.
A. C., che trattano in particolare il problema della salvazione delle anime
attraverso il ciclo delle varie esistenze.
Piccola enciclopedia Hoepli,
I-III-3261: “Upanisadi”: sono libri vedici. Migliorini (s. v.):
“Upanisad”: testi filosofico-religiosi
dell’India prebuddistica, contenenti una dottrina esoterica (rivelata dal
maestro allo scolaro ‘che gli siede accanto’ ‘upa-nisidati’), che ha per
obiettivo la meditazione dell’Assoluto, del Barman. = Adattamento di una voce
sanscrita, forse attraverso l’ingl.: upanishad (nel 1805). (“Grande Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice
Torinese . 9/V71964.)
Il popolo, cacciato via dal paradiso terrestre
spiritualmente e materialmente, concepì tutto naturale. Esso
cominciò a ritenere che il mondo divenne il suo primo nemico dopo che lo
obbliga a lavorare duramente per alimentare la sua famiglia col pane. L’ inizio
dell’età di ferro di Golokhvastov è stata descritta
verosimilmente sotto l’influenza del frammento dal “Sisifo” di Crizia tiranno e filosofo stabilito da Snell.
Wilamowitz ricostruì
l’esistenza di una tetralogia drammatica di Crizia (Tennes, Radamanto, Piritoo
più il Sisifo) che sarebbe andata confusa nella tradizione con la
tetralogia di Euripide che ottenne il secondo premio nel 415 (Alessandro, Palamede,
Troiane, Sisifo), per la coincidenza tra il titolo del dramma satirico di
Euripide con quello della tetralogia criziana. (Wilamowitz 1875, p. 166) ( p.
148)
Il frammento del Sisifo — il
più lungo brano attribuito dalle fonti antiche a Crizia — viene dunque
citato da Sesto Empirico come esempio di ateismo… contro Zeus o contro Aide,
Sisifo è costretto a rotolare (p. 144) eternamente un masso sopra
un’altura del tartaro e il masso è destinato a ricadere ogni volta che
il percorso arriva al culmine (Odissea XI, 593-600).
Secondo alcuni fonti il motivo
della punizione di Sisifo sta nella sua straordinaria intelligenza: nel suo
mito, che racconta una lunga storia di inganni e raggiri, riesce fra l’alto ad
intrappolare Autolico, il furbo e ladro figlio di Hermes, e a sedurre anticlea,
che secondo una variante litografica gli avrebbe partorito Odisseo. (p. 145)
Secondo una delle versione del
mito, Aide stesso (o Thonatos) viene ingannato ed imprigionato nella sua casa
da Sisifo, interrompendo così
l’ordine della vita e della morte di tutto il cosmo. (Pindaro, Olimp.
XIII 52-53)… Sisifo è il più
bravo a manipolare parole, come sarà suo figlio Ulisse. Ma per
questo viene punito. (Che
cosa voleva realizzare l’ultimo sacerdote di Ra. Ma tutto doveva essere
contrario nella “Rovina di Atlantide. Se Sisifo lo fa prima della nascita della
propria civilizzazione, il sacerdote lo ripete invece al tramonto
dell’esistenza di Atlantide.)
Il passo di Stesso Empidoclo che
introduce il frammento di Crizia non menziona Sisifo; Aezio, che come si
è visto attribuisce il frammento a Euripide, dice che il tragediografo “introdusse Sisifo come
esponente di questa opinione”(DK 888 B 25). La fonte dunque non è chiara
su un punto importante: Sisifo sia il protagonista del dramma, oppure soltanto
il personaggio che pronuncia questi versi (Come il
sacerdote legge le sue preghiere.)e forse la maschera attraverso
cui il tragediografo esprime il suo pensiero. (Secondo Walzer 1923, pp.
104-105, il frammento sarebbe tratto dal Radamanto: l’ipotesi resta isolata
nelle ricostruzioni critiche che invece concordemente riconoscono in questi
versi un frammento da un dramma di Crizia, intitolato a Sisifo.) … (p.146)
Dunque Sisifo potrebbe essere
piuttosto che la voce narrante, proprio quel pyknos aner, e al personaggio del
mito paradigmatico per la sua “astuzia” Crizia potrebbe anche aver attribuito
l’invenzione dei demoni.
Degli uomini era senz’ ordine
Ferina, schiava di violenza:
non c’era alcuna ricompensa per
chi ecceleva
né punizione per i malvagi.
Allora gli uomini pensarono di
istituire
Leggi punitive perché
giustizia fosse tiranna
E tenesse per schiava l’inferiore
arroganza: per schiava la tenesse!
E veniva condannato chi errava.
Ma le leggi solo l’azione apertamente violenta
Impedivano, non il misfatto nascosto. Fu perciò io credo
Che un uomo astuto, bravo e
intelligente,
fu lui ad inventare per i
mortali, che ci fosse
una sorta di terrore per malvagi,
anche se di nascosto
operassero in parole o in
pensiero.
Ed allora venne introdotto il
divino:
un demone che fiorisce di vita
immortale,
e con la mente ascolta osserva
comprende,
di sé signore, nulla sua
divina natura.
Tutto ciò che fra gli
uomini si dice, lui ode;
tutto ciò che viene fatto
lui potrà vedere.
E se anche in silenzio tu mediti
qualcosa di male
Non sfuggirà agli dei:
perché in potere degli dei
È l’intelligenza di ogni
cosa. Parlando con tali parole
Introdusse l’insegnamento
più dolce
E coprì la verità
di false parole.
Andava dicendo che gli dei
stavano sempre là,
dove più potevano
atterrire gli uomini,
donde sapeva venivano le paure ai
mortali,
il peso sulla loro misera vita.
Nel cielo più alto, dove
si vedono
I fulmini e i paurosi boati
Di tuono: nella volta stellata
del cielo,
variegata bellezza di Crono,
architetto sapiente,
là, donde muove la fulgida
sfera dell’astro,
donde la pioggia porta alla terra
il suo umore.
Circondò
gli uomini di queste paure:
con le parole quel uomo
riuscì ad insediare
la divinità nel luogo
più adatto,
e con le leggi estinse l’anarchia.
Così, io credo, un tempo
qualcuno persuase
I mortali a credere che esistesse
la razza divina.
Nel frammento di Crizia gli dei
appaiono un’istituzione secondaria, che viene dopo le stesse leggi per controllare quei crimini che le leggi non
riescono a individuare e a punire. (“ATENE ASSOLUTA” Crizia dalla tragedia alla storia. Monica Centenni. Saggi
di antichità e tradizione classica. Capitolo III: Il tiranno a
teatro, Sisifo o l’invenzione degli dei.
rancesca Ghedini e Alessandra Coppola (pp. 147-148). Federa editrice, Padova, 1997)
Verosimilmente, il profeta Atlasso rappresenta la
riflessione contraria della mente suprema di Sisifo il cui nero diventa bianco
ed invece nella “Rovina di Atlantide”. Golokhvastov idealizza l’età d’oro e giudica
l’epoca quando si immaginava Crono di Crizia e per contraddire a Crizia egli
sostituisce gli dei vincenti Crono dalla comprensione monoteistica di Atlasso
antipodo di Sisifo. Il profeta comincia a spiegare che non si può
confondere la crudeltà della natura inanimata e il Creatore, il cui
simbolo è il sole. Ma il sacerdote assume tutte molti tratti di Sisifo
desiderando ad essere immortale. Golokhvastov utilizza l’ idea della Khata
Upanisad in cui parla, all’ uomo selvaggio e cieco, il profeta Atlasso: Egli
appellò: “Figli, riavetevi per alzarsi, con la volontà ragionevole
curando l’assenza della volontà! Affinché vedano la
potestà nell’ Atlante il fuoco e l’ aria, l’ acqua e la terra. Qui
vediamo che l’ autore afferma che due filosofi greci, Platone nel “Timeo”
parlato con le parole di Timeo ed Aristotele in “Fisica”, utilizzano l’
insegnamento indiano secondo cui l’origine di tutto il mondo è la
miscela di quattro elementi primordiali. Tutto si fa con la misura guadagnata:
il nostro giudizio è nella nostra aspirazione. La saggezza santa, con l’
amore e con la fede, è il genio libero e il lavoro d’ arte che ci
faranno le ali durante la caduta inferiore, ammireranno e condurranno i
sentimenti e il pensiero alle altezze. Ecco c’è Lui, l’ Unico immortale,
dietro il Disco dell’ Astro della Fama: invisibile Egli — sta lì! Egli
è lì come l’ occhio brillante del mondo, come il raggio della
vita attraverso l’ oscurità della morte! E il nostro cammino conduce al
cielo dall’ abisso profondo, dall’ oscurità alla luce tramite il Sole
(aspirare) a Lui! È l’ aspirazione di tutte le religioni incontrare un
solo Dio che non fu realizzata in Egitto. E che si evidenzia nell’ immagine di
Atlasso.
III Cap. p. 35: Ziggurat — la forma abituale dei
templi di Babele, è la piramide di alcuni ripiani. A volte le terrazze
venivano sostituite dalle spirali condotte dal suolo fino alla vetta. Sulla
vetta era situato l’ altare religioso circondato. (The Encyclopea Britannica,
14 Edition, 1929; vol. 23, page 950). Verosimilmente, pensa Golokhvastov,
la memoria incosciente dirigeva gli antichi. Essi sapevano qualcosa e non
sapevano allo stesso tempo e il mistero celato si trasformava nelle leggende dello Ziggurat.
Essi lo percepivano come il cammino alla divinità simbolizzata. Quello
poteva essere la Montagna di Atlantide. Nell’ inizio del XIV secolo Dante
rappresenta il Purgatorio come una Grande Montagna (XXVII canto), di 14 livelli spirituali: di due ripiani (IV
e V Canti), di sette cerchi: (X, XIII, XVI, XVIII, XX, XXIII, XXV-XXVII canti)
e di cinque canti del Paradiso Terrestre.
2 In Babele la forma dello
Ziggurat è legata alla creazione del mondo. Rispetto al loro punto di
vista “la nostra terra è la riflessione microcosmica del mondo supremo,
in cui il zodiaco è formato la Terra come l’ universo sopra il quale
è stato alzato l’ oceano celeste. Dunque, sette pianeti sono stati
passati attraverso lo zodiaco nella distanza diversa e per la diversa scadenza,
lo zodiaco si evidenzia come i sette circhi girati ognuno diminuito sopra ogni
altro. Queste zone parallele come sette gradini costituiscono la montagna
piramidale. Il settimo grado conduce al cielo supremo del dio Anu (Atone) (p.
14).
Bisogna sottolineare che questa
creazione dell’Universo viene ripetuta secondo Platone con le parole di Timio
nel trattato omonimo. L’ origine straordinaria si dimostra con la
possibilità rara di interpretare il “Timeo” dal punto di vista classico,
che fece Golochvatov, che si può interpretare dal punto di vista
contemporaneo dell’ inizio del XXI secolo anche. La prima domanda è (27
c - d) come comparve l’ Universo, nacque o era sempre stato? Secondo la
tradizione classica si può scegliere una sola risposta. Golokhvastov
segue Platone perciò sceglie la prima.
Nel rileggere il “Timeo” si possono assumere punti
di vista assai diversi. Lo si può considerare una sorta di museo
archeologico, contenente teorie che con l’uomo di oggi non hanno più
nulla a che vedere: e questo accade se si assumono i punti di vista della
storia delle scienze particolari. Oppure si può cercare in esso
presentimenti della moderna fisica, ossia dell’ interpretazione del cosmo
mediante la matematica. Oppure si può dare rilievo alla componente
“mitica”, cui Platone fa, sì, più volte richiamo, ma
interpretandola in modo del tutto particolare…
… è proprio su questi che il nostro filosofo concentra i suoi
veri interessi, considerando tali concetti-chiavi come incontrovertibili,
mentre presenta le singole dottrine di scienze naturali come “probabile” e
“verosimile”, e niente affatto di assoluta necessità. Una concezione,
questa, che, fino a ieri, poteva considerarsi del tutto obsoleta, mentre oggi,
al contrario, si presenta come sorprendentemente moderna. (Platone “Timeo” testo greco a fronte a cura di
Giovanni Reale, Introduzione “Fortuna,
La struttura del “Timeo, la cospicua ricchezza di contenuti di dottrine
metafisiche, cosmologiche, matematiche, scienze naturali, medicina e il
modo in cui questo scritto va riletto dall’uomo di oggi, concetti cardine e
significato del “Timeo” di Platone”, 1. (pp. 11-12).
Risconti Libri s.r. l., Milano 1994-97)
La teoria della Relatività
non è stata rifiutata da nessun ambiente fra molti ambienti di 11,1
dimensioni, in cui l’ una non riesce ad esistere senza altra. Sì, circa
a 13 miliardi di anni fa succede l’
esplosione di qualche “nulla” che viene preso dalle altre dimensioni e non
aveva “nulla” dei frutti dell’ esplosione sudetta. Questa esplosione è
da considerarsi la nascita del nostro spazio cosmico che genera
l’infinità di 3 dimensioni secondo la velocità, il tempo e lo
spazio, in cui all’ interno, tra le cui leggi condizionali il passato, il
presente e il futuro diventano illimitati e dipendenti dalla velocità di
qualche oggetto nello spazio. Secondo
la “Dotta ignoranza” di Nicolò Cusano (N.
Cusano, “Dotta Ignoranza”, a cura di Giovani Santinello, Rusconi, Milano 1988)
esiste nessuna misura né
massimale, né minimale in questo spazio perché tutte e due
appartengono solo a Dio inseparabile. Allora ogni punto corporeo separabile
deve essere il centro dell’ Universo, se il raggio infinito è la retta
(XIII Cap. 35). Secondo il suo insegnamento il mondo è finito, secondo
lo scopo, è infinito allo stesso tempo, rispetto a questa retta
condizionale. Il primo libro tratterà del maximum assolutum “che la fede
di tutte le nazioni crede esser Dio”. Il secondo libro tratterà di quel maximum
la cui unità è “contratta nella pluralità ” e sarà
l’universo. Nel terzo libro, infine, si parlerà di quel maximum “che
è insieme contratto e assoluto”, cioè di Cristo che è tale
in quanto uomo-Dio. (26) “Tutti coloro che ricercano giudicano ciò
che è incerto paragonandolo e proporzionandolo ad un presupposto che sia
cert. Ogni ricerca ha carattere comparativo ed impiega come mezzo la
proporzione. E quando l’oggetto della ricerca può esser paragonato
riducendolo al presupposto mediante una proporzione breve, allora
l’apprendimento è facile…” (I,1 § 2).
Poco dopo il Cusano insiste nel
dire che la conoscenza per proporzione deve impiegare la matematica, e ricorda
Pitagora per il quale il numero è costitutivo d’ogni cosa. S’intende che
il numero costituisce proporzioni non soltanto nell’ambito della quantità,
ma anche in ogni altro tipo di convenienza fra cose che, sostanzialmente o
accidentalmente, possono fra loro compararsi. Di qui due conseguenze.
“L’infinito, in quanto infinito, poiché sfugge ad ogni proporzione, ci
è ignoto” (I, 1, § 3). Ma anche nell’ambito del finito ogni conoscenza
precisa, o verità ultima ed assoluta, è impossibile. Infatti
conoscenza è proporzione, non si può conoscere se non relazionando una cosa all’altra; la
conoscenza d’una cosa è in relazione alla conoscenza che si abbia di
un’altra. Ed in ogni relazione si dà sempre un più ed un meno:
date due cose simili, se ne possono sempre pensare altre due più simili,
e così via all’infinito. Perciò la verità, che equivale
all’essenza d’una cosa, è irraggiungibile. (“I
FILOSOFI” Introduzione a Nicolo
Cusano di Giovanni Santinello (pp.26-28), Gius. Laterza & Figli Spa,
Roma-Bari, 1987)
Secondo la legge corrisposta
nessun concetto e nessuna dimensione può essere stremale, come il
termine di qualche fine ed anche di qualche inizio perché la fine
è massimale già e l’ inizio è da considerarsi il minimale.
Allora lo spazio cosmico è sempre senza inizio? In quelle 3 dimensioni
sì, come il tempo all’ interno del TEMPO è sempre! Ma nella
realtà di 11,1 dimensioni NO, di quello fa ricordare sovente l’ accademico russo
Kapizza minore Perché l’ esistenza stessa
di sempre è il negativo concetto MASSIMO che riesce a sussistere nel
mondo separabile e misurato come il negativo concetto minimale dell’ inizio
stesso (esplosione) anche da cui compare la radice relativa della
relatività di Einstein. Esiste
un solo essere corrisposto nel “Timeo”che è eterno e non comparsa
perché non esiste senza idea. È ciò che è stato
ottenuto e compreso con l’ intelletto. Tutto ciò che è sottoposto
alla sensazione, come molti culti religiosi legati solo alla stima dei nostri antenati
“sacrali” ecc., compare, declina e scompare
perché non esiste nella realtà (28 a). Ogni cosa comparente deve
avere la sua causa perché senza causa nessuno può comparire. Senza circostanza è stato
realizzato nessun ordine fisico, chimico, biologico, matematico, storico, ecc… Se il demiurgo, nella composizione di qualcosa,
contempla l’ essere eterno il futuro dell’ oggetto creato sarà bello
sempre. Se il demiurgo, facendo qualcosa, contempla qualche oggetto e lo
utilizza come l’ immagine primordiale, la sua opera avrà la
qualità cattiva: la creazione di Atone aveva uno scopo temporale che era la monarchia
assoluta che era contemplata prima della nascita dell’idea monoteistica e non generò
nessun frutto al suo popolo. La stessa idea rubata con Mosè non aveva
altro scopo che la fede e generò il primo monoteismo. La relazione a
Gesù in un primo tempo era fondata sul vantaggio ed aveva l’ unico scopo
di non rompere l’ amicizia degli ebrei e dell’ imperatore romano. Secondo le
tradizioni, l’inquisizione non aveva altro scopo se non quello di compiere le
tradizioni storiche solo dei loro antenati, come quello che contemplava il
demiurgo durante la loro creazione avvenuta dopo la conquista di Costantinopoli
nel 1204 (anno della fondazione della “santa inquisizione”), abbiamo solo
quello che abbiamo e niente più fra i monumenti letterari dell’
antichità, ecc..Il cosmo è bello
perché il demiurgo contemplava l’eterno. Il cosmo è creato
secondo l’ esempio unico ed immutabile. La classica capisce che questo pensiero
è l’ unità di tutto il visibile che non si sviluppa mai. L’ analisi della logica contemporanea dà l’
ambigua risposta anche. Se, la base di tutto l’ Universo è costituita
tre dimensioni in cinque dimensioni; quelle ultime sono determinate con la
simmetria all’ interno della quantità di 11,1 dimensioni immutabili,
secondo Capizza minore. Anche la velocità, il tempo e lo spazio sono
composti solo con l’ unione atomica di due segni contrapposti del Più e
del meno. All’ interno delle dimensioni del nostro Universo nessun altro segno
è possibile solo due segni contrapposti Più e meno (i protoni nei
nucleoni e gli elettroni girati ed invece). Nel nostro sistema solare, di
quello e non più, la base fondamentale è immutabile come tutto
nello spazio cosmico dalla scadenza dell’ esistenza della civilizzazione umana?
Ma! Non è mutabile solo l’ eterno ma tutto ciò che compare
è mortale e mutabile sempre. La civilizzazione umana ora sa che gli
astri celesti sono comparse. Se non sono eterne sono mutabili e mortali, come
le dimensioni non come i segni Più e meno, che corrisponde a questa
teoria che, verosimilmente, si comprende solo con gli antichi che non avevano
la preparazione specialistica per l’ analisi necessaria che, verosimilmente,
noi stessi non abbiamo ancora. Allo stesso tempo è la teoria falsa come
è la vera della creazione universale secondo le proprie leggi.
Dio desiderò che tutte le
cose diventassero come Egli Stesso. È giusto affinché tutte le cose rispondano alle leggi
naturali (matematiche, fisiche, chimiche, biologiche, logiche, storiche,
linguistiche, ecc.) del loro generale ambito temporale anche.
Egli regalò l’ intelletto
e l’ anima all’Universo (30 c - d). È il pensiero essenziale che dimostra l’ origine non terrena di
tutta la teoria. La vita non può essere solo quella organica e non
è limitata solo con le misure del Globo Terrestre così come l’
uomo non è lo scopo finale, come ci persuade la mitologia ebraica che
generò le radici dell’ inquisizione, dei terroristi islamici negli altri
popoli, ecc. che simbolizzano il “loro dio” nel ruolo del tiranno del creato
finito ed ubbidiente alla sua potenza temporale come la fede politeistica. Il
ruolo della vita organica nell’ Universo è avvicinato al minimo ma non
è minimo, scrive Giordano Bruno sulla base giustificata della scienza,
nella sua profezia “De l’ Infinito, Universo e Mondi”, molte idee di quella sono dimostrate dalla scienza e dai filosofi
indiani come Shri Auro Bindo, secondo la sudetta idea dell’ intelletto e dell’
anima (di creatura) dell’ Universo, di ogni astro e di ogni pianeta nell’
armonia cosmica. Timeo si domanda se
occorra parlare della moltitudine infinita dei mondi o dell’ unico Universo.
Qui vediamo il dubbio prima di affermare che l’ Universo è l’ unico.
Perché Platone in “Timeo” scrive così? Perché l’
infinità di Pitagora era osservata solo come l’infinità diabolica
della separazione al meno dell’infinità e l’ uomo non poteva immaginare
ancora l’ unione, non come la montagna, ma come il Più dell’
Infinità SENZA CONO. La mancanza ideologica dell’infinità,
secondo Platone, è stata sostenuta ed evidenziata nella “Rovina di
Atlantide” di Golokhvastov. Ma l’interesse non è andato scemando per questa teoria.
Perché? Secondo l’ affermazione di Giordano Bruno, l’ Universo è
infinito e immobile e non vi è nulla al di fuori di esso. È
davvero così, ma solo in 3 dimensioni, solo secondo la velocità,
lo spazio e il tempo.
Per rispondere a questa domanda
bisogna citare un frammento “Della Dotta ignoranza” di Nicolò Cusano,
dal XXIII capitolo:
71.
Perciò Parmenide, con una considerazione molto sottile, diceva che Dio
è “colui per il quale, qualunque ente esistente è tutto l’ essere
di ciò è”. Come dunque la sfera è la perfezione ultima
delle figure, quella figura di cui non vi è altra che sia maggiore,
così il massimo è di tutte le cose la perfezione più
perfetta, in maniera tale che ogni cosa imperfetta è in lui
perfettissima, come la linea infinita è sfera, la curvità (deviazione)
è rettitudine, la composizione è semplicità, la
diversità è l’ identità, l’ alterità (molteplicità)
è unità, e così via… (N. Cusano: “La dotta
ignoranza”, “Le congetture” a cura di G. Santinello, (p. 114),Risconti, Milano 1988) Da tre copie dei concetti contrapposti di Cusano:
la curvità-rettitudine, la diversità-identità e
l’alterità-unità compariscono tre concetti alternativi di Kant
che si incarnano con Paul Ricoeur nelle relazioni umani e che si interpretano,
verosimilmente, nella “Rovina di Atlantide” di Golokhvastov: La forza della morale della
comunicazione, fondamentalmente, si basa sull’aver fuso in una sola
problematica i tre imperativi kantiani: il principio di autonomia secondo la
categoria di unità (1) (i gemelli rappresentano due emisferi dell’unica
anima primordiale che dalla stessa nascita ed in precedenza è autonoma e
non obbedisce e non dipende dalle leggi oggettive del mondo), il principio del rispetto
secondo la categoria di pluralità (2) (il mondo è
molto contrasto perché così al di fuori della nostra comprensione
è composto da Dio che capisce e prevede meglio di tutti nell’universo.
Malgrado nessuna natura specifica il mondo fatto così obbliga a
rispettare i suoi ordini e nessuna sofferenza e nessun’idea geniale ha nessun
diritto per cambiarlo perché nessun essere creato di pluralità
potrà ottenere nessun massimo assoluto come nessun minimo), e il principio del regno dei
fini secondo la categoria di totalità (3) 1, 2, 3 (P. Ricoeur,
“Sé come un altro” a cura di D.Iannotta (pp. 310-311), Jaca
Book, Milano 1999)
(I destini
contrasti non possono essere spiegati con noi perché ogni fato della
provvidenza si compone sempre sulla base della totalità capita, prevista
e creata soltanto da Dio al migliore passaggio attraverso lo spazio, il tempo e
le nascite delle nuove anime). L’epoca di Atlantide doveva finire. Per
terminare la sua ultima corda nacquero l’ultimo sacerdote supremo di Ra e i
gemelli che, secondo la provvidenza totale di tutte le dimensioni, dovevano
condurre all’apocalisse per continuare lo sviluppo del Globo Terrestre
nell’Universo.
Secondo tutte le leggi e le
percezioni dei primi 3 concetti è giusto. Ma in 5 dimensioni al di fuori
degli spazi, il cui ambito è più complesso e più sviluppato
di tutti gli spazi, ogni retta del nostro Universo diventa il cerchio.
Ancora una volta è dimostrata la relativa ambiguità di questa
strana eredità storica della Creazione Universale che è stata
attribuita agli indiani, ai cinesi, ai persiani, ai greci, ecc. Quando è
stato dimostrato che il nostro Universo è potenzialmente finito come
allo stesso tempo infinito, compare l’idea che, in quanto — l’ Universo con la
sua interna infinità è da considerarsi finito, in tanto — il concetto
dell’ infinità è relativo e permette di presupporre l’ infinita
quantità degli Universi, al di fuori di ogni interna finitezza
relativa infinita anche in 3 dimensioni, che rappresentano le Particelle
Universi Neutrali più elementari in quell’ ambito sopraspaziale di
ogni Macro Universo condizionale di cui gli Universi Neutroni condizionali
non sono minimali come i macro universi non sono massimali perché all’
interno sono unite fino al Più dell’ infinità in 11,1 dimensioni
e sono separate fino al meno dell’ infinità secondo i neutroni universi
all’interno di ogni macro universo. I nostri Universi corrispondono al
loro sopraspazio condizionale ed ogni fra essi deve avere le loro
particelle neutrali, ma non minimali perché il Minimo e Massimo
appartengono solo a Dio.
Fondato così il metodo, il Cusano affronta
il primo argomento. Impiegando un linguaggio aritmetico, pitagorico dirà
poi, Dio massimo coincide col minimo appare come l’unità. È
l’unità cui nulla si oppone, ed è “tutto ciò che può
essere. Ma essa non può diventar numero” (I, 5, § 14). Il Cusano insiste
nel dire che l’unità di cui qui si parla
non è quella numerica; i numeri sono costruzioni della nostra
mente nell’origine gnoseologico, l’unità divina è ontologica e
l’unità numerica ne è soltanto il simbolo. (“I FILOSOFI” Introduzione a Nicolo Cusano di Giovanni Santinello, II le prime
formulazioni del sistema. 1) Argomento e metodo del “De dotca ignorantia” (p.
33). Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, 1987)
Egli (Cusano) rifiuta tale concezione, per ammettere invece la
simultaneità della creazione di ogni parte dell’universo. Il concetto di
contrazione comporta che le parti, i singoli enti, non siano parti, ma un tutto
nel tutto. L’universo, sebbene non sia né sole né luna, è
tuttavia sole nel sole e luna nella luna”. Se l’unità dell’universo
è contratta nella molteplicità degli enti, ciò significa
che l’universo non è nulla senza gli enti che lo costituiscono. L’
attualità dell’universo è in ciascuno degli enti che esistono in
atto. Vi saranno gradi diversi di contrazione, cioè di limitazione, a
seconda della perfezione degli enti; ma ogni ente è, in maniera diversa
da tutti gli altri, tutto l’universo contratto nella caratteristica
modalità sua. Questo concetto viene espresso dal Cusano con esplicito
riferimento ad Anassagora: quod libet in quo libet. (“I FILOSOFI” Introduzione a Nicolo Cusano di Giovanni Santinello, II le prime
formulazioni del sistema. 5) L’universo e la sua unità (II, 5, § 117) (p.
45) . Gius. Laterza & Figli Spa,
Roma-Bari, 1987)
Le particelle, i neutroni, devono
essere neutrali per diventare le cause degli scopi di quei due segni: del segno
meno, che aspira a fermare tutti gli sviluppi soprattutto ed indirizzare la
materia sottoposta a distruggere tutto fino al meno dell’ infinità, e
del Segno Più dell’ Infinità, anche senza massimo, che salva la
materia composta o distrutta e la trasforma nell’ infinità positiva che
lotta contro la distruzione assoluta e permette le separazioni soltanto delle
megagalassie fino alle galassie, le galassie fino ai sistemi solari, i sistemi
solari fino ai pianeti, i pianeti e gli astri fino alle molecole, le molecole
fino agli atomi, gli atomi fino alle parti elementari, e le particelle: quelle
sono i neutroni all’ interno degli atomi come tutta la materia separate ed
unite allo stesso tempo con la legge divina neutrale fino alle megagalassie
all’interno di ogni neutrone (Universo) e così fino ai
neutroni(Universi) all’interno di ogni neutrone che anche sono stati separati fino al meno
condizionale dell’ infinità. E tutto quello che è separato aspira
ad unirsi, con la forza e con lo scopo del Divino Segno il Più dell’
infinità, fino al Più dell’ infinità materiale: dalle
particelle fino agli atomi, gli atomi fino alle molecole, le molecole ai
sistemi solari, fino alle galassie, fino alle megagalassie, aspirando dalle
megagalassie infinite al suo neutrone universo interno per unirsi negli ambiti
sopraspaziali, i sopraspazzi nelle macro sopraspazzi e così senza limiti
unendo sino all’ infinità, secondo la legge divina, come è stata
separata fino al meno dell’ infinità. In quella struttura il tempo
infinito genera il tempo finito per ogni velocità. 13 miliardi di anni
fa all’ interno di quella struttura infinita avvenne l’ esplosione del nostro
universo che diventa uno dei neutroni incommensurabili negli atomi infiniti del
sopraspazio soprauniversale, in cui il tempo passa tante volte più
lento, in quanto il sopraspazio è più grosso del nostro
neutrone-universo, che è solo un neutrone atomico, nel finito ed
infinito all’ interno di sé macroambito.
Nel passaggio dal primo al secondo momento,
cioè nel transferre concetti
riguardanti una figura geometrica finita ad una figura geometrica infinita,
avviene una contraddizione: il triangolo infinito, ad esempio, non ha
più tre lati, ma essi
costituiscono una sola linea infinita; dunque triangolo che non è
triangolo… Nell’ambito della quantità, avvenuto il trasferimento
all’infinito, si verifica una contraddizione che l’intelletto vede necessaria,
ma la ragione non può concepire:
“ciò che risulta impossibile nella quantità, vede che è
del tutto necessario” (I, 14, § 39). Questo vedere è un sapere di
non sapere, nel terzo momento, poi, l’infinito quantitativo diventa il simbolo
dell’infinito divino assoluto, ossia sciolto da ogni quantità. In questo
senso, dunque, l’esercizio della dianoia (dziània)
matematica porta alla visione nella tenebra della negazione, che è la
dotta ignoranza noetica… Il misticismo della dotta ignoranza non spegne la
rinuncia il desiderio di conoscere il mondo, ma anzi ne è l’incentivo.
Non si arriva all’ignoranza non approfondendo tutte le possibilità
dell’unica nostra conoscenza positiva valida, che è quella matematica e
mondana, anche se essa è sempre finita e relativa. (“I
FILOSOFI” Introduzione a Nicolo
Cusano di Giovanni Santinello, II le prime formulazioni del sistema. 1)
Argomento e metodo del “De dotca ignorantia” (p. 32). Gius. Laterza & Figli Spa,
Roma-Bari, 1987)
Le immagini di due coni aspirati
al cielo (su) e alla terra (giù) sono la scorretta comprensione della
teoria dell’ eredità del passato sconosciuto, o sono i codici, detti
agli analfabeti, che sono facilitati rispetto agli esseri, stati fra gli
animali e i futuri esseri ragionevoli nello sviluppo, abbiano capito molti migliaia
di anni fa solo la differenza fra su e giù, all’ unione e alla
separazione, al Dio e al diavolo.
Quando il fuoco interno e il
fuoco esterno sono insieme nelle buone relazioni essi si svuotano (46 a). Se il
foco esterno manca notte il foco interno è tagliato da noi: quando il
fuoco interno incontra qualche non confermato muta e si spegne (45 d) ma, solo
nello stato della tranquillità, si accende la luce interna nel costume
dei sogni, anche sulla base della nostra seconda memoria dell’ intelletto che
appena ci dirige sempre. Questo
dominio della seconda memoria dimostra che siamo ancora deboli senza telepatia
e concepiamo il fondamento logico del mondo solo mediante tutto quello che ci
sta intorno. Molto poco della terza memoria, che è percepito sulla base
della luce esterna di tutto circondato, diventa il frutto della bellezza divina
o della luce interna sudetta. Il tempo, le leggi delle tradizioni globali non
ci fanno percepire la realtà. Michel de Nostredame (Nostradamus) scrive
dello stato dell’ uomo che dipende dal tempo nella lettera al suo figlio Cesare
Nostradamus, secondo i frammenti 12-15 fatti dal dottore John Hogue:
... ayant
voulu taire et
délaisser pour cause
de l' injure, et non tant
seulement du temps
présent, mais aussi de
la plus grande part du futeure, de mettre
par éscrit, pource
que les régnes, sectes
et religions feront
changes si opposites,
voire au respect
du présent diamétralement, que
si je venois
à l' advenir sera ceux
de régne, secte,
religion, et foy
trouveroyent si mal
accordant à leur
fantasie auriculaire, qu' ils
viendroyent à damner ce
que par les siècles advenir on cognoîstra êstre veu et
apperceu. (… avendo voluto celare e rifiutarsi a causa dell’ ingiuriare (offendere),
e non solamente del tempo presente, ma anche (ingiuriare) la maggior parte del futuro, di mettere per
iscritto (di scrivere, di mettere in rilievo), perché i regni, le sette
e le religioni faranno cambiare sé opposti, vedere al rispetto del
presente diametralmente da quello che io venni all’ avvenire sarà questo
di regni, sette, religione, e la fede quelli che si troverebbero male
accordando alla loro fantasia orecchiabile, che essi verrebbero a dannare quello
che fra i secoli, l´avvenire, conosceranno essere visto ed accettato.) (Nostradamus the
complete propheties John Hogue: Nostradamus, Complete profezie John Hogue (pp. 34-35),
first published in Great britain in 1996 by Element Books Limited, Shaftesbury,
Dorset,ÔÀÈÐ
ÏÐÅÑÑ, Mosca 1999, ISBN
5-8183-0077-3, originali francesi, traduzione dall’ inglese in russo di I.
Gavrilova)
La
nostra realtà è sempre relativa. Platone meglio di tutti gli
altri filosofi fu in grado di conservare la parte della sua memoria della
bellezza divina. Ma anche egli non riesce a capire, al di fuori dei limiti del
suo tempo, e non può intendere la realtà di questa teoria della
creazione universale malgrado il suo talento logico sopranaturale. Anche il
nostro uomo contemporaneo, verosimilmente, non è in tanto sviluppato, in
quanto ha bisogno di capire ed analizzare l’ eredità storica della
teoria menzionata che è, senza dubbi, in quanto relativa, anche
implicita. Tre tipi che crearono l’ Universo secondo il “Timeo” di Platone sono
il Demiurgo (Dio Padre), l’ immagine eterna contemplata dal Demiurgo durante il
processo della creazione (Spirito Santo) e l’ Heidron libero da tutte le forme
prima (Dio Figlio) all’ interno della cui sostanza passa il processo della
Creazione Suprema che prima di creare la sostanza non aveva nessuna
qualità per avere in sé tutto possibile.
Queste proposizioni assiomatiche vengono presentate
nella assolutezza veritativa, e la “probabilità” dei discorsi
cosmologici e fisici che seguiranno verrà dedotta proprio dalla
verità incontrovertibile di tali proposizioni.
1) L’essere che è sempre (ossia l’essere
eterno) non è soggetto alla generazione e al divenire, in quanto
continuamente si genera e muta: esso viene colto dall’intelligenza e dal
ragionamento.
2) Il devinire non è mai un vero essere, in
quanto continuamente si genera e muta: esso viene colto dall’impressione
sensoriale e dall’opinione, che è ben distinta dalla ragione.
3) Tutto ciò che è soggetto al
processo del divenire richiede strutturalmente una causa che ne produca la
generazione. Questa causa è il Demiurgo o Artefice, causa efficiente
(produttrice delle cose che si generarono).
4) Il Demiurgo o Artefice, considerato in generale
nella sua funzione, produce sempre qualcosa, guardando ad alcunché come
a punto di riferimento, e prendendo questo come modello. Considerando il
problema in generale, si deve dire che l’Artefice potrebbe rifarsi a due
differenti tipi di modelli: a ciò che esiste sempre e allo stesso modo
(ossia all’essere cui si riferisce il punto assioma), oppure a qualcosa che
è soggetto a generazione (ossia a quel tipo di realtà cui si
è detto nel secondo assioma). Ma se l’Artefice prende come modello
l’essere eterno, ciò che produce è bello; se, invece, prende come
modello qualcosa di generato, ciò che produce non è bello. (Platone “Timeo” testo greco a fronte a
cura di Giovanni Reale, Introduzione
“Fortuna”, Il preludio teorico e i principi (pp. 12-13) Zanichelli Editore S. p. A., Bologna 1997)
sì fatta, che le genti lì malvage
commendan lei, ma non seguon la storia”.
Così
un sol calor di molte brage 19
Si fa sentir, come di molti amori
Usciva solo un suon di quella image.
la storia: il ricordo di
giustizia e di pietà che i beati spiriti del cielo di Giove avevano
lasciato in eredità agli uomini. Molti amori: le anime de’ giusti, affocati di amore
divino. “Qui descrive per esempio che, sì come di molte bragie si sente
solo uno calore, così di quella moltitudine d’anime si sentìa
solo una singolar parlatura” (Anonimo).
(“La Divina Commedia” p. 3 (p. 941); ristampa anastatica
dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988)
La modernizzazione filosofica di
Dante è utilizzata solo per trovare le sorgenti simboliche da cui
Golokhvastov attinge le sue idee e le sue immagini primordiali. Ogni
ricercatore esaminato Dante non deve modernizzarlo. “La storia” del frammento
soprascritto non è che “il ricordo di giustizia e di pietà che i
beati spiriti del cielo di Giove avevano lasciato in eredità agli
uomini”.
3. Nel poema la parola “ziggurat” è il nome
proprio. Lo Ziggurat divenne il
primo simbolo della fede degli Atlanti. Secondo il soggetto di Golokhvastov gli
atlanti credevano in un solo dio e le loro anime erano salve già con la
profezia di Atlasso quando alzarono sette torri, una sopra l’ altra, le cime
aspiravano al cielo che lì, al di fuori della vita, a metà fra
la terra e il cielo si incontrano sempre, che col cuore puro a cui libero
salgono le genti col sogno di Dio. E dal cielo, come alla sua casa, scende nel
mondo Dio beneficente. L’ inizio della narrazione epica del quarto
capitolo, che descrive la montagna sacra di Ziggurat, fa ricordare l’
espressione di tutto il XXVIII Canto del “Purgatorio” della “Divina commedia”.
Leggendo questo capitolo della “Rovina di Atlantide” lo fa ricordare attraverso
l’ incoscienza la foresta divina spessa e viva
come Dante, Vergilio e Stazio lasciarono la riva, prendendo la campagna
lento su per lo suol che d’ ogni parte auliva (4-6), per cui le fronde, tremolando pronte (docile al soffio del venticello), tutte quante piegavano a la parte (occidentale; dove al levare del sole il sacro
monte getta l’ ombra sua) u’ la prim’ ombra getta il santo monte. È molto difficile non sottolineare questa
reminiscenza delle alternanze delle immagine di Dante che si riflettono nell’
inizio del quarto capitolo della “Rovina di Atlantide” di Gheorghi
Golokhvastov. Ma dopo il suo sviluppo della narratività passa al
racconto di come gli uomini tutti i giorni e tutte le notte costruissero il
sacro fondamento, dal marmo di sette colori, al tempio di Ra per proibire i
sacrifici umani al contrario dell’ ultimo supremo sacerdote di Ra,
verosimilmente fino all’ ultima corda della provvidenza che si realizza con il
fato del personaggio essenziale dell’ epopea.
P. 36: Glifi — i segni
condizionali che simbolizzano le idee nelle scritture, nelle pitture, nelle
sculture e nelle architetture della Grecia Antica; i colori e i metalli di ogni
pianeta — l’ oro di Sole, l’ argento di Luna, il coloro giallo o il colore
verde di Venere, il blu di Giove, il colore rosso secondo il ferro di Marte, il
nero secondo il piombo di Saturno, Mercurio non acquista nessun colore o ha il
colore bianco. Glifo (g+l), sm. Archit. Solco concavo a spigolo vivo usato come elemento
ornamentale. – In paratic.: decorazione dei triglifi. Baldinuccci, 68: ‘Glifi,
triglifi’. Una sorta di membra degli ornamenti. Milizia, 330: ‘Diglifo’,
Ornamento lavorato in incavo da due parti, come doppio glifo. Carena, 1-40:
‘Glifo’, è un solco o cataletto verticale sfondato ad angolo retto nel
fregio dorico. Adoperasi d’ordinario nel numero dei più, perché
non suol porsi solo, ma si due nei di glifi e tre nei triglifi. Ling. Segno
geroglifico dell’antico alfabeto dei Maya. (“Grande
Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese.
9/V71964.)
Gli
Atlanti costruirono sette torri superbe, sette scale brusche e sette larghi
portoni che divennero l’ostacolo, per i mortali, alle altezze sante. Presso
le portine si inclinarono le chimere e le aquile(aguglie): (le statue di
loro); Fra le mura e le scale, fra gli emblemi dei misteri, essi
nascondevano i glifi condizionali, tutta la saggezza delle cognizioni scoperte
non a tutti: l’ essenza dei misteri, i miti bifronti e la verità di
teoremi facili sempre …Il concetto dei glifi concentra il mistero dell’
immortalità. L’ autore disegna la chiusura del tempio antico che
è stato nascosto l’ incapace di comprendere all’ uomo normale. Il
significato della scrittura sacrale fatta con i glifi cela il mistero sino al
termine.
P. 37: L’ oricalco — il
metallo sacrale nei tempi antichi, della cui dono scrive Platone. Il
lettore vede come vicino al tempio supremo, per le parole della leggenda,
come il primo sacerdote dello Ziggurat, Atlasso portò, per la
prima volta, al Padre dell’ Universo il suo inno nell’ ora romantica del
tramonto…
Il verbo fiammeggiato delle
preghiere delle anime convertite, la prima volta, si accese e si girò
per il Padre vissuto sul Disco seguendo l’ alternanza della Notte e del Giorno.
Il tripode pesante ricorda sino ad oggigiorno come, nell’ oscurità
grigia, del vecchio Atlasso si alzava la preghiera. E nel tempio
inferiore (è il tempio sottoterrestre dei morti messi nei sarcofagi)
condusse all’ Immortalità il suo ordine regio, all’ eternità,
diedi il trionfo all’ oricalco. Secondo il pensiero del profeta Atlasso, nessuno
fra gli altri troverà il cammino al tempio dei morti, e se lo trovasse
non capirebbe in alcun modo il significato dei simboli del disegno sul metallo.
I sacerdoti di Ra non disturberanno mai le tombe sacrali. L’ immagine
“oricalco” si incontra alcune volte nel
“Crizia” di Platone dal paragrafo (114 e), in cui il personaggio Crizia
interpreta la storia di Solone. Il muro esterno dell’ acropoli era stata
coperta con l’ oricalco nella “Rovina di Atlantide”. Alcune pareti del tempio
di Nettuno (verosimilmente di Ziggurat) avevano la copertura di questo metallo
brillante. Tutti i pavimenti del tempio consistevano nell’ oricalco. Anche il
suo soffitto di ossa elefantiaca era decorato col metallo menzionato. Le
stelle, in cui erano scritte le regole delle relazioni fra i re, erano in
oricalco. In seguito l’ oricalco si svalutò e divenne un metallo comune.
Anche il desiderio dell’ immortalità del sacerdote perde il suo prezzo
alla fine dell’ epopea. Questa immagine della memoria dell’ intelletto è
bene utilizzata nella descrizione del tempio, in cui si svolge l’essenziale
diffusione della memoria della bellezza divina e della peggiore memoria della
sensazione (legata alla sete dell’ immortalità) mediante la memoria
dell’ intelletto o della saggezza umana.
IV cap. p. 42: Nada – la voce
dello spirito del silenzio, descrive la scala della perfezione che ha sette
gradi e sette portoni. Nada, pron. Indef. Invar. Niente, nulla. Aretino
Vi-125: Ora il caso è questo, io andrò a trovare Aluigia, la quale
corromperia la castità, che
senza lei non si può far nada. Idem, Vi-172: Non mancherà nada.. – Con valore
avverb. Loredano, 5-182: Non potendo fuggire, erano costretti / per non morire a
maneggiar la spada, / onde riusciano bravi maledetti / coloro al fin che non
valevan nada…= Dallo spagn. Nada ‘nulla’. (“Grande
Dizionario della lingua italiana”, Unione tipografico-editrice Torinese .
9/V71964.)
Nella
“Divina commedia” di Dante Alighieri la città della saggezza gentile e
il castello di sette mura e sette porte sono stati descritti nel Limbo del IV
Canto dell’ Inferno (106-111), in cui stanno le anime di Elettra,
Ettore, Enea, Cesare con gli occhi grifagni, Cammilla, Pantasilea figlia
del Marte, Latino: re del Lazio e padre della Lavina, Lavina, Bruto: che ha
cacciato via l’ ultimo re Tarquinio, Lucrezia, Iulia, Marzia, Coniglia,
Socrate, Platone, Democrito, Diogenès, Anassagora, Tale,
Empedoclès, Eraclito, Zenone (di Elea o lo stoico di Cittico,
Dioscroride, Orfeo, Tulio Cicerone, Seneca, Euclide, Tolomeo, Ippocrate,
Avicenna, Galieno: medico di Pergamo, Averroìs (Ibn Roschid, filosofo di
Cordova (1126 – 1198)), ecc.:
Sette volte cerchiato d’ alte mura,
difeso intorno d’ un bel fiumicello.
Questo passiamo come terra dura; 109
per sette porte entrai non questi savi:
giungemmo in prato di fresca verdura.
nobile castello: simbolo della umana sapienza. È certificato di 7
mura, simbolo ciascuna di una
delle arti liberali (la grammatica, la dialettica, la retorica, l’aritmetica,
la geometria, la musica e l’astrologia). Al. intende il castello come simbolo della filosofia, e le mura delle sue
7 parti (la fisica, la metafisica, l’etica, la politica, l’economia, la
matematica, la sillogistica): per al. Ancora, il castello è simbolo
dell’ unione delle virtù morali (prudenza, giustizia, fortezza,
temperanza) con le speculative (intelligenza, scienza e sapienza). dura:
asciutta, secca. Alcuni scorgono in questo fiumicello il simbolo della
eloquenza). sette porte: le porte di ciascun muro. (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 39); ristampa anastatica
dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Quei sette portoni mostrano che
chi conseguirà il quarto grado unirà in sé tutti i
sentimenti fisici e stato unito con lo spirito (“Il Libro delle Regole di Oro”,
Frammenti scelti; la prima parte: “La voce del silenzio” — traduzione E. P. B.
del 1889. Stampa del 1923. Tallin, Est.)
Quei
tre gradi e il quarto, la porta al Purgatorio nella “Divina Commedia”, tutto
è inserito anche nella “Rovina di Atlantide”, in cui sono stati
descritti sette gradi ogni col suo colore, secondo Dante sette peccati, e forse
essi alludono indirettamente al IX canto del Purgatorio (94 - 132)
della“Divina commedia”. Se la vetta dello Ziggurat era invece da considerarsi
come il fondo dell’Inferno della “Divina Commedia” in cui Dante scende
il servitore di Ra “sale” e quando Dante sale Golokhastov cade, ma Golokhvastov
non vuole mostrarlo direttamente. Ma l’allusione all’ antipode riflesso di
Dante esiste secondo le contraddizioni dell’ordine delle alternanze dei gradi e
dei colori. Se nella “Divina Commedia” lo scalgion primaio, marmo bianco
era sì pulito e terso,..(94-95) nella spiegazione della “Rovina di
Atlantide” in particolare è l’ultimo colore di Mercurio bianco. Il
secondo tinto (nero) più che perso, d’ una petrina ruvida
e arsiccia,…(97-98). Anche, nella “Rovina di Atlantide”, il secondo colore
di Saturno è nero ma dalla fine. Lo terzo (rosso), che di
sopra s’ammassiccia (si sovrappone assai pesantemente) porfido mi parea
fiammeggiante,… (100-101). Nella “Rovina di Atlantide”, il terzo coloro
dalla fine, come il primo tra gli ultimi tre gradi, è di Marte, anche
che è il rosso. Golokhvastov teoricamente imita le leggi universali
delle alternanze delle immagini della “Divina commedia” ma ordina,
filosoficamente come nel rispecchio in cui il destro diventa sinistro secondo
il servitore di Ra accecato; il suo desiderio dell’ immortalità
contraddice al fine di Dante.
Possono fare tre supposte:
1) Golokhvastov specialmente
riprende e contraddice la “Divina commedia” e a questa causa allude
implicitamente a quella nella sua spiegazione affinché solo gli specialisti
trovino il rapporto contrapposto che è il suo desiderio sacramentale?
2) Golokhvastov non lesse mai la
“Divina commedia”. E molti immagini simili e relative contraddizioni ordinate
non sono che coincidenze.
La famiglia Romanov dell’ ultimo
imperatore russo non sostenerebbe se i migliori intellettuali bianchi immigrati
conoscessero non meno di cinque – sei lingue straniere. La società della
famiglia dell’ ultimo zar-imperatore russo conosceva la classica europea quanto
la corte francese anche senza potere (a quella era sempre legata da
vincoli di amicizia). Quasi tutti i
rappresentanti dell’aristocrazia russa, e non legati alla famiglia Romanov,
leggevano tutta la letteratura classica in lingua originale: in greco, in
latino, in francese, in tedesco, in italiano e in inglese. Quei rappresentanti
dell’intelligenza non potevano comparire nella società aristocratica
senza conoscere le lingue menzionate. Se la stessa famiglia dell’imperatore
finanziò la prima pubblicazione della “Rovina di Antantide”, non
è da mettere in dubbi che Golokhvastov conoscesse la letteratura
classica europea, ma è ragionevole pensare che lesse la “Divina
commedia” (verosimilmente in lingua originale) tradotta in russo già
così come molti altri classici.
3) Golokhvastov non vuole che lo
sappiano; Egli lo mostra mediante immagini orientali contrapposte a Dante
affinché queste immagini filosofiche e le loro alternanze fossero
contraste. Golokhvastov desidera dimostrare mediante la spiegazione che l’
oggettiva memoria dell’ intelletto che sintetizza l’ eredità storica
è indipendente in tutte le epoche.
P. 43: Archat — santo nel
buddismo. I sacerdoti supremi di Ra sono da considerarsi gli achati, i
profeti del vissuto nel Disco. Diventavano i proprietari delle verità
immortali, che non esiste come è dimostrato prima secondo Cusano, i
rappresentanti della generazione dei sacerdoti. Contemplavano e conservavano i
misteri della terra e dei cieli, difendevano i deboli, erano i portatori delle
leggi, ed avevano anche le chiavi dei portoni dello Ziggurat. I re gli facevano
educare gli eredi al trono. Prima di diventare i servitori di Ra passavano, nel
silenzio, molti anni fra i deserti spirituali in cui diventavano i vecchi e i
grandi maghi. Rifiutavano la vita per ottenere il bene, lasciando sé
stessi nelle ricerche delle santità. E solo quando lo spirito vinceva se
stesso essi univano insieme lo spirito, l’ anima e la carne. Si separavano dal
mondo e, nelle sfere della luce, si fondevano con l’anima dell’Universo. L’
anima dell’ autore si vede nella vita precedente prima della reincarnazione
attuale, in cui egli stesso era uno di quei supremi sacerdoti. L’ universo si
scoprì più esteso Per la vita nuova, negli altri ambiti; Io
potessi essere diverso agli uomini nel loro mondo ondeggiato nelle buie
inferiori passioni. Ma noi achati consideravamo il debito ereditario come il
bene per gli uomini, di partecipare alla loro vita e, nella prigionia non
lunga, di servirli nel regno del peccato e delle sofferenze, per curare. E, per
la pace, dalla plebe peggiore la Crocifissione dello spirito sopportare, non
querelando. Al riguardo l’ immagine
poetica “Crocifissione dello spirito” dimostra che, malgrado le influenze
filosofiche dell’ oriente gentile del Buddismo, ecc., l’ anima di Golochvastov
è cristiana.
Il V Cap. l’ inizio della p. 44: Geminati
sono i corpi celesti della corrente meteorica o della pioggia dei meteoriti
che passa ogni anno dal 10 all’ 11
dicembre nella terza costellazione zodiacale dei Gemini. Questa immagine
filosofica sviluppa il soggetto della “Rovina di Atlantide” e conduce il
lettore sino alla culminazione finale. L’ essenziale concetto di questa
immagine si svolge nei V, VI e VII capitoli. I capitoli menzionati sono
accompagnati più degli altri dalla diffusione della seconda memoria e
della terza memoria della bellezza divina, in cui, senza dubbio, è
dominata la terza che veste la narrazione dell’ autore nei costumi magici.
L’alternanza delle sillabe lunghe e brevi, la metrica (quantità delle
sillabe) e le alternanze fisse delle strofe rimate mutano quando è stata
esposta la preghiera del sacerdote, gli inni degli altri personaggi, la canzone
della bambinaia, ecc.. Gli ordini poetici sono cambiati con lo sviluppo degli
eventi portando in sé la profezia della fine tragica. Nelle
costellazioni, in doppio, brillano i
Geminati, volando per il cielo nella pioggia di fochi. È la festa
più amata nel cerchio annuale che
incontra oggi il popolo di Atlantide. Siamo la vita e la morte di due
sorelle-gemini (che non sono il principe e la principessa che dovranno
simbolizzare la loro comparsa) nei misteri bivalenti dei vicini, dell’ unico
pensiero dei messaggeri senza idea, dell’ unico arbitrio dei creatori senza
volontà allo stesso tempo li rispettiamo come due grandi miracoli…
Così inizia il quinto capitolo della “Rovina di Atlantide”, in cui il
destino fatale di due gemelli, del sacerdote supremo e dell’ Atlantide si
svolge nei Geminati come nel simbolo essenziale della fatalità che
è stato espresso dalla memoria dell’ intelletto che così
sintetizza il concetto fatale dei Geminati splendenti. Il destino prescritto
prima della nascita dei gemelli si evidenzia con la descrizione della caduta
dei gemini nel cap. VI nelle pp. 48-51:
Su era messo il bollo della
scelta doppia dai primi giorni, in loro si concentravano le predizioni degli
astri ed esse si realizzavano per lo più in loro i segni delle profezie
conservate tra le scritture antiche dei sacerdoti predicati: è la
salvazione del mondo, nei pensieri amanti, usavo il destino dei bambini
gemelli. E nuovamente tentavo di prevedere i loro destini oggi, con i pensieri
guardando come l’ itinerario della loro vita serpeggi. Sono in fretta i
quinquennali — dalla loro nascita tre scadenze hanno passato.
Come scrisse Platone nel “Timeo”
la luce interna cessa di essere percepibile se scompare la luce esterna. Non
è possibile uscire dalla memoria dell’intelletto che è analizzato
e sintetizzato l’eredità del passato. Ogni ripetizione delle creature
è bruta secondo Platone. Nessun monumento della cultura umana comparve
senza influenza di qualche arte precedente. Prima della composizione delle Veda
che è da considerarsi il primo testo religioso si fonda sui testi
più antichi dei soggetti leggendari. Anche prima di Omero sussisteva la
mitologia e l’ attività poetica dei greci. Lo stesso fatto appartiene
all’“Eneide” di Virgilio e alla “Divina commedia” di Dante. Il loro aspetto ai
fonti è fondamentale. Se le fonti non fossero – nessun capolavoro
comparerebbe. Ma ogni originale, che non ripete nulla, genera il miracolo
quando costruisce il proprio ambito artistico mediante le creazioni geniali. Si
può presupporre che Golochvastov scelga le immagini e i pensieri
primordiali di Dante per installare nello sviluppo del suo soggetto originale
il contrario della composizione dantesca. I VII e VIII capitoli verosimilmente,
mediante l’ implicito nascosto dagli analfabeti e mostrato agli intellettuali
specialmente, sono posti in correlazione al VIII Canto e parzialmente al IX
Canto del “Paradiso” della “Divina commedia”.
e come in voce voce si discerne,
quand’ una è ferma e l’ altra va a riede;
vid’ io in essa luce altre
lucerne 19
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.
Di fredda nube non discerner
vènti, 22
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti
a chi avesse quei lumi divini 25
veduti a noi venir, lasciando il giro
prìa cominciato in li altri Serafini.”
Questo frammento poteva generare,
nell’ anima di Golokhvastov la doppia voce del destino che apparterrà a
due fiamme divine nate oggi dal principe e dalla principessa. Secondo la
filosofia di Golokhvastov le anime vivevano ed esistevano prima della nascita e
possono scendere molte volte dal paradiso. “Allorché di due voci che
cantavano insieme” nel paradiso non potranno essere separate l’ una dall’ altra
dopo la nascita. Anche nella vita del doppio destino è con la loro
unità inseparabile a che “l’ una tenga la nota e l’ altra e,
gorgheggiando, a che vada e venga sulle stesse note”. Sono scese da cui fra le
altre lucerne. Ambedue erano gli spiriti amorosi sempre e verosimilmente l’ unità delle loro visioni interne
diventò separata con la loro nascita. “Al modo, secondo la maggiore (del
futuro principe) e la minore (della futura principessa) intensità dei
guadi spirituali, da Dio concessa a ciascuna” anima separata con la vita
corporea per rimanere “quelle anime beate” sino alla morte naturale.
Ricordo la notte di Geminate. Illuminando l’ Isola
di Atlasso da paese a paese, (p. 49) splendevano i fuochi delle lampade notturne;
e al cielo in modo misterioso l’ Atlantide natale conduceva il linguaggio,
ricordando il passato remoto, parlando sempre di qualche vivo; allora, nell’
oscurità della memoria sacrale, era la caduta di due stelle sopra il
tetto regio che ho visto; Quelle due stelle fanno prevedere quel doppio
destino che resterà il mistero fino alla morte per essere vivi sempre
insieme. Il sacerdote non sa prevedere lo scopo della caduta di due stelle, di
quelle due fiamme sopra il tetto del re di Atlantide.
disposto cade a provveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.
Se ciò non fosse, il ciel
che tu cammine 106
Producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;
quantunque: tutto ciò
che; e intendi: “tutte le operazioni di quassù son disposte a fine
infallibile” (Tommasèo), come cosa scagliata corre a ferire il
bersaglio. sì: così, in tal maniera. arti: “cose fatte con
ordine e con ragione” (Buti). (2) (“La Divina Commedia” p. 3 (p. 827); ristampa anastatica
dell’editore G.C. Sansoni, Firenze 1922,1988 )
Ma l’
arco divino saetta ora per condannare gli atlanti quindici anni dopo. Il
sacerdote non percepisce la previdenza che la relazione incorretta ai gemelli
animerà le forze naturali senza coscienza. La pena divina consiste nella
cecità e nella sordità
alla perdizione delle catastrofi future. Se non fosse così il
mondo non avrebbe fatto tutte le “cose con l’ordine e con la ragione” che erano
previste e lasciate con il primo profeta Atlasso sino alla necessaria scadenza.
Ma quindici anni prima le cadute delle stelle sembrano tutte insomma le influenze
celesti sono disposte ad un fine preordinato da Dio,
come freccia diretta al suo bersaglio.
L’ arco divino saette gli influssi che ne discendono, segno il fine stabilito dalla
Provvidenza per regalare la
possibilità cambiare che non si cambia mai con la debolezza umana.
…e la nostra valle era brillante in festa a quel
mattino: la regina ha generato, due gemelli al re: l’ orgoglio al cuore del
padre è il figlio e la gloria agli occhi è la
figlia bella. Sono nati nella notte dei Testamenti! È chiaro che il
cielo, con la potenza profetica, prometteva la grande sorte ai bambini.
Nessuno
non sa perché la regina generò questi gemelli con il loro destino
doppio che promette allo stesso tempo la sorte della rovina e della salvazione di
tutte le anime degli atlanti.
Volge e contenta, fa essere virtute
Sua provedenza in questi corpi grandi.
E non pur le nature provedute 100
Sono in la Mente ch’ è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute: